L’Europa e l’ipertrofia dell’Io. Intervista a Niccolò Fettarappa

Apr 20, 2026

Continua il tour del nuovo spettacolo di Niccolò FettarappaOrgasmo. Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso. In scena con i compagni Gianni D’AddarioLorenzo Guerrieri e Rebecca Sisti, racconta un’Europa non così distopica in cui l’imperativo della produzione ha prosciugato la nostra voglia di corpi, di amori, di presenza. Un’indagine, vestita da gioco serissimo, sul mito dell’Io e delle sue velenose diramazioni nelle nostre vite.
Ne abbiamo parlato con Niccolò Fettarappa.

Prima di entrare nel vivo dello spettacolo, del tuo teatro colpisce immediatamente la penna. Perché scrivi e perché il teatro come canale, come mezzo di espressione per raccontare?

Niccolò Fettarappa: Non saprei rispondere con esattezza a questa domanda, nel senso che la scrittura è sempre stata un po’ una possibilità di sfogo, soprattutto durante il periodo dell’università in cui mi ricordo che studiavo delle cose bellissime durante la triennale in Filosofia, ma che se non erano rese comunicative e le tenevi soltanto per te, crescevano dentro come degli emboli polmonari e poi scoppiavano. L’unica possibilità era di riuscire a tradurli anche per gli altri e quindi penso che l’esigenza sia nata proprio da quello, cioè da come in-teatrare la filosofia, come mettere in scena il pensiero. Infatti le prime cose che ho scritto erano molto fredde, molto più a contatto con una parte intellettuale, riflessiva, critica, analitica, che con una parte emotiva, soggettiva, personale.

Poi già dal secondo lavoro – ti parlo di quando avevo 21-22 anni, che erano dei tentativi di trovare un proprio linguaggio messi in scena in dei teatri-garage di Monteverde – è venuta fuori una certa cifra muscolare anche nell’esecuzione. Perché per me il teatro è sempre stato un po’ un luogo dell’azione fisica in cui il corpo deve manifestarsi in tutta la sua carica espressiva, inespressa durante la giornata, in cui invece i corpi ce li abbiamo ma soltanto con delle mansioni molto operative e specifiche, e a questo si univa l’idea di una scrittura che in qualche modo prendesse spunto dalla mia biografia, ma in realtà più che da una mia biografia personale da quel personale-politico che rintraccia nella mia biografia dei tratti che possono riguardare la biografia di tutti.

La scrittura, poi, a me sembra un grande esercizio di lucidità, io cerco di praticarla tutti i giorni almeno un poco, non ci riesco sempre, però mi serve per precisare dei pensieri, mi serve come strumento di conoscenza. Mi è piaciuto cominciare a scrivere anche leggendo scrittori di cui ammiravo la penna. Mi ricordo che leggendo Gadda, che è un maestro della lingua, forse il più grande scrittore italiano che abbiamo avuto, andavo proprio su di giri. Io non mi drogo ma penso che l’effetto di una qualche droga probabilmente sarebbe quella, un disorientamento totale misto, però, a esaltazione, scombinamento dei significati. Quindi sì, il desiderio è sempre stato quello di imitare e superare i grandi, raccontando però le piccolezze del quotidiano privato e cercando di unirle in un quadro, in un mosaico collettivo.  

Parli di scrittura come pratica per capirsi, per mettere ordine al caos di pensieri, che mi sembra anche un po’ la pratica opposta a quella che si tende a fare tramite i social, cioè quella di doversi esprimere per forza senza avere la buona prassi di schiarirsi le idee prima.

N.F.: Sì, è un po’ il contrario della scrittura come sfogo emotivo, la scrittura sui social è una scrittura di getto, non mediata da un pensiero, è quasi un riflesso involontario mentre questa scrittura secondo me ha più a che fare con la pausa, l’attesa. Poi rileggendo le cose che scrivo sono ugualmente scalmanate come le cose scritte sui social, però dietro, se sono scritte bene, se le riesco a scrivere bene, c’è una porzione di luce in più portata su un aspetto del mondo che mi inquieta e non è soltanto inquietudine che si aggiunge ad altra inquietudine, come a me sembra siano la maggior parte delle cose che leggo sui social. 

Lo spettacolo si apre in effetti con un incipit inquietante: l’ultimo orgasmo in Europa verrà consumato nel 2030 in ottemperanza a quanto stabilito dall’Agenda 2030. Come è venuta fuori l’idea e come hai articolato le fasi del lavoro?

