Alle porte del Cilento, a Varano (frazione di Campagna) nasce il Centro Teatrale Campano a partire dalla riconversione di un vecchio deposito agricolo.
Un luogo immerso tra ulivi e natura che diventa oggi uno spazio dedicato alla ricerca artistica, alle residenze, alla formazione e alla costruzione di occasioni di incontro tra artisti, pubblico e comunità.
Il CTC nasce con l’ambizione di essere qualcosa di più di uno spazio destinato alla produzione e alla programmazione. Nel suo manifesto affiora l’idea di un centro culturale che prova a interrogare il modo stesso in cui l’arte viene prodotta, condivisa e abitata: un luogo che rivendica il valore del processo, della sperimentazione e della contaminazione tra linguaggi, contrapponendo ai ritmi spesso accelerati del sistema produttivo la possibilità di un tempo diverso per la creazione. Le residenze vengono così immaginate come veri e propri rifugi creativi, mentre teatro, musica, performance, arti visive, pratiche legate al benessere e formazione possono convivere all’interno di un progetto dichiaratamente multidisciplinare.
A orientare questa visione è anche un rapporto molto preciso con il territorio. Il Sud non viene assunto come scenario da romanticizzare né come periferia da “salvare”, ma come luogo vivo nel quale scegliere consapevolmente di lavorare, abitare e costruire. Il rapporto con la natura, la relazione con le comunità e una concezione dell’atto performativo come possibile forma di cura e di ricostruzione del legame sociale diventano così elementi di una precisa posizione culturale.
È da questi presupposti che prende avvio la conversazione con Loris De Luna, Elvira Scorza e Mariasilvia Greco, che condividono la direzione artistica del Centro Teatrale Campano: un confronto sulle ragioni che hanno portato alla nascita del progetto, sulla pratica della residenza, sul rapporto tra creazione e territorio e sulla possibilità di immaginare, oggi, altri modi di fare e sostenere il teatro.
Il Centro Teatrale Campano nasce dalla trasformazione di un luogo familiare, il vecchio deposito agricolo dei nonni di Loris, in uno spazio dedicato alla ricerca artistica. Quanto conta questa origine nella vostra idea di Centro e qual è stato il passaggio che vi ha fatto capire che quel luogo poteva diventare un progetto culturale condiviso?
Partendo dal presupposto che nulla si crea – nulla si distrugge – tutto si trasforma – e sulla certezza che facciamo delle arti il nostro lavoro, il deposito dei nonni Antonino e Margherita non poteva che trovare una nuova forma in un matrimonio tra natura e cultura. L’energia di una famiglia poi ha da subito fatto percepire questo luogo come una casa per l’arte, un posto sicuro dove studiare, pensare e dedicarsi all’atto artistico, un posto da abitare nel quale nutrirsi e prendersi cura di sé e dei delicati processi creativi. Di grande ispirazione è stata anche l’operosità perpetuata in questo luogo già per mano dei nonnini: la fatica del trasformare un terreno duro, roccioso in una zona fertile e produttiva, la sapienza nel piantare piccoli ulivi e alberi da frutto, nel vederli radicarsi negli anni e nel prendersene amorevolmente cura. E poi la disciplina e il rigore con cui stare, osservare e capire come si trasformano le cose e intuire, di caso in caso, la cosa giusta da fare, allenarsi a cogliere la scelta più saggia che, talvolta, è già lì, nascosta da qualche parte. Dunque allenarsi a scovare, a dissotterrare, come atto sacro e non profanatorio, il potenziale di un progetto, di un’idea, di un’intuizione. Il CTC si presenta come luogo perfetto per tornare all’essenza, al prezioso ed intrinseco valore delle cose, allo svuotamento del sé, dell’io – il micidiale pronome direbbe la Gualtieri – così da donare innanzitutto spazio e mente lucida: il lago della mente, non toccato da remo, placido si gonfia e subito ricade in un’oleosa sonnolenza: questa sonnolenza della Woolf è il sonno che invita alla quiete, al fertile silenzio, la condizione primaria che apre le porte al sogno, alla visione. E ci porta a domandarci: che tipo di luogo vogliamo creare? Come le nostre menti e i nostri corpi lo alimentano e lo contaminano? Quali energie portare in campo? Questo domandarsi ci ha portato, come team, a fondarci e a proseguire quanto fatto finora: per Loris innanzitutto è una sfida ed una responsabilità aver portato in questo contesto altr* professionist* e proporre loro di costruire assieme un virtuoso ecosistema. Per chi ha risposto alla chiamata, invece, si tratta di un atto di coraggio, una chiara presa di posizione e, di certo, un profondo amore verso un futuro tutto da scoprire: nasce così il Centro Teatrale Campano APS, come un frutto dello scegliersi, del prendersi per mano e, ci si augura, del compiere un lungo cammino.
Scrivete esplicitamente di non voler essere «colonizzatori di spazi vuoti» e rifiutate una rappresentazione del Sud come luogo romanticamente sospeso nel passato o identificato esclusivamente con la lentezza. È una presa di posizione molto netta: da quale esperienza o necessità nasce e quale immagine del Sud vorreste contribuire a costruire attraverso il CTC?
