Matera Città Aperta: l’arte della cittadinanza

Lug 1, 2021

Matera Città Aperta a cura di Cecilia Carponi e IAC – Centro Arti Integrate, edito da Cue Press nel 2021, è un libro di memorie esperienziali, riflessioni, testimonianze, che costituiscono oggi quel che rimane del progetto artistico Matera città aperta co-prodotto da IAC e dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019 nell’anno di Matera Capitale Europea della Cultura.

È riflettendo sul concetto di accessibilità degli spazi urbani e, per estensione, sulla funzione sociale e quindi politica della configurazione spaziale dell’accessibilità, che Andrea Santantonio e Nadia Casamassima, con la consulenza artistica di Andrea Porcheddu, danno vita al progetto/spettacolo Matera Città Aperta dimostrando l’efficacia dell’azione teatrale come realtà rappresentata. 

A questa realtà è possibile accedere attraverso la lettura di Matera Città Aperta tra racconti e testimonianze sensibilmente creative che danno forma all’immaginario distopico e provocatorio di un mondo lacerato e scomposto in sezioni parallele. Così, l’azione teatrale e l’azione discorsiva, si sviluppano per stazioni successive e indipendenti come ramificazioni di un albero, le cui radici affondano nel terreno fertile delle arti, nutrite dalla profonda e condivisa convinzione che l’azione culturale possa essere il motore del cambiamento sociale.

Ponendo attenzione alla dimensione politica del teatro, alla sua efficacia, alla speranza per un futuro che è già presente, Andrea Porcheddu narra la storia di quello che è stato, nella sua essenza, il progetto Matera Città Aperta con la stesura del brano Un viaggio verso il futuro; accompagnandoci nella lettura de La piazza negli occhi degli artisti e Abitare la piazza, capitoli che documentano l’apporto creativo di artisti e tecnici e la modalità di lavoro che ha caratterizzato tutto il processo, allo stesso tempo individuale e collettivo, fatto di incontri e discussioni pubbliche, di lunghe sessioni di prove, di laboratori coreografici aperti alla cittadinanza e accogliendo le riflessioni di artisti quali, per citarne alcuni, Vincent Longuemare, Soyoung Chung, Erika Galli, Daniele Ninarello e Teho Teardo

L’ultima tappa del viaggio è arricchita dal pensiero critico di Alessandro Toppi, Michele Sciancalepore, Emmanuele Curti, nella sezione Raccontare l’effimero e dalla presentazione del testo drammaturgico Matera Città Aperta, a sua volta impreziosito dal repertorio fotografico dello spettacolo, a cura di Luca Centola.

Matera Città Aperta è simbolicamente e significativamente rappresentato in sette episodi unici, dal 30 settembre al 6 ottobre 2019, nella piazza principale della città; piazza abitata per l’occasione, da un corpo collettivo di artisti e cittadini impegnati nel creare, disfare e ricreare lo spazio performativo e sociale di una città-teatro, luogo o non-luogo di possibilità espressive.Nel corso dello spettacolo la scenografa Soyoung Chung costruisce un muro-monumento che divide in due piazza Vittorio Veneto: è impedendo ai cittadini lucani il passaggio da un lato all’altro della piazza, che viene metaforicamente e concretamente impedita la libera determinazione di sé attraverso lo sguardo dell’altro.

Dove la politica si esprime nell’esercizio della forza repressiva si ergono muri, confini, la storia dell’uomo che è storia di migrazioni è negata nella sua essenza e quello che si afferma, nell’Italia del 2019 con il Decreto Sicurezza bis, promosso dall’allora Ministro dell’interno Matteo Salvini, è l’indifferenza per la violazione dei Diritti Umani. 

Soyoung Chung sfida i cittadini spettatori ad attuare un distanziamento che somiglia a una soluzione definitiva. Ancor più nefasta e grottesca se letta oggi, alla luce degli avvenimenti storici del nostro presente affetto dalla pandemia Covid-19. Muro-monumento d’arte o dispositivo di sicurezza in plexiglass, che vogliamo riconoscere come simbolo di speranza nella sua potenziale e doppia funzione di protezione e di apertura verso mondi altri in cui ogni cittadino e artista, partecipa alla costruzione di spazi estetici e di opere d’arte.

