Ci voleva forse un supereroe per raccontare come uno Stato possa stuprare una donna già vittima di violenza.
Antonio Latella — regista campano che dal 2004 vive a Berlino, primo italiano selezionato per il Theatertreffen dei Berliner Festspiele, artefice di un teatro che ha fatto della scena tedesca uno dei suoi orizzonti e della Volksbühne una seconda casa — chiude con Wonder Woman la trilogia sui giustizieri mascherati iniziata con I tre moschettieri e proseguita con Zorro. Sceglie l’amazzone dal lazo dorato, quello che costringe chi vi è avvinto a dire il vero, un lazo che sulla scena del Teatro Vascello si rivela cappio, corda con cui impiccare non il colpevole ma la vittima.
Il punto di partenza è un fatto di cronaca che l’informazione ha rapidamente metabolizzato e dimenticato dopo averlo disossato mediaticamente, lo stupro di gruppo ai danni di una giovane peruviana ad Ancona nel 2015. Il testo firmato con Federico Bellini attraversa la violenza ma non vi indugia, punta lo sguardo su ciò che viene dopo: gli interrogatori, i verbali, i giri di parole e di nastro con cui la burocrazia giudiziaria ribalta l’accusa. “Ma lei aveva bevuto?”, “ma lei cosa indossava?”, “ma lei perché non ha urlato?”: in quei ma si annida una cultura più subdola di qualsiasi etichetta contemporanea, una cultura che non si smantella con gli slogan ma con la stessa pazienza ossessiva con cui si è sedimentata, parola dopo parola, generazione dopo generazione. Come scriveva Abbie Hoffmann, esiste una differenza abissale tra rivoluzione politica e rivoluzione culturale: la prima ti chiede di scendere in piazza, la seconda cambia il tuo modo di pensare senza che tu te ne accorga.
Quattro attrici entrano dalla platea con le luci di sala ancora accese. Non interpretano un personaggio, sembrano frammenti di un’unica sostanza concreta, il corpo del reato che qui si fa carne e respiro. Chiara Ferrara incarna la dimensione tragica; Giulia Heathfield Di Renzi il sarcasmo come scudo; Beatrice Verzotti l’impeto e la ferocia; Maria Chiara Arrighini la razionalità dolente. Ma sono anche coro plurale, numero sempre tristemente cospicuo di donne che vivono la medesima sorte e si uniscono nel tentativo di trasfigurare la narrazione in rito, un tentativo che dopo i primi 40 minuti di pièce vediamo fallire, esattamente come nella realtà.
La scena nuda conferisce all’allestimento la spontaneità della testimonianza da parte di donne del popolo che dalla platea salgono a raccontare una storia vera, realistica, triste, che ci coinvolge come complici. Le musiche di Franco Visioli avvolgono la confessione senza mai sovrastarla. Finché i microfoni restano a terra, la testimonianza è modulata, rodata tra attrici di formidabile bravura che sanno giostrarsi nel ritmo, nella variabile inflessione della voce, nella musicale ripartizione dei silenzi; la regia sembra quasi nascondersi dietro i loro talenti, timida, a tratti invisibile. In queste prime decine di minuti dalla platea cogliamo evidenze, sottotesti, sfumature, una restituzione audace e complessa di quel che avviene dopo la violenza, nonostante la violenza, un nuovo stupro reclama le sue vittime, e inchiodati impotenti alle poltroncine, ci sentiamo piccoli, arrabbiati, lividi di disgusto. Poi i microfoni vengono raccolti, i loro cavi segnano un limite sul proscenio, rosso come le scarpe delle performer, e quando si dà voce alle giudici, simulando le registrazioni d’aula, il dispositivo funziona ancora, ancora convince. Ma da lì, lentamente e inesorabilmente, la testimonianza della difesa decade.
Quo usque tandem abutere, Latella, patientia nostra?
