Le parole nascoste dell’Open Program: The Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards fa tappa a Pistoia

Apr 21, 2018

Incentrate sul tema dell’incontro attraverso l’arte, le quattro attività proposte dal 3 all’8 aprile scorso al centro culturale Il Funaro di Pistoia, hanno visto protagonisti Mario Biagini e il suo Open Program.
Verso un incontro cantato è il titolo del workshop dedicato al canto e curato da Mario Biagini che ha aperto la sessione Pistoiese dell’Open Program, proseguita con l’incontro Arte e cittadinanza attiva – riflessioni sulla funzione sociale del Teatro oggi – in collaborazione con la studiosa Carla Pollastrelli (“Premio Ubu” nel 2015 per la diffusione del pensiero di Jerzy Grotowski attraverso la traduzione e la pubblicazione dei suoi scritti), terminata con la presentazione dello spettacolo Le parole nascoste (The hidden sayings) e con l’Incontro cantato, coordinato da Mario Biagini, aperto ad attori, partecipanti al workshop e spettatori.

Le parole nascoste (The hidden sayings)

Le parole nascoste (The hidden sayings)

Dal 1999, anno di scomparsa di Jerzy Grotowski, al Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, fondato a Pontedera nel 1986 dal regista polacco su invito del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera (oggi parte della Fondazione Teatro della Toscana), Mario Biagini, in qualità di Direttore Associato, e Thomas Richards, Direttore Artistico del Workcenter, portano avanti quella ricerca sull’Arte come veicolo (incentrata sul lavoro dell’attore su se stesso attraverso la destrutturazione degli elementi dello spettacolo) e sull’Arte come rappresentazione (orientata verso le modalità percettive e le risposte psico-emotive dello spettatore), considerate da Grotowski le due estremità della “catena” delle performing arts.

Jerzy Grotowski è ritenuto uno dei registi più influenti della storia del Teatro, capace di rivoluzionare il panorama teatrale e culturale del secondo Novecento a partire dal 1959, con la fondazione a Opole del Teatr Laboratorium – successivamente trasferito a Wroclaw –, centro di ricerca in cui si definirono le linee artistiche delle sue produzioni spettacolari nell’ambito del cosiddetto Teatro Povero. In questo periodo della sua vita e della sua ricerca, ciò che Grotowski auspica è la rinuncia del teatro a tutte le tradizionali componenti spettacolari per concentrarsi unicamente sulle soluzioni offerte dal rapporto tra attore e spettatore, vera anima dell’accadimento teatrale. Un simile lavoro incentrato sul corpo, sulla percezione, sulla relazione, sull’annullamento dei blocchi psichici dell’attore e, dunque, sul suo scavo emotivo interiore, ha finito per condurre Grotowski verso una totale fuoriuscita dal teatro da cui deriva la scelta di non realizzare più spettacoli. È dagli anni Settanta che il regista polacco concentra i propri sforzi su una ricerca interiore più che artistica, iniziata con la stagione del Parateatro, continuata con l’Arte come veicolo e terminata con l’esilio pontederese.

Dal 2007, il Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards ospita due differenti gruppi creativi di cui fanno parte diciotto artisti provenienti da nove Paesi: il Focused Research Team in Art as Vehicle diretto da Thomas Richards e l’Open Program diretto da Mario Biagini. L’avventura dell’Open Program inizia dopo la morte di Grotowski, con la rottura di quell’isolamento che aveva condotto il regista polacco a Pontedera, attraverso la proposizione di un progetto all’interno del Programma Cultura 2000 – un programma di finanziamento europeo per le azioni comunitarie nel settore della cultura – che porta il gruppo a viaggiare ossessivamente per tre anni, toccando ben undici Paesi. Al termine del viaggio, nonostante la ricchezza acquisita per mezzo degli innumerevoli incontri avuti, a Biagini pare di aver perso la rotta e per trovare una nuova e più consistente traiettoria artistica, decide di affiancarsi a un ristretto numero di persone facendo però in modo di avere una circolazione costante tra l’interno e l’esterno del gruppo, invitando ciclicamente degli ospiti a collaborare con i suoi performers nella proposizione di nuove idee. Il ritorno in America, l’attenzione ai testi del poeta statunitense Allen Ginsberg e il confronto con le comunità Afroamericane, ha fatto emergere una forte competenza performativa dalla quale sorge il bisogno di trovare quegli spazi in cui esistano una cultura e una civiltà ancora vive. Gli incontri cantati sono lo specchio della volontà del gruppo di condividere lo spazio-tempo della performance a partire da un “artigianato vigoroso” fatto di canto, ritmo e movimento, ma rappresentano anche una struttura che non abbia limiti e che sia fruibile in luoghi differenti, con differenti lingue e culture.

