Le parole che ti ho rubato. Tradimento e verità

Mar 23, 2026

Articolo di Caterina Marino

“Tra cinquant’anni non ci saranno più i lavori, perchè lavoreranno i robot. Ci saranno nuove invenzioni e noi umani verremo dimenticati, quasi tutti. Verremo dimenticati perché i robot sembreranno più bravi di noi. Sarà tutto più elettronico. Digitale. Ci saranno delle mele non così buone. Non ci saranno più alberi. Non scriveremo più sui fogli. Creeranno le piante artificiali. I continenti saranno in una posizione diversa. I mari si saranno alzati per lo scioglimento dei ghiacciai. I ghiacciai non ci saranno più. Fra mille anni, il sole per tutto l’inquinamento si spegnerà. Si trasformerà in un buco nero, e il buco nero risucchierà tutta la terra.”
(Tratto dall’ Incipit de La futura classe dirigente di Caterina Marino)

In un documentario che ho visto su Martin Parr, il fotografo scomparso recentemente, Parr diceva che il suo lavoro consisteva nel trasmettere l’eccitazione del presente, del momento in cui scattava. Ho capito subito cosa intendesse, ma mi sono anche chiesta quanto fosse applicabile invece nella pratica teatrale, dove viene sempre messa in atto una qualche forma di rielaborazione. Direi che il processo che mi ha portato alla costruzione del mio spettacolo La futura classe dirigente è stato diviso esattamente in queste due fasi: quella della raccolta dei materiali (con bambini e bambine tra i 6 e i 13 anni) estremamente umana, divertente, stimolante, e quella successiva, votata al completo tradimento di tutta la prima fase.
A muovermi erano, perlomeno, buone intenzioni, quelle cioè di riflettere sulla responsabilità generazionale usando le parole di chi, nel futuro, avrà a che fare con le nostre scelte del presente.

Il processo creativo

Per tutto il tempo della creazione ho dovuto ripetermi che quello che stavo facendo non avesse un valore statistico, né la pretesa di rappresentare un ventaglio infinito di opinioni sui temi affrontati.
Sentivo di dover arrivare ovunque per dipingere l’affresco più ampio possibile di questa futura classe dirigente, accumulare una mole enorme di testimonianze, aprire il contraddittorio a tutte le voci possibili. Non ci sono riuscita del tutto. Perlomeno, non ho valicato chissà che confini. Ma con il senno di poi mi chiedo, lo avrei fatto davvero per i motivi giusti? Per farmi tramite di un pensiero che cercava un megafono, o per sentirmi pacificata e nel giusto, in quel ruolo di paladina degli ultimi? L’etica, in questo lavoro, mi è venuta a trovare più volte

La verità è che qualsiasi cosa io abbia ascoltato e registrato, sia poi dovuta passare attraverso la mia stessa selezione, censura e, in un certo senso, manipolazione. È passata, cioè, attraverso il “montaggio” drammaturgico, che di fatto veicola i materiali al pari di un montaggio cinematografico. E ancor prima, le stesse domande elaborate da me per le interviste e il modo di pormi con loro hanno inciso costantemente sul processo creativo. 

Ricordo che durante gli studi universitari mi aveva colpito, dell’esame di antropologia, quello che veniva chiamato, traslato dalla fisica quantistica, “il principio di Heisenberg”, ovvero l’impossibilità di rappresentare la realtà così com’è, un principio per il quale chi osserva influenza inevitabilmente (e senza alcuna eccezione) il fenomeno osservato.
Mi sono dovuta rassegnare al fatto che la mia stessa presenza non fosse neutra, e che il mio punto di vista sarebbe dovuto emergere. È stata sicuramente la parte di scrittura più difficile da sviluppare, e che ho rimandato più a lungo. Un po’ perché avevo scelto di far parlare loro proprio per cercare di farmi da parte ed evitare il più possibile un approccio razionale alle tematiche, un po’ perché era importante capire dove e come mettere un contrappunto rispetto ai loro discorsi.
Ogni incontro che ho fatto si è portato dietro una notevole dose di intensità, sia per il terrore che la registrazione si interrompesse o che io la cancellassi per sbaglio, sia per il dover stare vigile e attenta a cogliere le battute dette sottovoce, le sovrapposizioni, gli input imprevedibili. L’irripetibilità del momento e, come appunto diceva Parr, l’eccitazione del presente