N.F.: L’idea, come tutte le idee, nasce dall’osservazione del nostro quotidiano, cioè non nasce da un’ispirazione, da un momento di rapimento, di estasi in cui guardando fuori dalla finestra ti giunge l’idea. Spesso nei miei spettacoli la trama rappresenta sempre un pretesto molto povero, molto cheap, per proseguire dei ragionamenti su altro; è un po’ un patto narrativo che io stringo sbrigativamente con lo spettatore per poi dire “bene adesso però dirigiamo il pensiero su altre cose”. Forse questo più degli altri ha un’impalcatura più solida rispetto ai precedenti lavori, perché qui sono presenti i personaggi, che è un aspetto in qualche modo inedito. Prima con Lorenzo Guerrieri eravamo in scena in quanto noi stessi, ovviamente in modo diverso, perché quando stai sul palco stai performando anche la tua identità, anche quando dici di averla o che combaci esattamente con la tua, per il fatto di essere osservato, sei già diverso.

In realtà questo è un testo del 2023 che poi ho riscritto quando abbiamo rimesso in prova lo spettacolo. L’avevo scritto per il premio Riccione, e poi quando mi hanno proposto di metterlo in scena l’ho cambiato completamente perché a me non piace mettere in scena testi che sono stati già scritti, altrimenti lavorerei sui classici. Mi piace di volta in volta scrivere a partire dalle mie ferite, scrivere a partire da dove sto sanguinando, e dato che quando abbiamo cominciato le prove non stavo sanguinando più nei punti in cui sanguinavo quando ho scritto il testo nel 2023, tanto valeva mettere in scena un classico di Čechov, che è scritto meglio, testo morto per testo morto.

Quindi a questo punto la scommessa è stata riscrivere, rimettere in scena, riprovare a sentire alcune di quelle cose che c’erano in quel testo e vedere se alcuni di quei nuclei resistevano o era cambiato tutto. Qualcosa è resistito, c’è un aspetto coerente tra il testo del 2023 e il testo del 2026 nell’osservare determinate dinamiche della società che hanno ispirato il testo: la frammentazione del tessuto sociale, la chiusura anche di determinati spazi intermedi di socialità che hanno comportato poi una totale sfarinatura dei rapporti umani. Questo sicuramente è uno dei dati più inquietanti, il sesso poi alla fine è un mondo per convocarne altri centomila, il sesso per dire l’incontro con l’altro, il sesso per dire l’anti-individualismo.

Questo aspetto è chiarissimo e potremmo riassumere lo spettacolo come una sorta di urlo contro l’individualismo imperante. A questo proposito, in scena, usate tantissimo la satira, il tragicomico, siete dissacranti ma al netto di ciò, questo urlo riemerge. Di quest’Europa che raccontate cosa vi preoccupa e che cosa vi inquieta? 

N.F.: Più o meno tutto. L’Europa è una piccola bolla di privilegiati, è una colonia commerciale che sta andando via via esaurendo la sua egemonia politica e che si sta sempre più, come il resto del primo mondo, blindando verso l’esterno. Questo lo si vede nelle politiche di espulsione degli immigrati e lo si vede anche al suo interno attraverso le politiche di espulsione dei poveri, quindi è un continente fondato sul lusso, sul privilegio e sulla conservazione feroce del privilegio. Al suo interno questa dinamica, però, si riflette anche nei rapporti sociali, per irradiazione e dal macro passando al micro si riscontrano esattamente le stesse identiche questioni. Tanto quanto l’immigrato è rappresentato come un nemico, come il capro espiatorio di una serie di politiche paranoiche, securitarie, di confine, di mantenimento dei propri spazi, allo stesso tempo, nelle relazioni umane io riscontro la stessa identica politica – anche nelle persone di sinistra. Anche le persone di sinistra sento spesso che parlano di “i miei spazi, i miei confini”, che secondo me sono dei concetti da Decreto sicurezza, hanno tutti quanti un’idea molto proprietaria di identità, dell’io. 

Credo che “io” sia un pronome di destra e bisogna essere molto cauti a utilizzarlo, ma oggi è sulla bocca di tutti e questo individualismo sfrenato è la versione ridotta (micro), che abbiamo tutti noi a disposizione di un individualismo imperante che è quello continentale, europeo (macro). Questo è ciò che poi cerchiamo di fare anche nello spettacolo, di passare dal Parlamento europeo alla casa, dal domestico al geopolitico. L’Europa rappresenta un habitat di congelamento pulsionale, in cui siamo passati dai cimiteri negli ospedali del Covid ai cimiteri di campo della guerra, senza nessun tipo di soluzione di continuità storica, perseguendo più o meno lucidamente una pulsione di morte che nessuno interroga, perché dietro c’è una legge, una regola del profitto che nessuno mette in discussione. Quindi il tentativo, come ti dicevo un po’ all’inizio parlando della scrittura, di cercare nel proprio vissuto biografico delle tracce di un biografico collettivo e di inserire le proprie miserie individuali in un mosaico di miserie collettive. 