Le parole nascoste (The hidden sayings)

Le parole nascoste (The hidden sayings)

Un “invito al canto”: questo è Le parole nascoste (The hidden sayings), lo spettacolo dell’Open Program diretto da Mario Biagini, andato in scena il 7 aprile al Funaro di Pistoia. Accettato l’invito, si stabiliscono le regole dell’incontro. In pieno stile Grotowski – il Grotowski regista degli anni di Opole e di Wroclaw – l’incontro tra attori e testimoni non ammette distrazioni. Non per affezione agli studi grotowskiani, ma per la maniera dell’Open Program d’intessere relazioni con chi assiste allo spettacolo, che si parli di testimoni e non di spettatori; almeno per il momento. La scena vuota echeggia la lezione di Jerzy Gurawski, architetto responsabile degli allestimenti per gli spettacoli del Teatr Laboratorium: un’organizzazione minimale dello spazio che rinuncia alla scenografia, agli oggetti di scena, alla separazione tra scena e platea, tutta volta alla creazione di una prossimità fisica ed emotiva tra attori e testimoni, i primi seduti su panche lignee disposte a semicerchio, i secondi a occupare ogni punto della sala come a non voler escludere nessuno. Ciò a cui non sa e non può rinunciare l’Open Program è la musica purché questa sia il prodotto dell’agire in scena degli attori, di un sapiente uso del corpo. Senza mai cedere alla tentazione di toccarsi, gli otto performers in scena si cercano, si sfiorano, si accompagnano in un melting pot musicale dal quale saltano fuori canti popolari provenienti dal sud degli Stati Uniti, dalla Grecia e dal Medio Oriente. Un attore introduce un canto, il volume della sua voce aumenta lentamente, gli altri lo ascoltano con devozione chini sul parquet, il canto si rinvigorisce ancora nel volume e nell’intenzione ed è lì, quando sembra incombente il tracollo emotivo, che il gruppo interviene a sostenere e ad armonizzare quello sforzo emettendo un’unica, sola, imponente voce dai molteplici colori.

Se a prima vista, deviati dall’iniziale disagio di assistere a qualcosa d’ipnotico e inaspettato, l’Open Program pare agire senza sottostare a gerarchie interne al gruppo, nel corso dello spettacolo va definendosi la responsabilità di Mario Biagini – in scena con i suoi – dal quale gli attori si lasciano guidare. Non un valore aggiunto, non una peculiarità, quanto una componente spettacolare sovrastante le altre, è la vibrazione. I piedi nudi dei performers sono sempre ben saldi a terra, il flusso energetico scorre dai talloni alle dita ora irrigidendo i tendini, ora distendendoli. La frenesia della loro danza, la corposità delle loro voci avvolge in un tremore snervante la sala intera. Ma è tra i loro piedi e i nostri che viene innestato il seme di un’ipnosi fuorviante: le vibrazioni del pavimento sembrano prenderti per le caviglie a volerti trascinare giù dalla panca, le voci giungono come fossero la eco del rimbombo che esplode nelle loro casse toraciche. Le assi di legno scricchiolano, tra le fronti luccicanti, le lingue che bevono il sudore leccandolo via dalla punta del naso, gli sputi e i vocalizzi, in una polarità tra il voler togliere le scarpe e unirsi alla frenesia danzata e il voler comprimersi il petto a bloccare quel perpetuo tremolio imposto.

