Mediterraneum Proximum. Al crepuscolo dell’esistenza

Ago 19, 2026

Che il cambiamento climatico fosse in corso lo sapevamo da decenni, e da lungo tempo eravamo stati allertati pure dei rischi.
Abbiamo iniziato a parlare diffusamente di ambiente ed ecologia quando il cambiamento è diventato crisi e le narrazioni distopiche, tra diluvi universali e aridità soffocanti, sono diventate nient’altro che il nostro meteo.
Nell’imminente futuro, i più alti livelli di ingiustizia sociale si verificheranno tra chi potrà permettersi di vivere a temperature sopportabili e chi no. Altro che climatizzatori, la nuova frontiera dell’esistenza sono i “bunker anticaldo”, rifugi sotterranei che mantengono una temperatura costante senza utilizzo di energia elettrica. Bunker.
Il nostro è un vocabolario bellico, ma non è la natura a farci la guerra. Ad avviare il conflitto siamo stati noi e, dopo aver depredato tutto e più di tutto ciò che fosse possibile usurpare, quel conflitto lo abbiamo anche perso.
Il mondo che avevamo conosciuto sta scomparendo, una sparizione che ci ostiniamo a rinominare emergenza.

L’oppio dei popoli nell’era del turbocapitalismo è il possesso. Possedere cose. Cose utili, cose inutili. Cose che ci hanno distratto, imbarbarito, incattivito, impoverito. Cose con cui abbiamo violentato la Terra. Cose deteriorabili. Deteriorabili ben più lentamente di noi. 
Da secoli, sul tavolo dei potenti si gioca una partita a Risiko con il nostro destino. Affoghiamo in un mare senza più acqua. 
Sul fondale prosciugato del Mediterraneo il residuo plasticoso del nostro perpetuo desiderare, assieme ai corpi di chi, nella traversata, ha cercato la vita e trovato la morte. Mediterraneum Proximum. E anche noi prendiamo fuoco, l’ultima produzione di IAC – Centro Arti Integrate, con la regia di Andrea Santantonio e la drammaturgia di Marta Polidoro, parte da qui. Quando. Tra centomila anni. Dove. Su una piattaforma per l’estrazione del petrolio, in mezzo al mare, ma senza più mare; degli scogli. È la fine della festa. 
Una festa che finirà tra centomila anni, oppure no. Oppure mo.

mediterraneum proximum
Ph Anna Pia Mastrosabato

Lo spettacolo è la fase produttiva di “Mediterraneum Proximum”, un progetto ideato da Nadia Casamassima e Andrea Santantonio, direttori artistici di IAC, per interrogare collettivamente il Mediterraneo come spazio di memoria, serbatoio delle ingiustizie del presente. Un’indagine teatrale e politica che si è innestata sulle pratiche artistiche e le molte azioni culturali rivolte alla cittadinanza che IAC realizza instancabilmente, da oltre un decennio, a Matera.
Incontriamo questo lavoro a Metaponto, tra le mastodontiche colonne del Tempio di Hera, seconda tappa della tournée organizzata in diversi siti archeologici lucani.
Siamo in Basilicata, la regione con le maggiori riserve di petrolio su terraferma d’Europa. «Qui è come il Texas», si dice, e da quarant’anni i colossi dell’oro nero ammalano e impoveriscono la terra. 
Ispirandosi alla Saga degli Atridi e all’Agamennone di Eschilo, la drammaturga Marta Polidoro ha raccolto l’esito delle ricerche di IAC e, dopo un lungo periodo di indagine sul campo, condotto di concerto con la compagnia, ne ha intessuto la trama mitologica al crepuscolo dell’esistenza.

La drammaturgia non riscrive ma sovrascrive la tragedia con un’ambiguità che sfasa relazioni e strutture mitiche, preservando i tratti archetipici dei personaggi. 
A popolare questo Mediterraneo dopo la fine sono figure che arrivano dalla tragedia antica, ma che del mito conservano soprattutto le ferite.
Agamennone (Salvatore Tringali), non più soltanto il condottiero di ritorno da Troia, appartiene a una dinastia che ha fatto dell’estrazione petrolifera il proprio potere. Clitemnestra (Nadia Casamassima), lasciata sola per dieci anni, ha preso in mano l’impianto e ne rivendica il comando, trasformando la regina di Argo nella dirigente di una macchina produttiva spinta fino al collasso. Tra loro si inserisce Cassandra (Barbara Scarciolla), una giovane donna attraversata dalle visioni, condannata a vedere ciò che gli altri non vogliono vedere, che Agamennone arriva a imbavagliare.
Intorno al triangolo tragico, il testo apre il mito anche ad altre presenze, Bahr (Dolores Gianoli) e un coro di Donnepesce, corpi che il mare ha sottratto alla morte modificandoli, attraverso una metamorfosi che ha fatto crescere loro le branchie. Infine, Partenope e Leucosia (Vincenzo Accetta e Francesco Zaccaro), sirene trasformate in testimoni ironiche di un mondo di cui osservano i detriti.
Sulla scena, cubi neri a comporre e scomporre la piramide dei rapporti di potere tra i personaggi. Una verticalità con cui Santantonio costruisce la regia di una drammaturgia complessa, stratificata, compiendo la scelta di minimizzare l’impatto visivo dell’allestimento scenico e massimizzare, per disposizione, l’interpretazione delle attrici e degli attori.