Spesso sentiamo parlare di un Sud che va educato, sensibilizzato. E senza dubbio, come accade ormai da secoli, il Meridione è una questione. È impossibile non sentire un divario di offerta e domanda culturale rispetto al Nord. Questo dato di fatto non vogliamo usarlo per definirci rieducatori di luoghi senza cultura, senza sensibilità. Questo tipo di idea ci fa sentire colonizzatori di posti che in realtà ci appartengono profondamente. Quasi tutti i membri fondatori del CTC hanno origini del Sud e tutt3 noi abbiamo avuto percorsi in diverse città per poi sentire una forte spinta al ritorno a casa. Per noi Campagna, dove abbiamo sede, e tutto il Sud e la periferia sono interlocutori da conoscere per attivare un dialogo nutriente per tutt3, dove le nostre proposte non possono calare dall’alto senza tenere conto delle esigenze specifiche. Nel nostro manifesto, infatti, chiariamo che vogliamo riconoscere il Sud come uno spazio vivo: riconoscerlo come esistente, come luogo da incontrare e non da colonizzare. È per questo che chiediamo ad ogni compagnia o artista in residenza da noi una progettualità che venga anche condivisa, pensata con e per il territorio.

Le residenze sono uno degli assi principali del progetto e le definite «rifugi creativi nella natura», pensati anche per sottrarre il processo artistico alle logiche produttive che spesso ne determinano tempi e risultati. Che tipo di tempo e di libertà volete offrire agli artisti che arrivano al CTC? E che cosa chiedete, invece, a chi viene ospitato?
Chi viene in residenza da noi trova uno spazio disponibile alla creazione immerso nella natura e in prossimità dell’abitazione privata di nonno Antonino con i suoi uliveti e animali: cani, gatti e galline sono altri abitanti del CTC. Ciò significa entrare in uno spazio in cui la cura e il rispetto dell’Altro sono cardini del lavoro stesso della compagnia. Lo spazio del CTC è a completa disposizione dell’artista a qualsiasi ora. Il tempo di lavoro giornaliero si espande. Ogni compagnia può abitarlo con libertà, rispettando solo gli orari dei corsi che abbiamo attivi per la comunità, nello specifico il corso di teatro e di yoga. Non chiediamo niente da un punto di vista economico: solo il tesseramento necessario e un piccolo contributo per spese vive e pulizie.
Nel vostro manifesto arrivate a definire Teatro «qualsivoglia movimento dell’umano» capace di comunicare attraverso corpo, voce e animo a una comunità partecipante. È una concezione molto estesa dell’atto teatrale. Che conseguenze ha questa idea sulle vostre scelte artistiche e sui criteri attraverso cui decidete quali progetti accogliere?
Partiamo dal concetto di teatro come luogo dell’osservazione. Per cui intendiamo l’atto teatrale come qualsiasi azione che esiste come atto comunicativo verso l’altro, come ponte: nello specifico, cerchiamo progetti che sappiano integrarsi e confrontarsi con una realtà periferica senza pregiudizi né preconcetti, entrando in un rapporto dialogico che possa portare a un arricchimento reciproco. Nel manifesto, chiariamo che la promiscuità è condizione preferenziale della nostra curatela artistica, anche per rispettare la molteplicità di esperienze che caratterizzano noi del CTC. Per cui speriamo che le conseguenze siano possibilità infinite di incontri con molteplici atti artistici declinati in plurime possibilità di sguardi.
Anche il rapporto con la natura sembra essere parte integrante della vostra identità e non semplicemente lo scenario nel quale si trova il Centro. In che modo il paesaggio, gli ulivi, le stagioni e la dimensione rurale possono entrare concretamente nei processi artistici che ospiterete?
La dimensione naturale offre un approccio immersivo e intensivo nel lavoro. Essere lontani dai maggiori centri abitati consente un effettivo distacco dai ritmi ai quali siamo abituati. Ci piace pensare che lo spazio del CTC permetta un movimento dal fuori al dentro di sé. Gli uliveti e l’orto sono spazi che possono essere vissuti e abitati attivamente durante il lavoro. Abbiamo avuto testimonianza di questo dalle parole stesse delle persone che hanno già lavorato da noi, per le quali le coordinate spazio-temporali subiscono una naturale e fisiologica espansione.
Il CTC nasce nel 2026 ed è quindi un progetto che si trova letteralmente all’inizio del proprio percorso. In questa fase che cosa vi interessa capire, prima ancora che dimostrare? Quali domande state ponendo a voi stessi mentre costruite l’identità del Centro?
Speriamo che dimostrare non rientri mai nei nostri interessi: preferiamo capire, chiederci. Vogliamo farci le domande giuste, essere onesti con noi stess* e con la nostra idea di arte, di teatro. Ciascun* di noi si chiede: qual è la mia idea di teatro? Come si applica praticamente al mio atto creativo? Che posto voglio occupare nel sistema teatrale? Cosa vuol dire avere cura? Cosa vuol dire curatela? Come possiamo non dimenticarci di coltivare la nostra autorialità mentre accogliamo atti creativi di altr* artist*?

La webzine di Theatron 2.0 è registrata al Tribunale di Roma. Dal 2017, anno della sua fondazione, si è specializzata nella produzione di contenuti editoriali relativi alle arti performative. Proponendo percorsi di inchiesta e di ricerca rivolti a fenomeni, realtà e contesti artistici del contemporaneo, la webzine si pone come un organismo di analisi che intende offrire nuove chiavi di decodifica e plurimi punti di osservazione dell’arte scenica e dei suoi protagonisti.
















