L’Aquila nuova, dieci anni dopo. Intervista a Massimo Sconci

Mar 30, 2019

A dieci anni dal sisma che nell’aprile 2009 sconvolse la città dell’Aquila, torna in scena a Roma il 5 e 6 aprile presso Teatrosophia e l’11 aprile presso il Teatro Garbatella, lo spettacolo “L’Aquila nuova” interamente scritto, diretto e interpretatoda Massimo Sconci, in una versione aggiornata e più che mai attuale.

Punto cruciale dell’intero spettacolo è l’individuo. Un cittadino aquilano qualunque, che tenta con difficoltà di relazionarsi con qualcosa di imprevedibile come il terremoto. La sua ironia, tenerezza e fragilità può avere come reazione una inevitabile depressione oppure una necessaria resistenza. Il risultato è una narrazione che vorrebbe essere lineare, ma che inevitabilmente si frammenta in più capitoli differenti. In scena un attore con una sedia e senza microfono, due paia di occhiali, un orsacchiotto di peluche e una valigia, per un allestimento scarno ed essenziale. Cornice di un racconto evocativo fatto di tante piccole storie, del passato, del presente e del futuro della città. Racconti vissuti oppure mai accaduti, intrecciati attorno all’abilità evocativa del narratore.

Abbiamo intervistato Massimo Sconci:

Quali sono stati i momenti e gli incontri artistici più rilevanti nel tuo percorso d’attore?

Tutti gli spettacoli dell’Odin Teatret durante il triennio dell’Accademia, per il rigore e la devozione serissima nei confronti del lavoro. Da lì ho imparato che le vicissitudini e, soprattutto, le complicazioni per la riuscita di un’opera d’arte possono essere tante, anzi, spesso è bene che ce ne siano molte, perché ogni piccolo sacrificio è utile per riprodurre sul palco una vera e propria magia. Negli ultimi anni però si è riaccesa in me una nuova scintilla vedendo “Pueblo” di Ascanio Celestini, per ridimensionare le esigenze sceniche e comprendere quanto sia possibile ottenere un risultato straordinario partendo dal minimalismo del Teatro di Narrazione. Di lì ho imparato come l’importante, per l’artista, è scegliere un argomento che sia giusto dover raccontare, poi sarà il pubblico a valutare il risultato. Si parte sempre dal principio di necessità, oltre questo nient’altro occorre, secondo me, per un grande spettacolo.

L’Aquila, dieci anni dopo: come hai visto cambiare la tua città natale e la comunità residente dall’infausto terremoto a oggi?

In un decennio è successo di tutto. Una sorta di Odissea personale per ogni cittadino, messo di anno in anno sempre alla prova con innumerevoli ostacoli per il tanto atteso ritorno a casa.
Sarebbe falso pensare che non sia stato fatto nulla per ridare vita alla città, soprattutto in confronto ad altri splendidi territori del centro Italia ancora più sfortunati e che ancora oggi sono ignorati dall’Italia e dal governo. Ma il terremoto è come un gigantesco “reset”, se sopravvivi puoi andare avanti e rifarti una vita, ma la grossa scatola in cui conservavi i tuoi ricordi e i tuoi affetti più preziosi è danneggiata o distrutta per sempre, e non devi far altro che riempirla di nuovo, ricominciare da zero.
Certo, è possibile tornare a vivere bene con la giusta pazienza, ma nel tuo immaginario si crea una scissione gigantesca tra il “Prima” e il “Dopo”.

Quando e come è nata l’idea di portare in scena questo lavoro?

Dopo il sisma dell’ estate 2016 che colpì Amatrice, Capricchia, Accumoli e tantissimi altri piccoli comuni. In quei giorni io, come tanti altri cittadini, mi trovavo all’Aquila, e anche se l’epicentro era distante le scosse tornarono a farsi sentire in città dopo tanto tempo. Fu tristissimo per tutti. Da lì avevo già messo da parte nel mio cassetto personale tanti appunti, testi e idee di messa in scena, ma non volevo mostrarli perché erano racconti fin troppo personali, ossia le mie esperienze di terremotato. Durante quella brutta estate però capii che tutte quelle proposte, buone o cattive che fossero, potevano trasformarsi in uno spettacolo intero, raccontando in teatro un vissuto personale come una grande esperienza condivisa.

In che modo hai declinato, in questo spettacolo, la tua vocazione al teatro di narrazione?

Riducendo tutto al minimo, e credendo semplicemente che potevo stupire il pubblico non concentrandomi su qualche strambo effetto speciale, ma solo e soltanto con quello che dicevo, se fosse stato raccontato nel modo giusto.
Per me è molto importante, nella riuscita del lavoro, l’utilizzo dell’ironia. Celestini è maestro in questo, ma anche il mio insegnante Giancarlo Fares nel suo splendido spettacolo “Serafino Gubbio Operatore” dimostra come l’ironia sia un mezzo fondamentale per non prendersi troppo sul serio e poter dare il giusto ritmo a ciò che si vuole esprimere.
Non dimentico neanche l’esempio dei miei genitori, da ragazzino ogni volta che uscivo di casa mi ripetevano “copriti, altrimenti sudi”. Per qualche motivo queste apprensioni erano una buona occasione per imparare a essere ironici.

Quali sono state le maggiori criticità dal punto di vista creativo e produttivo affrontate per dar vita al progetto?

Senza dubbio le tante speranze, e le totali incertezze, di poter fare circuitare “L’Aquila Nuova” in giro per l’Italia rappresentavano delle criticità non indifferenti. In realtà queste criticità per me esistono ancora oggi.
In una fase storica in cui, almeno a mio avviso, fin troppi teatranti si parlano addosso, non credo più che l’arte possa concretamente migliorare il mondo. Ma se sviluppata come forma di comunicazione efficace, di certo può stimolare le menti a delle riflessioni etiche che non sembrano più appartenere a questo periodo storico orribile. Comunque sia, il futuro è sempre molto più interessante del passato, l’estate si avvicina e a me piace molto il gelato!

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