Si cerca di entrare nel rito e si approda invece alla manifestazione. La piazza sostituisce l’aula, il corteo la deposizione, il volume la parola. Il ritmo delle danze e delle musiche incede, nel tentativo di ricercare una ritualità già preannunciata, ma si perde la partecipazione emotiva, si perdono i giochi linguistici del testo — quei tranelli verbali che smascheravano una cultura abominevole, tra sotterfugi sintattici e cavilli grammaticali. Il tema sovrasta lo spettacolo. Sebbene su argomenti che scuotono e infiammano la semplificazione andrebbe evitata con ogni cura, le scelte di Antonio Latella conducono alla deriva la testimonianza, quella sana denuncia laica e scevra dagli immaginari politicizzati che nella mente dello spettatore contemporaneo appartengono al corteo. Per affrancarsi da una cultura talmente insidiosa bisognerebbe essere altrettanto subdoli, persistenti, come nella prima parte di questa strana creatura performativa a dittico dove la supereroina eponima arriva ex machina senza troppi convenevoli. E, certo, gli abiti neri e i tacchi rossi che evocano la campagna delle scarpette contro il femminicidio suggeriscono un cortocircuito amaro reso poi esplicito anche nel testo, contro quel falso femminismo trasformato in brand — come a suggerire che anche le attrici cui abbiamo dato tutta la nostra empatia, anche noi, siamo schiavi di quel marketing, complici inconsapevoli di una retorica che si autoalimenta.
Un risultato straordinario che viene però disfatto da poche strizzate d’occhio al populismo da corteo,rischioso e pericoloso quando non è sorretto da coscienza, lo stesso che in altre forme, pur ideologicamente opposte, oggi ci governa. Latella, regista capace di rigore spietato, di approfondimento, qui smarrisce la misura, cedendo alla tentazione dell’effetto, al volume che copre il senso, all’applauso facile della piazza mentre il tribunale — quello della cultura che giudica prima ancora dei giudici — restava la sede naturale di questa denuncia. Pronto a denigrare il consumismo sociale, il marketing atto a sfruttare disuguaglianze e disordini civili a suon di post e commercial televisive, cade nella medesima facile banalizzazione. E non c’è Wonder Womanin grado di salvarci da questa baruffa di strada, a tenere il regista al lazo di una verità più complessa, urgente di ulteriori domande e sintassi performative meno sensazionali.
In filologia esiste una regola aurea, che non sempre lectio difficilior potior, ovvero che non sempre per ottenere la risposta più completa sia necessario percorrere la strada più stravagante, per creare una risposta che nel testo non c’era, dicesi la congettura. A volte la strada più semplice restituisce una maggiore complessità, insieme a maggiori interrogativi, è chiaro, che allenano chi li attraversa a un pensiero più vicino alla Verità. Di fronte a una narrazione stratificata, forte di un testo valido e ricercato e una interpretazione solida, a che giova l’uso di facili fanfare? Forse che la risposta più coerente alla spettacolarizzazione del dolore perpetrata dai mass media per quattro vittime già inviluppate nei nastri delle registrazioni di una colpa perennemente impunita è cadere nella trappola mediatica della spettacolarizzazione della propaganda progressista? Il pubblico si fomenta, indocile, ingordo di una giustizia che non può reclamare, ma non commosso, non sgomento, non pronto a una riflessione che non abbia già trovato l’ennesimo capro espiatorio proclamato senza coscienza, l’onnipotente, onnipresente “patriarcato”. Insomma, la congettura del signor Latella ha prodotto in scena l’ennesima sommossa incolta, sprecando una concreta possibilità di approfondimento che pur il suo testo forniva. E allora cosa resta di quella riflessione estesa, di quell’indagine poliziesca a caccia del “vero” colpevole, di una ricerca che meritava di essere attraversata fino alle sue estreme (non estremiste) conseguenze?
Restano le quattro interpreti, magnifiche nel reggere entrambi i registri — il difetto non è loro, che anzi hanno seguito con dedizione anche le indicazioni più fuorvianti, meritandosi il lungo applauso finale. Resta il ricordo dei primi quaranta minuti, quel luogo scenico dove la verità non aveva bisogno di lazo alcuno per emergere perché era già lì, nelle pause tra una domanda e l’altra, nel modo in cui un avverbio può distruggere una vita. Resta il fallimento di chi, pur assumendosi la responsabilità di parlare di un tema più grande di lui, non ha saputo che rifugiarsi nella prevedibilità.
Lo stupro raccontato era uno; quello perpetrato dalla giustizia che interroga, due; quello inflitto dalla demagogia progressista, tre. Il lazo si è fatto cappio, e ha stretto la gola sbagliata, di nuovo.

Formata in teatro come assistente alla regia per Egumteatro durante gli anni universitari, ha poi conseguito il Master in Critica giornalistica presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Ha collaborato con Rai Radio2 e lavora come giornalista e autrice radiofonica, unendo una consolidata esperienza nella comunicazione digitale. Per Theatron 2.0 scrive, si occupa di comunicazione e podcasting.
















