Le loro voci stavolta. Le artiste africane e afrodiscendenti a Short Theatre

Set 20, 2021

Raccontare nella sua totalità l’edizione appena conclusa di Short Theatre 2021 non è semplice per la molteplicità di traiettorie che l’hanno caratterizzata. Ci sono stati i numerosi interventi nello spazio pubblico, le affissioni che hanno modificato l’ambiente interno della Pelanda e i muri della città, oppure la performance di Amanda Piña che si è svolta in Piazza Testaccio. Ci sono state le presentazioni di libri e le sonorizzazioni, l’inaugurazione di un nuovo palco per i dj set e i concerti, la formula Cratere per abitare WeGil, le proiezioni, i laboratori partecipativi e naturalmente gli spettacoli, tra cui l’attesissimo debutto dei Motus con Tutto Brucia.

Volendo scegliere un filo per sorvolare le giornate trascorse crediamo però di non tradire lo spirito del festival dando risalto alla forte presenza di artiste africane e afrodiscendenti che ha caratterizzato questa edizione. Performer che teniamo insieme più che per la semplice origine geografica per la condivisione di un problema, di un ostacolo, di un’ingiustizia ereditata. Short Theatre negli ultimi anni si è andato caratterizzando per l’attenzione e il coinvolgimento verso quel brulicare di istanze emancipative entrate in rotta di collisione con le arti performative, ospitando gruppi, progetti e persone che se ne sono fatte portatrici. Riprendendo quindi il titolo di questa edizione ovvero «The voice this time» e le parole della co-direttrice Piersandra Di Matteo — che nella nostra intervista affermava l’importanza di garantire uno spazio di ascolto — ci concentriamo sulle loro voci stavolta, che urlano spesso un’accusa nei confronti della cattiva coscienza occidentale.

L’accensione al festival l’ha data Sofia Jernberg, con un’operazione dal significato potente. L’edificio WeGil, situato tra Trastevere e Testaccio, è un lascito del fascismo i cui segni parlano in maniera fin troppo esplicita delle aspirazioni imperialiste della dittatura made in Italy. Ebbene, sotto la scritta «Necessario vincere, più necessario combattere» Jernberg si è affacciata dal balcone — le sue origini etiopi rendono l’atto ancora più pregnante — dando un assaggio del suo percorso di ricerca sulla vocalità, sotto il titolo Chasing Phantoms. Un momento toccante tutto all’insegna del détorunement: del bel canto, della tradizione canora africana, della pesante eredità coloniale fascista; non possiamo far finta che i fantasmi non esistono, ma la loro evocazione deve servire a scacciarli, a depotenziarne il lascito.

Muna Mussie è una performer bolognese con origini eritree. Questa doppia identità è alla base del lavoro Curva Cieca, un viaggio alla riscoperta della lingua materna tigrina con la guida della voce di Filmon Yemane, ragazzo non vedente anch’egli eritreo. Gli excursus di Yemane per spiegare i termini sono estremamente affascinanti, rimandando all’inevitabile intraducibilità e allo stesso tempo al terreno comune tra le lingue, mentre Mussie in scena invita a riflettere sui confini con movimenti minimali ed enigmatici. Indossa una maschera, come a simboleggiare l’involucro che ogni cultura costituisce, quando poi la maschera si fa doppia è evidente il richiamo alle due identità di cui si parlava sopra, ma anche un riferimento a Giano, dio delle soglie e dei passaggi, non sarebbe fuori contesto.

Quella di Cherish Menzo, artista olandese di origini surinamesi, era forse una delle performance più attese per il suo linguaggio estremamente attuale. Il bersaglio critico di Menzo in Jezebel è infatti l’immaginario sessista dell’hip hop e se i codici sono cambiati rispetto a quelli di vent’anni fa, non sono certo pochi i trappers di oggi a ricalcare ancora quegli stereotipi. Nella prima parte dello spettacolo Menzo corre forse il rischio di farsi risucchiare da quello stesso immaginario giocando sul lato provocante e attraente, il twerking però viene spinto all’estremo delle possibilità fisiche così come il testo della canzone cantata rigorosamente in autotune è un’esplicita dichiarazione di sottomissione al maschio alfa gangster rap. 

La musica è sicuramente una parte importante della performance, estremamente curata rispecchia questo stare nella contemporaneità pur contestandola; non c’è infatti un’alternativa nello spettacolo di Menzo ma piuttosto una critica interna. L’artista comunque non risparmia le energie sul palco fino alle ultime scene, in cui si trasforma in una enorme bambola gonfiabile dorata.

Nadia Beugré è una coreografa e danzatrice ivoriana che a Short Theatre ha portato una rivisitazione del suo lavoro Quartiers Libres originariamente concepito nel 2012 ma adattato stavolta alla specifica architettura della Pelanda. È una performance che può avere molteplici letture, quella che forse più ci affascina è l’intralcio dell’eredità. Beugré fa il suo ingresso in abito da sera e tacchi a spillo, intonando dei canti tradizionali africani, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Il cavo del microfono si confonde con le treccine e diventa presto un legaccio in cui la danzatrice rimane impigliata. 

Con rabbia e allegria allo stesso tempo si scaglia contro i politici, cercando il coinvolgimento attivo di un pubblico a dire il vero piuttosto restio. Come elemento di passaggio per la seconda parte, Beugré inserisce tra le labbra e spinge in profondità una busta dell’immondizia. L’eredità che ostruisce così potrebbe essere anche quella dei rifiuti di cui siamo sommersi, poco dopo infatti lei e alcune ragazze e ragazzi che hanno partecipato al suo laboratorio nei giorni precedenti, si ricoprono di bottiglie di plastica mentre intonano «A far l’amore comincia tu». Un’interrogazione stimolante che rimane gioiosa nonostante incorpori momenti di segno opposto.

Tra la fine del festival e il suo inizio c’è un ideale punto di contatto, perché le ultime battute sono riservate ad artiste con radici africane, ma soprattutto perché come in apertura si parla di fantasmi legati alla storia coloniale, seppure di ispirazione diametralmente opposta.

Dopo l’appuntamento conclusivo alla Pelanda, il dj set massimalista di Crystallmess, francese dalle origini guadalupe-ivoriane, è andato in scena il gran finale, l’opera Nehanda di Nora Chipaumire al Teatro Argentina (mostrarla in quel contesto ha senz’altro un valore importante). Un grande progetto diviso in otto capitoli di cui abbiamo visto l’ultimo, incentrato appunto sullo spirito Nehanda venerato nello Zimbabwe in cui chipaumire è nata e cresciuta. 

L’opera è fortemente politica perché ad incarnare lo spirito alla fine dell’800 fu una leader rivoluzionaria che lottò contro l’occupazione e lo sfruttamento dei britannici. All’inizio assistiamo ad un concerto con degli abilissimi musicisti e una corista che ripete incessantemente «No justice, no peace», il potente slogan utilizzato da diversi anni nelle proteste degli afroamericani diviene quasi un mantra. Nel frattempo chipaumire al microfono intreccia la storia con pungenti invettive, anche indirizzate specificamente a noi: «L’Italia ha una particolare relazione con l’Etiopia», ricorda. Sul finire va in scena una vera e propria manifestazione di piazza, il cui messaggio e la cui energia arrivano forte e chiaro: lo spirito di Nehanda non si assopirà fin quando giustizia non sarà fatta.

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