L’amore come fattore politico per Paolo Maria Congi

Lug 13, 2021

CityLab 971 è un un polo di aggregazione culturale sulla via Salaria. È nato con l’obiettivo di potenziare la connessione, il collegamento tra una metropoli vasta e complessa come Roma e le produzioni innovative, contemporanee e internazionali, quelle che un tempo si chiamavano avanguardie. C’è anche un’iniziativa multidisciplinare che “celebra l’universo artistico”, la condivisione, la centralità di ogni forma di espressione. Il nome di questa felice corporazione è Elements.

Da uno spazio decadente, come la sede dismessa dell’ex cartiera della Zecca di Stato, è stata ricavata una casa, una factory che ospita lo studio dell’artista e performer Antonio Larosa. In uno degli hangar è stata allestita la sua mostra Sentieri sospesi 2.1. Numerose sono le attività e gli eventi programmati per questa estate, spaziando dal tavolo tematico sui diritti umani Jouissance #1 – a cura di Filosofia in movimento, Elements e CityLab 971 – ai laboratori e alla formazione, alla fotografia, alla musica e al teatro. 

Di questo ed altro ancora ne abbiamo parlato con Paolo Maria Congi, direttore artistico della compagnia Versus. Una delle tante persone coinvolte in questo progetto; un visionario che, attraverso Elements e insieme con le numerose realtà esistenti, contribuisce concretamente a riqualificare uno spazio vasto e aggregante. Facendosi portavoce di un messaggio di gioiosa resistenza. 

Raccontaci un po’ della tua storia personale e professionale.

Le mie prime passioni  sono state il cinema e la fotografia, fin da giovanissimo, fin da quando con il mio primo collettivo abbiamo realizzato un film molto travagliato. Sono arrivato al teatro molti anni dopo. Frequentando un corso ho capito che recitare era nelle mie corde, mi permetteva di restituire tutto quello che avevo dentro, anche perché nel frattempo avevo scoperto che fare teatro è un modo per essere veramente se stessi. Stare sul palcoscenico significa concedersi delle libertà che la società non permette di avere.

Fondamentale per la mia formazione teatrale è stato il periodo in cui ho vissuto a Firenze, sono stato un asteroide all’interno della compagnia Chille De La Balanza, all’interno dell’area San Salvi. Un gruppo guidato da Claudio Ascoli, una persona straordinaria, appassionato di poesia, di Antonin Artaud. Subito dopo questa esperienza ho frequentato prima l’Accademia Sharoff  a Roma e Teatro Azione dopo. Successivamente, con il gruppo di attori di uno spettacolo da me creato, ho fondato la compagnia Versus e abbiamo cominciato a lavorare all’interno dei centri sociali. 

Il primo testo che ho scritto è stato Maddalena, uno spaccato sul quartiere romano di Tor Bella Monaca. Raccontava la storia di un ragazzo spacciatore, ai domiciliari, che viveva tutto questo insieme ai problemi con sua moglie. Abbiamo vinto qualche bando, qualche concorso, siamo stati al Tact di Trieste, un’esperienza fantastica. La mia è una storia di amore per il teatro in tutti i sensi; amo sia il teatro performativo che quello di prosa, la narrazione. Non posso dimenticare infine il mio amore verso Carmelo Bene, un artista che apriva diversi mondi.  

Cosa sono e di cosa si occupano rispettivamente CityLab 971 ed Elements?

L’anno scorso abbiamo avuto l’opportunità di fare qui al City Lab alcuni laboratori, superando diverse difficoltà legate soprattutto al Covid, alle poche iscrizioni, alle temperature rigide invernali e purtroppo non siamo riusciti a raccontare al meglio lo spazio. Così abbiamo deciso di proporre quest’anno alcune giornate di teatro, realizzando un progetto all’interno di Elements, il nostro gruppo di iniziative culturali, facendo una programmazione molto più vasta e con molti più artisti.

Abbiamo lanciato una Call aperta accogliendo compagnie che non conoscevamo e artisti come Antonio Rezza, Filippo Gili. L’entusiasmo è stato immenso quando ci hanno dato la possibilità di curare una mostra d’arte con alcuni fondi del Comune di Roma. Oggi con il teatro abbiamo bisogno di questo: creare nuove realtà, nuove sinergie. A noi piace andare direttamente al sodo ed esplorare, così come abbiamo fatto con la compagnia Les Moustache, è stata una bella esperienza offrire loro uno spazio per una residenza, aiutarli. L’amore per il nostro mestiere per noi vuole essere proprio questo: mettere le persone in condizione di lavorare, è una cosa fantastica.

Tra i lavori che presenteremo ci sono Faust, un testo che avevo scritto tanti anni fa, finalista del Festival Indivenire nel 2019, nella forma di corto teatrale. Lo abbiamo ripreso e completato, parla di una persona sola attraversata da mille spettri. Il 23 luglio ci sarà Antonio Rezza con Pitecus e subito dopo questo atteso appuntamento sarà il turno di Come quando fuori piove, il 24 e il 25 luglio. Un progetto a cui tengo particolarmente perché l’ho scritto ed è nato all’interno di una residenza presso il Teatro Trastevere di Roma. 

È il mio Macbeth, la mia sfida grande. È da quasi due anni che cerchiamo di metterlo in scena tra mille traversie, nel mezzo di una pandemia mondiale. È un testo storico, ambientato durante il ’43, durante la Repubblica di Salò e affronta il tema dei Partigiani. Parliamo della consegna delle armi, c’era chi si è opposto invocando di continuare una battaglia ideologica. E forse, oggi, avremmo avuto un futuro diverso se avessero dato ascolto alle loro voci. È un testo abbastanza forte; Varga, il capo dei partigiani, non è visto come un buono, è una persona disposta anche ad uccidere, ad attuare quella scelta storica descritta da Jean Paul Sartre ne Le mani sporche. Come in Antigone una società perfetta comporta sacrifici, olocausti.