Le registrazioni, complici la mancanza di mezzi e quell’esame di antropologia, sono state fatte con il mio cellulare, così da non avere apparecchi troppo grandi o fuori dall’ordinario che potessero inibirli. Erano consapevoli del fatto che stessi registrando, ma già questa direi che potrebbe configurarsi come una forma di sottile manipolazione, pur dettata da ottime intenzioni. Cerco di metterti a tuo agio, così da farti aprire con me. C’è da dire che questa contraddizione interna l’ho vissuta e credo sia innegabile in qualsiasi forma di documentazione, anche quando non si vuole in alcun modo mettere in atto uno sciacallaggio. È una sfumatura che mi sembra di cogliere anche nella voce di Pablo Trincia quando ascolto i suoi podcast. È come se dicesse: ho totale rispetto di quello che senti e che mi stai dicendo, ma una parte di me pensa anche a quanto sarà utile al mio lavoro artistico, o potente ed efficace. È un pensiero involontario che ti precede. È la seconda fase del processo creativo, che fa capolino.
Dopo ogni intervista ho sbobinato le registrazioni nella maniera più precisa possibile. Ho ovviamente riascoltato più volte le registrazioni, anche quando le avevo già trascritte, e sono tornata a loro ogni volta che avevo una qualche crisi circa la struttura d’insieme (spesso).

La situazione che mi ha guidato è stata quella di una ideale Conferenza che avesse come sottotraccia i temi dell’Agenda 2030, declinati secondo un mio interesse o desiderio: soldi, differenze di genere, cambiamento climatico, razzismo, potere e regole, paura del futuro. Altre cose sono invece nate da loro e poi finite nella drammaturgia, come una dichiarazione spontanea e lucidissima sulla Palestina o la confessione di una classe di una pratica detta “del cerchio magico” fatta di nascosto con un’ insegnante per confrontarsi rispetto alle proprie emozioni e relazioni del gruppo, che a pensarci bene suona molto come un’ora non autorizzata di educazione sessuo affettiva.
La parte più complessa è stata sicuramente la selezione dei materiali e il cesellamento dei testi. Il lasciar andare spezzoni interi che appesantivano la drammaturgia e aprivano mondi giganteschi. E, ovviamente, il saper mettere un punto.

Presenza costante di tutto il processo è stata sicuramente Maura Teofili, la prima in assoluto a sposare il progetto. È stata lei, ad esempio, a farmi riflettere molto sulla mia posizione rispetto alle parole che intercettavo: le stavo rubando? Prendendo in prestito? Consegnando?
È anche quella che, affilatissima nel suo lavoro di presentazione del processo artistico, ha effettivamente scoperto che la pratica di utilizzare le parole esatte di un’intervista prende il nome di verbatim theatre, cosa che ignoravo completamente.

Tradire, dal latino tradere, ovvero affidare, consegnare (al nemico)

Questo aspetto del trascrivere e riportare esattamente le loro parole, è stato per me importante fin da subito. Volevo che il pubblico fosse consapevole del fatto che quelle risposte non fossero in alcun modo inventate, contraffatte o immaginate, ma solo assemblate. Quello che a me interessava era di non tradire la promessa fatta con il pubblico, il patto di fiducia per cui chiedevo loro di credere alla mia ricerca.
Credo che il tema della verità sia fondamentale in un lavoro di tipo documentaristico e che abbia una valenza completamente diversa in quest’ambito rispetto ad altre ricerche artistiche che indagano la verità come tema (penso ad esempio, tra tanti, a The Mountain degli Agrupación Señor Serrano).

Lavori che spesso rispondono alla domanda: perché è così importante che la storia che ti è stata raccontata sia vera?