No, non siamo più testimoni. Non lo siamo mai stati; siamo un pubblico a cui non si levano mai gli occhi di dosso, siamo un pubblico a cui viene mostrato qualcosa, ma questo non è uno spettacolo di Grotowski, tantomeno un rituale e noi ci alzeremo da quelle panche con un forte subbuglio emotivo ma non potendo constatare un’ascesa verticale.
Il tema prettamente religioso dei canti, l’accompagnamento ritmico governato dal battito delle mani e da un bastone battente come bordone continuo, il candore degli abiti bianchi indossati dalle donne e dagli uomini della compagnia, i sorrisi rivolti al pubblico, la danza perpetua, il clima rituale, festivo e insieme armonico in cui avviene la rappresentazione danno la sensazione d’essere stati fagocitati da uno di quei gioiosi cori gospel da pellicola americana.

L’America e il film – corrispettivi stereotipati di potenza e finzione – sono un’associazione d’immagine e di pensiero non trascurabile se si pensa alla loro sortita in relazione a uno spettacolo cantato, di matrice liturgica, che ricorre a testi e temi musicali appartenenti alla cristianità per scoprire e proporre nuove modalità d’incontro e di trasformazione. Ma di che tipo di trasformazione stiamo parlando? Il termine “trasformazione” – in riferimento a quelle pratiche spettacolari che modificano, attraverso l’elevazione spirituale e attraverso la partecipazione catartica, l’interiorità degli spettatori – porta con sé un’imprescindibile componente rituale atta a rivitalizzare quell’arsenale emotivo che la quotidianità tende, giorno per giorno, a distruggere. La posta in gioco, dunque, si alza e ciò che bisogna domandarsi alla vista di uno spettacolo come Le parole nascoste, non è se abbia o meno una compiutezza a livello artistico, ma se piuttosto sia capace di trasmutare l’interiorità di chi vi assiste, figurandosi come un effettivo frutto di quella ricerca sull’interiorità e sul contatto che Grotowski ha condotto.

La scuola di Biagini resta pur sempre quella grotowskiana e l’incontro, altro caposaldo dell’attività dell’Open Program, è un tema di riflessione ricorrente nel pensiero del regista polacco. A tal proposito, nella stagione del Parateatro – quella teoricamente più vicina alle odierne formulazioni di Biagini –, Grotowski proponeva un contatto in cui non trovasse posto la paura, la vergogna di sé, conclamata causa della menzogna e della simulazione. Auspicabile era un incontro fatto di totale apertura con se stessi e con gli altri, al quale l’uomo fosse capace di partecipare con la sua totalità e integrità.

Alla luce di tali considerazioni, il meeting organizzato da Mario Biagini ci mette davvero in una situazione d’apertura al prossimo tale da lasciarci toccare, da farci avanzare senza temere lo sguardo di nessuno?
Dando preponderanza assoluta alla danza e al canto popolare, esercitati con fare festivo più che celebrativo, Le parole nascoste non può eludere il rischio che un occhio occidentale percepisca lo spettacolo come un funambolico esperimento a metà tra il musical e la ricerca etnomusicale, più che quella interiore. Beninteso che Mario Biagini non ha mai parlato di rituale in riferimento a questo spettacolo e posto che il regista non si pone nel panorama teatrale internazionale come il prosecutore dell’ineguagliabile ricerca di Jerzy Grotowski, quella compiuta dopo la fuoriuscita del regista polacco dallo spettacolo, riferendomi dunque al periodo del Parateatro, dell’Arte come veicolo, del Dramma oggettivo, non mi pare inappropriato né deviante guardare Le parole nascoste in particolare e il lavoro di Biagini e dell’Open Program in generale, con lo sguardo viziato di chi sa che pur evolvendo in altra forma, ciò che viene proposto resta sotto l’egida di Grotowski.