Acqua e petrolio sono i due liquidi antagonisti di questo mondo, sostanze che si somigliano nella capacità di invadere, sommergere, aderire ai corpi, ma che producono effetti opposti. L’acqua accoglie, trasforma, conserva la possibilità della vita; il petrolio immobilizza, avvelena, soffoca. Se il mare ha fatto delle naufraghe delle Donnepesce, adattandone i corpi alla sopravvivenza, l’oro nero rappresenta invece il tentativo umano di piegare ogni forma vivente alla propria necessità.
Il petrolio è, in questo senso, un anti-acqua, non genera metamorfosi, consuma.
Sullo sfondo un telo squarciato come unica, gigantesca branchia, intrappola le Donnepesce. Sottratte al mare e costrette sulla terraferma, non possono respirare e per mantenerle in vita viene loro somministrata l’acqua di produzione derivata dai processi estrattivi. Una soluzione che è soltanto un’altra faccia della violenza: «stanno respirando petrolio».
Il sistema che ha cancellato il loro habitat concede alle sopravvissute una possibilità di esistenza contaminata dalla stessa sostanza responsabile della catastrofe. Non l’acqua, ma il suo simulacro industriale.

Mediterraneum Proximum. E anche noi prendiamo fuoco trasferisce così nel sottosuolo uno dei nuclei più antichi della tragedia: la hybris, la dismisura di chi oltrepassa il limite perché non riconosce più l’esistenza di un limite.
Nella casa degli Atridi il petrolio sostituisce progressivamente il sangue come principio di trasmissione della colpa. Clitemnestra ha governato l’impianto durante l’assenza di Agamennone, ne ha aumentato la produzione, ha ordinato di andare più a fondo, di scavare ancora. «Io ho scoperchiato il fondo della terra», rivendica Clitemnestra quando la responsabilità non può più essere rimossa.
La hybris contemporanea non ha bisogno dell’eroe che sfida apertamente gli dèi, perché si esercita attraverso il lessico ordinario della produzione. Scavare di più, estrarre di più, possedere di più. Il peccato tragico è una procedura aziendale.
E gli dèi, del resto, non hanno nessuno da punire. Se ne sono andati. 

mediterraneum proximum
Ph Anna Pia Mastrosabato

Privata della trascendenza, la tragedia riconsegna agli esseri umani l’intero peso della propria azione. «La colpa è per forza nostra», riconosce Agamennone. Il mare prosciugato eccede la distopia ecologica.
Quando l’acqua arretra, ciò che avevamo affidato alla sua capacità di nascondere ritorna alla superficie. Rifiuti, morti, responsabilità.
Il petrolio è il sangue nero degli Atridi, la sostanza attraverso cui la maledizione genealogica incontra quella ambientale. Si estrae dal corpo della terra come nella tragedia si versa sangue dai corpi. E, come il sangue, genera altro sangue.
Ma lo spettacolo sembra sottolineare proprio il momento in cui questa equivalenza può spezzarsi.
Quando Clitemnestra potrebbe portare a compimento il destino assegnatole dal mito e uccidere Agamennone, arretra davanti all’ennesimo sacrificio: «Sacrificare ancora, ma per cosa poi?».
L’interrogativo non riguarda più soltanto la vendetta familiare. Riguarda un’intera civiltà incapace di immaginare la propria sopravvivenza se non attraverso il consumo di qualcos’altro.

La hybris dell’estrazione raggiunge il suo punto terminale quando scopriamo di non essere separati dalla materia che abbiamo consumato. Brucia il petrolio, brucia la terra, bruciano i corpi. E anche noi prendiamo fuoco. 
Il ritorno all’acqua non è una redenzione pacificante. Quando nella scena finale finalmente piove, arriva un’acqua che nessuno possiede e nessuno produce. Non ripristina il mondo precedente, ne rende – forse – immaginabile un altro.
Piove. Non abbastanza da cancellare i morti, guarire la natura, assolvere chi l’ha devastata. Abbastanza, forse, perché qualcuno torni a respirare.
La festa, allora, potrebbe davvero essere finita. Tra centomila anni, oppure mo

Una produzione di IAC Centro Arti Integrate
Regia: Andrea Santantonio | Drammaturgia: Marta Polidoro
In scena: Nadia Casamassima (Clitemnestra), Barbara Scarciolla (Cassandra), Dolores Gianoli (Bahr la Donnapesce), Salvatore Tringali (Agamennone), Vincenzo Accetta e Francesco Zaccaro (le Sirene Partenope e Leucosia)
e con: Maria Allegretti, Maddalena Bonelli, Ilaria Boniburini, Nicole Di Stefano, Marica Guerricchio, Anita Ianniello, Grazia Marroccoli, Rita Montinaro, Monica Pintozzi, Ale Tarasco, Stella Tota, Mariella Venezia (coro delle Donnepesce)
Musiche: Antonello Tosto | Disegno luci: Joseph Geoffriau
Assistente di produzione: Anna Pia Mastrosabato | Organizzazione: Sonia Polimeno
Progetto grafico: Tommaso Schiuma
Lo spettacolo è realizzato nell’ambito della rassegna “IN-CEDERE. Il fluire del tempo in Lucania” – II edizione, promossa dai Musei Nazionali di Matera – Direzione Regionale Musei Nazionali della Basilicata.
Progetto beneficiario del Bando “Valorizzazione delle Attività di Spettacolo dal Vivo da parte di Istituti e Luoghi della Cultura Statali 2026” della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.

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