Ho scoperto da poco di Claudette Colvin, una donna nera che si dice essere stata la prima ad essere arrestata per non aver ceduto il proprio posto sull’autobus a un bianco, qualche mese prima di Rosa Parks. Sembra che il movimento per l’abolizione della segregazione razziale ne fosse a conoscenza, ma avesse scelto Rosa Parks come volto per la causa, per tutta una serie di motivazioni che potevano giovare poi alla causa. Ma non sentite un piccolo tradimento interiore, al pensare che tutto un flusso di informazioni sia stato manipolato, pur per una giusta causa? Non sentite il crollo di una piccola certezza che si era solidificata nel vostro immaginario?

Sarebbe stata la stessa cosa, se io avessi scritto di mio pugno tutta la drammaturgia alla mia scrivania, fingendo di aver incontrato dei bambini, dicendo al pubblico che erano parole loro? O se avessi semplicemente immaginato di intervistarli, e inventato le loro parole?

Mi viene in mente D’amore si vive di Silvano Agosti (e non per il bambino Frank, che pure avrebbe diverse attinenze con il mio progetto) per l’intervista a una donna che faceva la prostituta, accompagnata da una scritta che diceva che la donna si era suicidata il giorno dopo quell’intervista. Non solo quel gesto gettava tutta un’altra luce sulle sue parole, ma era anche espressione di come il raccontarsi avesse in qualche modo inciso sulle sue azioni. Era il reale che si affacciava tragicamente nella narrazione, ma anche la narrazione che aveva inciso sul reale. 

Il documentare, l’intercettare il reale, è stata una parte talmente fondante del processo che tradire il meccanismo voleva dire, per me, minarne il valore e le fondamenta. 
Una bambina di 9 anni, ad esempio, ha scoperto con sollievo di non essere l’unica della sua classe a pensare con angoscia alla morte la sera, prima di andare a dormire. Mi sono preoccupata di non aprire voragini che non avessi il tempo di richiudere, mi sono immersa il più possibile nella situazione con loro, rubando ma con i guanti. 
Tutto ciò mi porta quindi a un secondo tradimento che ho avuto paura di compiere, ovvero verso di loro, verso chi ho intervistato. Me ne sono resa conto nel momento in cui si è configurata la possibilità che un paio di quelle classi potessero venire a vedere una replica.

Lo spettacolo, d’altronde, è per gli adulti, e tutto ciò che può essere ironico è proprio per dire a noi stessi: guardiamoci allo specchio, ascoltiamoli e ascoltiamo cosa stiamo trasmettendo loro, sentite l’eco delle nostre parole come suona ridicolo, come suona crudele. L’intento non è di certo prendere in giro ciò che mi è stato consegnato, ma in qualche modo l’ho effettivamente gettato in pasto ad altri, e tradito l’intimità dei nostri incontri che sembravano al sicuro tra le mura di case e scuole.
Mi viene quindi in mente e in aiuto l’etimologia di tradire, nel suo significato originale di affidare, consegnare, poi mutatosi negativamente in “consegnare al nemico”. Ho preso in custodia le loro parole per consegnarle a un pubblico, se poi troveranno alleati o nemici, mi dico ora, non potrà dipendere da me.

Ascoltiamo ma non giudichiamo

Non è facile rimanere neutre durante le interviste. O meglio, non è facile porsi in ascolto e non approfittarsi della propria posizione in qualche modo privilegiata di intervistatrice, ospite, adulta. Non è facile non giudicare quello che ti viene detto. Alcun* di loro mi hanno insegnato questo gioco, che in realtà era un trend su Tik Tok, chiamato “ascoltiamo ma non giudichiamo”. L’abbiamo fatto, non è andata granchè, ma mi sembra un ottimo promemoria per qualsiasi attività documentaria. D’altronde, uno dei diktat della recitazione è “non si giudica il personaggio”, quindi direi vada applicato a priori alla scrittura. Anzi, credo che certe occasioni possano essere feconde per approfondire, andare verso dei nodi. “Perchè il personaggio si comporta così? Cosa lo conduce a pensare così?”