Allo stesso tempo in questo spettacolo alla fine non si sta parlando realmente di una coppia, si sta parlando di queste identità ipertrofiche che non hanno più capacità di costruire dei rapporti, dei ponti, delle relazioni autentiche. Gunther Anders parlava di libertà auto-assertiva, che non corrisponde esattamente alla libertà in termini di emancipazione, ma corrisponde ad una libertà di gareggiare con l’altro ed eventualmente schiacciarlo, che è la libertà capitalista. È la libertà dell’indifferenza, se sei fermo ti schiaccio e ti passo oltre, questa è la libertà che noi portiamo avanti, questo è il valore di libertà che portiamo avanti, non c’è il riconoscimento dell’altro. Con l’altro io ci devo gareggiare, c’è un riconoscimento nella competizione, la competizione è un valore europeo – c’è anche un ministero che si chiama Ministero della Concorrenza, perché la concorrenza è un valore che viene istigato, insegnato a scuola. La riforma della Buona Scuola di Renzi cercava di insegnare come valore l’autoimprenditorialità e la concorrenza e il Ministero dell’istruzione oggi si chiama Ministero dell’Istruzione e del Merito. 

Parallelamente a questo lo spettacolo cerca di indagare la cultura emotiva del capitalismo, cioè che effetti genera sul piano emotivo il sistema capitalistico. Io penso che di pari passo con una precarietà lavorativa si assista anche ad una precarietà affettiva, e quindi si ha sempre più difficoltà a costruire una narrazione di se stessi e della propria vita a partire dalle relazioni che si hanno, perché? Perché sono relazioni a distanza, perché sono relazioni piene di buchi, perché sono relazioni brevi, perché sono relazioni che neanche si intraprendono perché si ha paura, perché sono vissute tutte all’ombra di un’enorme prudenza da chissà che cosa. Forse da uno schianto emotivo con il reale che tutti vogliono evitare perché tutti hanno paura di emozionarsi o di vivere emozionandosi, e c’è un’enorme richiesta di anestesia di massa e quindi le relazioni con l’altro, che sono le relazioni che aumentano, che risvegliano dall’anestesia, vengono evitate con cura.

È ovvio che ancora non siamo tutti chiusi nelle celle come in Matrix, però bisogna vedere anche che tipologie di altri si frequentano durante la giornata. Io quest’anno, per esempio, ho lavorato e basta frequentando più colleghi che amici. Se si va a vedere, allora, la qualità delle mie relazioni umane ci si accorge che è di un determinato tipo, perché le relazioni con i colleghi sono operative, funzionali, misurate verso un obiettivo, non sono delle chiacchiere disinteressate sul “come stai, andiamo a mangiare qualcosa fuori, c’è il sole, che bella la vita ecc.”. Quindi bisogna vedere anche la qualità delle relazioni che ciascuno di noi coltiva, non tutte le relazioni sono relazioni nel senso puro, alcune sono soltanto contratti, legami di convenienza economica, legami clientelari.

Cosa può un corpo in questi interstizi? Al netto del quadro descritto, anche nello spettacolo la mortificazione del corpo è resa plasticamente paragonandolo a un sacchetto dell’umido. Il corpo in questa doppia precarietà effettivo-relazionale e lavorativo-esistenziale, che fine fa e cosa ne resta?

N.F.: Il corpo è al centro di tutti i nostri assilli e delle nostre nevrosi quotidiane. Le rughe, la schiena, la palestra, la perdita di capelli, la pedicure, l’abbronzarsi, non abbronzarsi, ma in tutti questi micro-drammi si tratta in realtà del rapporto con un profilo. Il rapporto con il corpo è estremamente bidimensionalizzato, si tratta di un display. Il corpo è semplicemente quel supporto che mi permette di stare di fronte a un telefono, di fronte a un computer o mi permette di essere operativo. Però per il resto l’attenzione è del tutto spostata, per restare in termini filosofici, dalla res extensa a quella cogitans. Noi siamo res cogitans ricoperta di ciccia. Il corpo è questo contorno di ciccia che resta attorno a un cervello calcolante e alla ricerca di profitto.

Il corpo quindi è, come dicevi tu, forse il grande assente-presente del nostro tempo, il più grande mortificato del nostro tempo, per quanto poi in realtà venga anche parallelamente subdolamente celebrato. Guarda per esempio le Paralimpiadi. Le Paralimpiadi sono un esempio interessante di questo discorso perché anche lì si dice che il corpo imperfetto in qualche modo può essere tollerato, integrato, accettato, e questo sarebbe il portato progressivo di questa politica. Ma allo stesso tempo quale corpo? Quello atletico che gareggia con altri corpi. Quindi va bene un corpo comunque manchevole delle qualità cosiddette normali, purché inserito in una rete di competizione con gli altri corpi.

