La danza di Maguy Marin, vincitrice del Leone d’Oro alla Carriera nel 2016, è una danza che scuote e che lascia scomposti, spettina i pensieri, genera interrogativi. L’assurdo beckettiano, cucito tra silenzi e parole, viene qui danzato attraverso un cast di dieci performer impeccabilmente incarnati nel ruolo. May B porta sulla scena i personaggi dell’universo di Samuel Beckett, i vuoti, i nodi concettuali e gli strumenti espressivi dell’autore, rivelando così un lavoro di transcodificazione che nel tempo mantiene immutato il suo successo. Maguy Marin crea una scrittura scenica capace di far dialogare passato e presente, realizzando una performance pienamente accessibile e rendendo tangibile l’ineluttabile tensione dell’essere. Il Teatro Bellini di Napoli ospita il capolavoro della coreografa francese offrendo dunque uno spettacolo imperdibile che, pur risalendo a quarant’anni fa, conserva sorprendente vitalità.
Emblema di una gestualità espressionista e a tratti grottesca, in cui il corpo e lo spazio scenico divengono medium per riflettere sulla condizione umana, May B richiama così i simboli della Nouvelle Danse tramite un valzer corporeo prima che musicale. I danzatori sono ironici, prima immobili poi scattanti, energici, drammaticamente reali e al contempo bizzarri.
Ciò che mostrano in scena è forse Beckett stesso? Nella costruzione, nell’ideazione, nella composizione e nel diffondersi di opere esilaranti, ambigue, riflessive e coinvolgenti. I visi scavati e le espressioni enigmatiche, i loro corpi neutrali, vestiti di polvere – la stessa che fuoriesce e si spande nell’aria durante i loro movimenti – avanzano sulla scena con convinzione. Il loro cammino, perfettamente sincronizzato, evoca Passi di Beckett (Footfalls, dramma del 1975) in cui il ritmo governa l’intera pièce e, proprio come un metronomo immaginato dall’autore per la sua opera, Marin adatta la May beckettiana alla performance. Il grigiore e la ripetitività costante dei suoi movimenti – atti a scandire i secondi esatti – vengono danzati mostrando così il rimuginare incessante che blocca l’individuo nell’ossessività e nella ripetizione. Per questo la danza è puntuale e non si propaga. Per questo i suoni non maturano in parole: la gestualità, profondamente umana, non pretende la perfezione virtuosistica ma è, invece, esattamente incline ai topoi a cui attinge.
Lo spettatore è affascinato e coinvolto prima ancora dell’apertura del sipario, grazie alla musica che permea lo spazio. Marin crea un climax ascendente di corpi e i performer mettono in scena l’ambiguità, l’ironia e il conseguente squilibrio che “tutto quanto” comporta per l’audience. Questa, quasi sull’attenti, si mette in ascolto per il fischio che richiama al movimento: musica, passi, laringalizzazioni e stop glottali impeccabilmente resi armonizzano le sequenze e le situazioni, dando voce e corpo al testo beckettiano.
Finale di partita, Aspettando Godot, Più pene che pane: opere e figure del Teatro dell’Assurdo rivivono con la performance di Maguy Marin che si fa portavoce della complessità dell’esistenza, del difficile percorso individuale e collettivo a cui gli eventi ci sottopongono. La scena si configura come un campo di osservazione che esige attenzione, in cui una serie di gesti ordinari viene isolata, ricomposta e sottoposta a una rigorosa logica performativa. La torta di compleanno, il sorriso condiviso – progressivamente forzato fino a una soglia quasi isterica, dilatato e contratto come un riflesso condizionato – e la scoperta del sé e dell’altro attraverso il tatto, inteso come dispositivo di riconoscimento ma anche di scarto, tutto questo costruisce una drammaturgia del quotidiano che si fa gradualmente instabile. Il cambio d’abiti, concepito come rito di passaggio, prepara l’ingresso della valigia, oggetto carico di promessa e al tempo stesso di negazione: non innesca il viaggio, quasi frena gli spostamenti, suggellando una non-partenza che diventa poi il centro dell’intera azione scenica. Ne emerge una partitura composta da azioni e micro-azioni, in cui i movimenti ondulatori, provocatoriamente precisi e reiterati, vengono trattenuti e misurati fino a restare intrappolati in una condizione di assurdo esistenziale. È qui che la performance trova il suo nucleo più efficace: nello slancio continuamente neutralizzato, nell’evidente difficoltà di ogni tentativo di avanzamento che trasforma l’immobilità in tensione e materia coreografica.
May B si conferma un lavoro complesso, ampiamente approfondito e attentamente studiato, creato con premura per ambire alla scoperta e alla consapevolezza dello stare al mondo.
Ciò che resta è più di una traccia: polvere di abiti, scarpe al suolo, una luce che si affievolisce al centro della scena e il dubbio che non ci sia una fine ma un nuovo ritorno al punto di partenza.
Un fischio.
«FINI.
C’EST FINI.
ÇA VA FINIR.
ÇA VA PEUT ÊTRE FINI.»

Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.