La dimensione creativa del progetto, l’impegno sociale ed estetico di chi ha contribuito alla realizzazione e alla documentazione di quest’esperienza, confluita nel libro omonimo, a cura di Cecilia Carponi e IAC, potrebbe rimandare per affinità intellettuale al pensiero rivoluzionario di Paulo Freire. Così l’azione pedagogica ed estetica teorizzata da Freire come educazione liberatrice, atto di conoscenza sulla realtà oggettiva e processo di coscientizzazione, si esprime nell’atto creativo di un’opera teatrale che vuole essere provocazione, monito, avvenimento distopico. 

La volontà di trasformare la realtà è implicita nell’azione culturale che è allo stesso tempo azione politica e di cui Matera Città Aperta ne è esempio e compiuta espressione. Sfogliando le pagine di Matera Città aperta potremmo esser colti dalla voglia di progettare il ritorno, come afferma Nikolaj BerdJaev, e «a una società non utopistica, meno “perfetta” e più libera» in grado di rendere l’individuo consapevole delle proprie potenzialità creative e dell’unicità e l’insostituibilità della sua partecipazione alla produzione culturale, non più delegata ai professionisti del settore ma agita da ognuno.

Matera Città Aperta – Un viaggio verso il futuro di Andrea Porcheddu

[…] Siamo, con Matera Città Aperta, di fronte all’evidenza di un teatro non più di parte, ma che si fonda su criteri di immediata riconoscibilità e applicabilità. Ossia a una sua capacità di ‘porsi al meglio’, e in quanto ‘teatro politico’, in una prospettiva che abbraccia i mezzi di produzione sia alternativi (il percorso indipendente di IAC) sia ufficiali (il sostegno della fondazione Matera-Basilicata 2019) senza per questo abdicare alla vocazione di intervento ‘terapeutico’ nel contesto umano e urbano. Inoltre, tornando all’analisi di Vincentini, non si riscontra, come nel ‘teatro politico’ propriamente detto, una connessione immediata e diretta con la lotta politica (l’autore faceva riferimento agli anni Settanta), ma l’esito politico effettivamente verificabile, in termini di ‘efficacia’, viene affidato alla qualità della messa in scena, alla risposta del pubblico, alla condivisione di un dubbio, di un interrogativo potente che mette in discussione i canoni economici, le ‘sovrastrutture’ culturali del sistema sociale e culturale italiano. Il teatro politico, insomma, rivendica la sua funzione terapeutica e catartica, di intervento e di cambiamento dell’Uno e dei Molti, tenendo alta la vocazione teatrale, il suo essere qualità, quello che De Marinis chiama «teatro tour-court». Ossia metafora, allusione e illusione, oppure ancora ‘rito-gioco-festa’. Proprio questa triade di termini, evocata dallo studioso bolognese, è l’ultima chiave d’accesso per il lavoro fatto da IAC per Matera 2019. Rito: perché del teatro ha mantenuto la sacralità e profondità, momento collettivo e di trasformazione, di riflessione e di democrazia discorsiva. Matera Città Aperta ha reso la piazza nuovamente Agorà, la città polis, il teatro luogo di discussione e riconoscimento. Gioco: perché al suo interno, lo spettacolo ha aperto spiragli cospicui al gioco collettivo, al coinvolgimento, gioco cui gli spettatori si sono prestati ben disposti. Ma lo spettacolo arrivava anche alla aguzza parodia di quegli ‘intrattenimenti’ oggi tanto alla moda e tanto condivisi. Fino a che punto, si chiedevano gli attori e chiedevano a noi spettatori, il ‘gioco’ ci distrae dalla realtà? Festa:perché in fondo festa è stata, partecipata, libera, vivace, allegra, pensosa, complessa. Festa del teatro e della gente, festa di Matera, dei suoi cittadini, della piazza invasa dalla sana follia di Andrea e Nadia. Mi pare, a distanza di tempo, di poter davvero tirare un filo rosso da quel primo spettacolo, catacombale, sotterraneo, notturno, lirico, a questo che invece si prende lo spazio della collettività, della politica, della lotta. Un teatro che sa delineare uno scenario distopico, cupo e pauroso, e al tempo stesso chiamare in causa tutti e ciascuno, affinché quel futuro non si realizzi. Matera Città Aperta, nella capitale della cultura 2019, ha lasciato intendere ciò che si stava realizzando accanto a noi, dentro di noi. Il futuro è già iniziato. Ma, forse, si può ancora cambiare.

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