 Il Palcoscenico può essere una casa o una bara?

Può essere entrambe le cose. Ho sempre pensato e sostenuto che chi fa teatro, soprattutto gli attori, rischia di vivere il palcoscenico sia come una casa che come una bara. La tenacia e la coerenza in questo lavoro sono fondamentali, molte persone si chiudono e rischiano di non andare oltre, di non connettersi con il mondo che evolve, di non capire che il sistema teatrale vive di trasformazioni e cambiamenti. Chiudersi nelle proprie compagnie o all’interno di uno spazio scenico significa danneggiare indirettamente tutta una categoria. Il teatro diventa una bara quando non si apre, quando non vuole più parlare al pubblico, quando non vuole più mettersi in relazione con l’entità astratta di bellezza.

Una casa lo è in quanto concede la possibilità di essere sé stessi, di esprimersi. Di essere cattivi, di ridere o di piangere così come si vorrebbe. Tutto quello che la società, spesso, non permette di essere. Ci comportiamo un po’ come frammenti di specchi che sono in rapporto gli uni con gli altri; a teatro molte volte abbiamo la possibilità di ricomporre quello specchio. 

Il senso, le dinamiche dell’essere comunità, di raccontarci storie… è qualcosa che abbiamo dimenticato, definitivamente perso o lo stiamo recuperando?

Sicuramente c’è l’impressione di averlo perso o di perderlo a momenti. Dire che questa società moderna ci porta ad essere più soli, sempre più monadi, è abbastanza ridondante. Il bisogno di raccontarci, non a livello proustiano ma come comunità, c’è ancora, esiste. È una necessità, una volontà di fare politica nel senso più autentico del termine, di una narrazione per il futuro. Il teatro parla nel momento del presente, prima o dopo finisce, ma raccontare storie significa parlare al futuro, ai posteri, a chi ancora non è nato. Questo penso sia impossibile perderlo in quanto fa parte di una grande sfera che tiene insieme la letteratura e la poesia. È la nostra necessità di raccontarci come società, nella bellezza, nell’orrore e nella crudeltà, come diceva Antonin Artaud.

La cronaca, il quotidiano è qualcosa di abbrutente anche per noi che lo viviamo. È una storia che non cambia purtroppo, basta pensare a quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere. Sono passati vent’anni da quello che è successo alla Diaz, durante il G8, storie tristissime che purtroppo rimangono ferite aperte e non guariscono. A teatro come al cinema, noi vogliamo raccontare queste storie, anche violente, per descrivere le cicatrici della nostra società, non come una cronaca, piuttosto come un monito perché non succeda mai più.

Oggi più che mai sembra esserci maggiormente fame di verità, a teatro così come nella nostra realtà. È così?

 La verità fa parte dell’arte, è la massima espressione di un artista. Stanislavskij diceva “Ne veryu – non ci credo”. Duke Ellington divideva la musica in due categorie: “la buona musica e tutto il resto”. Tutto dipende dall’ascoltatore, dallo spettatore, dal lettore. Abbiamo fame di sapere che cosa è vero, nella marea di falsità, talvolta anche involontaria, in cui ci troviamo immersi.

Siamo travolti da tante notizie e dati; l’informazione è una cosa, la verità è un’altra. C’è anche un legame tra la menzogna e una modalità di fare politica, come ha insegnato Jacques Derrida. La ripetizione di un fatto finisce con il diventare qualcosa di vero, anche se è finto. È come notare un fallo durante una partita di calcio: nel momento in cui il telecronista dice che l’azione non è scorretta, cambia anche la nostra percezione della realtà.

La verità è un’altra cosa, è un sentimento. Sentiamo quando un artista sta mentendo, quando c’è qualcosa che non va, e nello stesso modo percepiamo quando c’è l’apertura del suo cuore, della sua anima. E poco importa se è un’espressione azzardata, violenta, poetica. A livello estetico captiamo la verità, c’è un legame tra noi, la verità e quello che dice una persona con le parole, con il linguaggio del corpo. Quali corde tocca la sua voce, il suo pensiero, i suoi sillogismi, le sue idee. Noi abbiamo fame di un sentire che può anche essere astratto, invisibile. Non metafisico, ma immateriale come il vento e che pertanto esiste.

“Il futuro è fatto di persone che aiutano, che mettono in contatto, che riempiono di gioia l’altro”. Da quale urgenza ha origine e cosa contiene al suo interno questa tua riflessione?

C’è un senso di smarrimento, il rimanerci male per tutte le delusioni che capitano nella vita. La frustrazione e i fallimenti nei rapporti personali e lavorativi. Penso che non bisogna incattivirsi, non bisogna trasformarsi in tutto quello che sono gli altri o in quello che vorrebbero farci diventare: persone che pensano solamente ai soldi o al proprio ego e che mettono davanti a tutto i loro principi, le loro convinzioni.

Occorre esprimere la gioia, la passione per l’arte, per la comunità. L’amore è un fattore politico dobbiamo fare in modo che ritorni ad essere così. Dobbiamo combattere contro le forze del male, io le chiamo anacronisticamente così, non in senso cattolico. La forza del male può essere vinta mediante la forza dell’amore, con l’affermazione “io non sono così, potete continuare a schiacciarmi, ma io non sono come voi”.
L’amore deve necessariamente ritornare ad essere una categoria della politica e bisogna essere aperti e resistere alle delusioni e alle difficoltà che si incontrano durante il nostro percorso, continuare a “prendere i dardi della sfortuna”, come recitava Amleto, facendolo tutti insieme, collettivamente, senza cambiare. È una forma di resistenza

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