È opportuno evidenziare come Mario Biagini e i suoi attori siano stati capaci, attraverso un’improvvisazione avente per base un solido artigianato fatto di minuziosa e sapiente tecnica performativa, di superare quella mancanza di rigore e di precisione che fu un importante limite delle sperimentazioni del Parateatro.  Per Mario Biagini e per l’Open Program, «il teatro è quel momento di parità che si crea tra queste due competenze vive: non che effetto si fa sugli altri ma quello che si fa con gli altri». Proprio «quello che si fa con gli altri» è l’essenza dell’Incontro cantato che chiude la sessione pistoiese dell’Open Program e che rappresenta un continuo work in progress, un interessante “esperimento” attraverso cui osservare il rinnovarsi di quelle relazioni che si creano di volta in volta, di pubblico in pubblico. La relazione tra attori e spettatori è fortemente acuita: prima d’iniziare, i performers si presentano, stringono la mano agli spettatori, chiacchierano e sorridono. Adesso, chiunque voglia partecipare ha la possibilità di alzarsi e iniziare a cantare e a danzare con il gruppo.

Coinvolgere fisicamente il maggior numero di persone possibile è l’ultima missione dell’Open Program, una missione portata avanti per mezzo di irresistibili ammiccamenti a distanza zero: la prima fase del corteggiamento risiede negli occhi, sguardi gioiosi, a tratti invadenti, che ti puntano da lontano per farsi sempre più vicini. Chi avrà vacillato fin d’ora può dirsi già stregato prima ancora che inizi la seconda fase, imperniata tutta sulla trasmissione epidermica del suono e del movimento con gli attori che si accovacciano accanto alle sedie, senza mai porre fine alla danza e al canto, facendo sobbalzare le suole delle scarpe degli spettatori. Ecco il momento della conquista: se inizierai a tenere il ritmo battendo i piedi, gli attori sapranno che hai accettato le loro avances, che di lì a poco allenterai il collo della camicia e che troverai il coraggio di unirti al loro carosello.

L’happening – forma di evento teatrale rovesciante i valori delle “belle arti”, volto all’inglobamento della vita nell’arte e all’incentivazione della partecipazione attiva del pubblico, figlia dell’inventiva di Allan Kaprow nei primi anni Sessanta – è qualcosa che Jerzy Grotowski, con il suo abbandono del teatro come arte, ha veementemente fuggito, e quella modalità di contatto e di partecipazione da considerarsi rivoluzionaria cinquant’anni fa, ha perso lo smalto dell’innovazione finendo per rappresentare, oggi, un feticcio delle passate conquiste dell’arte. Un feticcio dai contorni ancora ben definiti e ben riconoscibili che ove mai venisse associato al lavoro di Mario Biagini comporterebbe, per la repulsione di Jerzy Grotowski nei confronti dell’happening di cui sopra, una recisione netta di quel cordone artistico che lega i due registi.

La salvaguardia del polo pontederese è un importante merito che va riconosciuto a Mario Biagini e a Thomas Richards. La Pontedera di oggi, così come il mondo di oggi, non sono quelli che ha lasciato Grotowski quasi vent’anni orsono e continuare a disseminare la strada di chi, prima di te, ha fatto fiorire orchidee su campi argillosi, è compito onorevole e insieme gravoso. Serbate tali premesse, resta la responsabilità di una compagnia allocata in una sede che porta artisticamente e legalmente il nome di Jerzy Grotowski, un nome che inevitabilmente finisce per proiettare un’ombra maestosa, lunga e scura sotto la quale è bene rifugiarsi per trovare sollievo dall’arsura delle sperimentazioni odierne senza correre, però, il rischio che il fresco di quell’ombra diventi un pungente, insopportabile gelo.

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