Musica in Te(atro). Intervista a Tindaro Granata

Apr 23, 2019

Nella presentazione del laboratorio “Musica in Te(atro)” a cura di Theatron 2.0 che condurrai a Roma dal 2 al 5 maggio, scrivi che “attraverso una canzone si può raccontare la propria storia”. Perché al provino con Massimo Ranieri, nel 2002, hai portato “Lu pisci spada” di Domenico Modugno? Che storia volevi raccontare?

Se hai qualcosa da raccontare, riuscirai a trasmettere il tuo pensiero e la tua storia qualsiasi forma tu utilizzerai. Io, da contadino che ero, l’unica porta che potevo usare per entrare nel mondo dei miei sogni era la musica e proprio facendomi guidare dalle sensazioni date dalla musica ho costruito mille e centomila vite parallele alla mia, immaginando storie. Ancora adesso faccio così. Per esempio, mentre guido in autostrada, metto la musica ad alto volume e durante il viaggio divento un principe, una regina, un supereroe, un panettiere, un politico che deve salvare il mondo, un santone che sposta le montagne con la forza della magia, un alchimista che inventa un’azione per fermare il tempo, un angelo che interviene prima che accadano gli incidenti, un pesce che gira sotto i mari e vede al buio, un uccello che vola sopra montagne innevate… oppure un gran figo che fa innamorare tutti quelli che mi piacciono! Mimmo Modugno è stato ed è il mio idolo di tutti i tempi, lo considero un grande artista, un padre, un modello, una fonte di ispirazione e al provino con Massimo Ranieri, quello che poi mi ha iniziato al mondo del teatro, volevo raccontare tutto quello che avevo ricevuto dalle sue canzoni, tutta la sua storia, che era ed è un po’ anche la mia e la nostra storia. Con “Lu pisci spada” volevo raccontare di un ragazzo che non ha paura dei secoli e non ha paura delle notti per poter arrivare a raggiungere la sua luce, o meglio, la luce che i cieli gli hanno destinato. Ognuno di noi ha una stella che il destino gli ha donato e non sempre si riesce a capire qual è la propria stella, lo si capisce solo dopo che si è ottenuto parte di ciò che si desidera… io l’ho capito molto dopo qual era la luce della stella destinata a me.

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Hai una formazione non accademica: chi consideri i tuoi maestri e quali insegnamenti ti hanno trasmesso?

Tempo fa avrei risposto Massimo Ranieri. Adesso, a distanza di 17 anni, posso dire che non ho dei veri maestri ma degli artisti che per me sono stati e sono fonte di ispirazione e li divido in quattro gruppi. Nel primo gruppo cito tre registi con cui ho cominciato un percorso di crescita che vorrei durasse altri mille e mille anni, perché che mi hanno insegnato a confrontarmi con una parte di me che non conoscevo e a trovare gli strumenti per dar vita alle loro richieste: Carmelo Rifici mi ha dato la consapevolezza che è possibile cercare quello che è nascosto dentro/dietro le parole, il senso della scrittura; Serena Sinigallia mi ha dato la forza di spingermi oltre i limiti che avevo e che ho, e mi ha insegnato a vivere il nostro mestiere come un insieme del lavoro di tante persone; Andrea Chiodi mi ha dato la possibilità di seguire il mio istinto fino a quella libertà che toglie la paura di sbagliare. Nel secondo gruppo ci sono i miei colleghi. Credo che gli attori, quelli bravi, siano fonte di grande ispirazione per migliorarsi e per raggiungere di volta in volta mete sempre più lontane da ciò che ci rassicura e da ciò che ci rende infecondi automi. Ci tengo a precisare che per me bravi significa tante cose insieme, tipo: essere generosi, prendersi cura del lavoro, cura assoluta dei colleghi, avere desiderio di far bene e donarsi con umanità al progetto che si sta facendo e alle persone che ne fanno parte, avere rispetto assoluto del pubblico, che preveda un reale confronto.
Nel terzo gruppo metto la gente che guardo per strada. Nel senso che io osservo molto e quando vedo una cosa che mi colpisce mi annoto la scena che ho visto. Per esempio, se vedo due che litigano, cerco di capire le loro reazioni, come mettono il corpo, come usano la voce, chi è che attacca e chi è che si deve difendere, come poggiano i pedi a terra, come usano le mani, tutto… Prendo nota di ciò che mi colpisce per poterlo usare quando dovrò scrivere, dirigere o interpretare un personaggio che litiga in scena.
Il quarto gruppo è formato dai miei grandi idoli di sempre, da sempre presenti in me e nei miei lavori: Eduardo De Filippo, Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Ettore Scola, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Gianmaria Volontè, Mariangela Melato, Federico Fellini, Anna Magnani, Roberto Rossellini, Aldo Fabrizi, Totò, Domenico Modugno e Mina. Ovviamente adesso seguo con la stessa passione e attenzione anche molti artisti contemporanei e ci tengo a precisare che non sono un amante del vecchio o del passato, amo ciò che per me è arte, senza tempo e senza categorie.