In uno degli ultimi incontri, una ragazzina di terza media ha spiegato cosa fosse la disforia di genere alla sua classe. Era evidente tutta la sua frustrazione, la solitudine del suo sentire, il dialogo impossibile con gente che vedeva tutti i giorni. Empatizzavo completamente con lei, sono stata quella ragazzina anche io. I suoi compagni di classe invece dicevano cose come “esistono solo due generi, l’uomo e la donna” o facevano battute come “oggi mi sento croissant” (“per sdrammatizzare”, parole loro). È stato difficile entrare in dialogo cercando di astenere il giudizio, ma in fondo sì, sono stata quei ragazzini anche io. Ho detto cose di cui mi pento, cose che non penso più, cose che mi vergognerei anche solo di ripetere ad alta voce.

Documentare credo sia proprio questo, fissare nel tempo queste cartoline immutabili di frasi e convinzioni, ma il reale è un’altra cosa, e nel frattempo scorre veloce

Quella sera, comunque, ricordo di essermi ritrovata a pensare: ma se il Presidente degli Stati Uniti può rilasciare dichiarazioni ben peggiori, perché non dovrebbero farlo loro?
E poi, con ancora più inquietudine: ma se una persona può compiere un genocidio sotto gli occhi di tutto il mondo restando impunito, quale sarà poi il limite? In quale modo potremmo mai tracciarne uno per loro?

Brucia tutto

L’attualità è mutevole, traballante, in perenne contraddizione. Il futuro è già vecchio.
All’interno dello spettacolo ci sono alcuni momenti di “commento” autoriali, contraddistinti attraverso un meccanismo ad alzata di mano spiegato quasi subito al pubblico. Il mio inserto drammaturgico sulla Palestina l’ho scritto praticamente a due settimane dal debutto. L’ho scritto e riscritto, perchè era talmente vincolato al presente che non riuscivo a fermarlo sulla carta. Con ogni probabilità, lo riscriverò. La scena, non a caso, è accompagnata da un cartello che recita: “Quando passa dall’essere attualità a essere storia”?

È una cosa poco divertente che non farò mai più, quella di raccontare qualcosa senza una distanza emotiva e storica, ma al contempo sentivo di non poter fare altrimenti.
Il senso di impotenza e sopraffazione, rispetto a quello che succede nel mondo, è diventato enorme, ed è quello che mi ha spinto ad attraversarlo artisticamente. 

Tuttavia. Per non stendere un velo di giustificato pessimismo, penso ad esempio al tema della parità di genere. Mi capita di fermarmi, ogni tanto, e pensare con immensa gratitudine alle femministe che mi hanno preceduto e che mi hanno concesso, con le loro lotte, certi privilegi di cui loro non hanno nemmeno goduto. E penso a una famosa intervista a una coppia siciliana in L’amore in Italia di Comencini del ‘78, a come sia importante aver fermato impresso quel momento, per poterlo riguardare con gli occhi di oggi. A ricordarci la strada fatta, e non solo quella da fare.

La speranza, controproducente in un’ottica di repertorio, ma vitale rispetto al reale, è di dire, tra qualche anno: “Com’è invecchiato male questo testo. Com’era diverso, il mondo”.


Caterina Marino si diploma come attrice nel 2014 presso la Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone. Nel 2017 Caterina Marino si laurea a Roma in Arti e Scienze dello Spettacolo con una tesi di Drammaturgia su Gerardo Guerrieri e la sua prima traduzione italiana di Un tram che si chiama Desiderio. Nel 2018 è co-fondatrice insieme a Giulia Canali e Marco Fasciana della compagnia Binario1310 e con la quale partecipa al Premio Scenario Infanzia 2018. Nel 2021 vince la Segnalazione Speciale al Premio Scenario con Still Alive, primo testo interamente scritto, diretto e interpretato da Caterina Marino. Lo spettacolo debutta nella primavera 2022, nel 2023 è finalista In-Box e vince la Menzione Speciale della In-Box Generation ed è attualmente in distribuzione. Sempre nel 2022 è impegnata in una tournée nazionale nel ruolo di Maisa nello spettacolo La classe, con la regia di Giuseppe Marini.

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