Siamo allo Spazio Diamante di Roma per il Festival InDivenire, ideato nel 2017 da Alessandro Longobardi e diretto da Giampiero Cicciò, un appuntamento che ogni anno si impegna nella ricerca teatrale contemporanea e nell’osservazione del teatro nel suo farsi, nel suo stato ancora instabile e vitale. Nell’attesa di vedere Maria Indesiderata della compagnia Gravina/Martorana – progetto vincitore del festival – scorgiamo alcune poltrone che riportano la scritta “riservato” in una dislocazione isolata e imprevedibile: segno che qualcosa succederà, o forse che qualcuno è già tra noi.
L’allestimento si apre con una rhesis dell’Ippolito euripideo, interpretato da Alessandro Burzotta, solitario sul palco. Un fastidioso applauso proveniente dalle retrovie della platea ci sorprende ma chiarisce subito la dimensione metateatrale di Maria Indesiderata: è Maria – personaggio per cui Marcello Gravina ottiene il premio come migliore interpretazione maschile – che a più riprese irrompe nello spazio dello spettatore, abitando la platea prima ancora della scena. Il confine tra pubblico e personaggio si incrina immediatamente, e il teatro diventa il luogo ambiguo di una presenza che cerca disperatamente di essere vista.
Non riusciamo, né all’inizio né alla fine, a individuare uno schema narrativo ben preciso. O meglio: Maria Indesiderata si regge su un’alternanza di monologhi che ci vedono ora spettatori allo Spazio Diamante, ora spettatori nei profili social di Maria. Cosa succede realmente sul palco? Difficile restituirlo in un’immagine. A onor del vero non cade mai la quarta parete, perché lo spettatore è parte della finzione. Questa però è anche parte della realtà. E quando, insieme a Maria, assistiamo allo spettacolo di cui Burzotta è attore due volte, non sappiamo ancora che siamo proiettati, tra le nostre stesse realtà, anche nelle proiezioni e nelle esperienze di Maria. Un inception teatrale sapientemente sostenuto dalla retorica di Gravina che ben gli vale il premio vinto.
È inoltre significativo che i personaggi stessi sembrino slittare di nome e quindi di identità. Chiamiamo Ippolito l’attore interpretato da Burzotta perché è l’unica forma attraverso cui lo conosciamo: non sappiamo quasi nulla dell’uomo reale, esiste soltanto nella sua proiezione scenica, nella sua immagine performativa. Allo stesso modo Maria è anche Dori, come se la costruzione di sé passasse inevitabilmente attraverso una reinvenzione continua. Nessuno, nello spettacolo, coincide davvero con se stesso. Tutti, compresa la platea, abitiamo una soglia ambigua tra persona e personaggio, tra identità autentica e identità desiderata.
Ed è qui che Maria Indesiderata costruisce il suo impianto metateatrale più interessante, nella tensione costante tra ciò che è reale e ciò che è immaginato, tra ciò che accade e ciò che i personaggi desidererebbero accadesse. Il teatro classico, i social network, la fantasia ossessiva e la performance pubblica finiscono per sovrapporsi in un unico spazio percettivo. Maria ama davvero un uomo? O è assuefatta da un’immagine, un ruolo, una possibilità narrativa di salvezza sentimentale? E forse anche Ippolito esiste più come figura idealizzata che come persona concreta. Lo spettacolo suggerisce che ogni relazione contemporanea è anche una forma di rappresentazione, un montaggio emotivo continuamente alterato dal desiderio.
Il progetto mette in scena diversi nuclei tematici: la solitudine e la sua deriva patologica; il fanatismo; lo stalking; la compressione emotiva e identitaria prodotta dall’era dei social network. Il registro viaggia costantemente su due binari complanari. Da una parte la via comica di una Maria esuberante, debordante, sovraccarica di personalità. Un personaggio eccentrico nei costumi, nella postura, nei monologhi rivolti a un pubblico ambiguo: noi? I follower? Amici immaginari? Dall’altra parte la traiettoria drammatica – quasi tragica nel finale – visivamente condensata nella cremosa torta di compleanno che colora il palco fin dall’inizio dello spettacolo. Maria ha compiuto sessant’anni ed è una persona sola. Si innamora di un attore che rincorre sui palchi nazionali e perseguita ossessivamente; non ricambiata, promette vendetta.
Ed è proprio nella costruzione di Maria che il progetto trova il suo elemento più spiazzante e insieme più efficace. Il personaggio, così come l’interpretazione di Gravina, può concedersi questa dimensione comica anche perché è un uomo a vestire le sorti di una donna attempata, marginalizzata, sentimentalmente esclusa. E non parliamo di una caricatura en travesti né di una semplice operazione di deformazione grottesca. Al contrario, il lavoro di Gravina sfrutta lo scarto tra corpo maschile e identità femminile per produrre continuamente un’oscillazione tra ridicolo e pietà, tra eccesso performativo e fragilità autentica. La comicità nasce allora da una dismisura evidente – nei toni, nei gesti, nella fame d’attenzione – ma lascia progressivamente emergere il dolore di una figura che percepisce se stessa come invisibile, fuori tempo massimo rispetto ai codici della desiderabilità sociale, una Maria indesiderata.
Il progetto non è che uno studio in fase embrionale, come spiegano Anita Martorana e Victoria Blondeau, e trattiene ancora una moltitudine di stili sovrapposti. La presa sul pubblico non risiede tanto nel testo – switchato tra monologhi che fanno capo a una matrioska metateatrale e che finiscono per separare le due interpretazioni in due bolle quasi autonome – quanto nella qualità delle interpretazioni, eccellentemente calibrate sui due registri opposti. Burzotta è intenso, integro, drammatico nel suo Ippolito quanto Gravina è consumato, esagerato, scomposto nella sua Maria.
In particolare c’è un momento che raccorda i due interpreti in una fase onirica della narrazione: uno scambio clowneristico che progressivamente deraglia, in cui entrambi finiscono fuori asse dentro una climax di follia e straniamento. È lì che il linguaggio dello spettacolo smette momentaneamente di distinguere il comico dal tragico, lasciando emergere il nucleo più doloroso del progetto. Il decadimento di Maria non risiede nell’abbandono amoroso ma coincide con la presa di coscienza della propria condizione: una figura che continua a esibirsi pur sapendo di non essere più guardata.

Nasce a Roma dove si laurea in architettura alla Sapienza. Frequenta il master in Critica Giornalistica all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Si occupa di cinema e teatro e per Theatron 2.0 collabora con la scrittura di testi critici e attività di editing.