Infatti abbiamo sempre a che fare con dei corpi addestrati, allenati, tonici. Ma tutti questi corpi sono corpi inutili, vuoti, sono corpi-ombra. Perché non sono corpi che sono più capaci di esprimere piacere. Sono corpi soltanto che sono capaci di esprimere doveri. Il doversi mantenere in vita, il doversi mantenere in forma, il dover stare a dieta, il dover eccellere e gareggiare sugli altri corpi. Però, non sono più dei corpi liberi, diversi, rivoltosi e capaci di esplorarsi. Sono dei corpi resi docili. Docile è una parola molto usata da Foucault e io penso che sia molto interessante riprendere quel discorso lì.

Nello spettacolo, a rompere il meccanismo di questa narrazione di corpi resi docili dall’imperativo di omologarsi, è la figura dell’orso, portatore di pulsione sessuale irrefrenabile, di carnalità pura. Al di qua del palco individui delle sacche di resistenza, degli anticorpi simili agli orsi sparpagliati in mezzo a noi?

N.F.: Chi lo sa, penso che inevitabilmente esistano, sono per esempio i centri sociali. Io lì, per esempio, vedo un’abitudine al disaddestramento dei corpi, ad un incontro spesso sensato, creativo e fertile. Oggi sono per la maggior parte in chiusura o sotto minaccia di sgombero. Da poco è uscito un libro di Rosa Fioravante che si chiama Il mercato dell’amore. Il capitalismo digitale delle app di dating e parla delle applicazioni d’incontro, in cui – secondo l’autrice – l’amore sta sparendo come stanno sparendo i panda, perché il capitalismo sta distruggendo il suo habitat naturale, cioè il bambù.

L’habitat naturale dell’amore sono gli spazi intermedi di socialità in cui gli incontri possono avvenire nel casuale. Il problema, oggi, è che il casuale viene messo a reddito dal capitale e quello che un tempo era l’incontro gratuito, casuale, occasionale, che poteva trasformarsi in una storia d’amore oggi, invece, rientra all’interno di una macchina che cerca di trarre profitto attraverso la creazione di profili standard di utenti, che si incontrano all’interno di una bolla che funziona secondo dei meccanismi di domande e di offerta. Gli utenti vengono inseriti in un meccanismo ludopatico, ciclo-speranza, per cui ogni volta si rilancia alla ricerca di un partner che colmi quel vuoto. 

Ma quel vuoto non è soltanto il vuoto dell’amore, a te non manca una persona nella vita, a te manca il mondo, a te, come a me, come a tutti. Quelle applicazioni sono diaboliche perché fanno credere che quello sia l’incontro con uno sconosciuto, il che non sarebbe un male. Il problema è conoscerlo in quel modo lì, organizzarti in quel modo lì, con alle spalle ingegneri della Silicon Valley che hanno architettato le modalità in cui vi dovevate incontrare e hanno trovato delle possibilità di compatibilità. E noi tutti stiamo esperendo una povertà di spazi e di mondo. Ci manca tantissimo la piazza, ci mancano tantissimo le manifestazioni, i cortei, le iniziative fugaci di rivoluzione urbana a cui a volte capita miracolosamente di assistere prima che vengano represse subito nel sangue.

Poi, se mi chiedi se a teatro io esperisco una forma di socialità che in qualche modo rompe questa dinamica, ti rispondo che a volte è così. Sicuramente nell’entusiasmo che incontriamo nel pubblico e nell’incoraggiante senso di calore della presenza – anche se sono troppo brevi. In qualche modo è come se la presenza che riscontrassimo anche a teatro e il desiderio di presenza che ricerchiamo non siano sufficienti a generare delle unità sociali. La colpa non è individuale ma sistemica, ed è dovuta al fatto che sono stati tolti gli spazi: i panda e il bambù, la stessa identica cosa. Non puoi avere il panda se non hai il bambù, come non puoi avere rivoluzione, eros, sesso, incontro con l’altro, se non hai quegli spazi di socialità.

Quest’estate ho letto un libro bellissimo di Patty Smith che si chiama Just Kids in cui racconta del suo amore stupendo con il fotografo Robert Mappelthorpe. È un libro che fa venire le lacrime agli occhi ad ogni pagina che leggi e a un certo punto mi sono confrontato con un senso di tormento interiore derivante dal fatto che mi chiedevo, ma io un amore del genere, quando lo vivrò? E la risposta è arrivata alla fine del libro: mai, perché quell’amore tu non lo puoi avere se non hai parallelamente una politica espansiva che permette la possibilità di questi incontri. L’Orso è un po’ un centro sociale, come qualunque altro luogo di incontro vero, ma la nostra generazione ne soffre un importante calo. 

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