Il tuo ultimo spettacolo, Dedalo e Icaro, racconta l’autismo attraverso il mito greco. Qual è il labirinto più oscuro che hai attraversato nel tuo percorso teatrale?

Mentre penso alla risposta sorrido sotto i baffi che attualmente non ho. Forse è banale dirlo, ma il labirinto più oscuro, perverso, disumano e senza speranze è Tindaro Granata. Non riesco a scindere me dal mio lavoro, perché ci metto l’anima, nel bene e nel male e spesso io sono il labirinto di me stesso dentro al quale mi perdo. Possiedo, come tutti, delle zone d’ombra che mi fanno paura e che tengo nascoste a tutti, a volte riesco a starne fuori, altre invece mi ci perdo dentro e faccio fatica ad uscirne. Posso risponderti però, ritornando al teatro, dicendoti che alcune volte ho accettato dei lavori dei quali mi sono vergognato e pentito perché non stavo bene con me stesso e con le persone con le quali mi trovavo. Ecco, quello è stato il labirinto peggiore dal quale sono dovuto uscire.

Ogni mese mandi una newsletter speciale al pubblico che ti segue, raccontando storie e pezzetti della tua vita. Quando prendi questi appunti?

Mentre cammino per strada, mentre piango per qualche cazzata che ho combinato o mi hanno combinato, mentre mi succede una cosa strana e me la stampo in testa per poi raccontarla, mentre sono seduto la notte a sentire il vuoto, mentre ho paura di morire, mentre mi spaventa l’idea di non aver dato nulla a chi amo, mentre ho voglia di fare l’amore e non posso, mentre penso ad un film che mi ha fatto piangere, mentre piango per una mia incapacità, mentre sono solo.

Da dove parti per scrivere un testo?

Da una storia che mi colpisce, che mi si impasta nel cervello e non si stacca fino a quando non la metto su un file Word. Se capisco che quella storia potrebbe essere mia come potrebbe essere tua, se intuisco che quella storia vuole dire, suo malgrado, qualcos’altro oltre il semplice racconto dei fatti, significa che è la storia giusta da raccontare, o perlomeno lo è per me.

Nel 2016 il tuo “Geppetto e Geppetto” ha vinto l’UBU come migliore novità drammaturgica ed è stato definito da Renato Palazzi “uno degli spettacoli più importanti dell’anno”. Secondo te cosa rende importante uno spettacolo? 

Non lo so. Credo che ognuno di noi abbia un parametro personale che gli fa dire cosa è e cosa non è importante. Alcune volte, come nel caso di Geppetto e Geppetto, è importante perché la storia di questa famiglia omosessuale diventa universale poiché tutti si possono ritrovare o rispecchiare in quei personaggi e in quelle dinamiche, pur appartenendo ad una famiglia tradizionale. In altri casi per esempio se parliamo di un genio come Kubric le sue opere erano importanti perché non si basavano su un riconoscimento universale di una storia ma erano lo svelamento di un qualcosa che l’uomo non era riuscito a comprendere fino ad allora. Quindi mi viene da rispondere che uno spettacolo è importante se dal momento che esiste riesce a cambiare il modo di pensare della gente.

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