La trilogia sul femminile di Martina Badiluzzi, Penelope al Teatro Biblioteca Quarticciolo

Apr 28, 2023

Persa in un deserto affettivo, una donna riflette sulla fine della sua storia d’amore, osserva sé stessa in relazione a uomo e ne deduce di essere stata una Penelope: uno dei personaggi femminili letterari più stereotipati.
Continua l’indagine sull’universo femminile della regista e drammaturga Martina Badiluzzi, intessendo un legame concettuale con storie di donne del passato che contengono nella loro essenza più intima l’urgenza dell’attuale. 

Sabato 29 e domenica 30 aprile, al Teatro Biblioteca Quarticciolo va in scena Penelope secondo capitolo della trilogia sul femminile firmata da Badiluzzi, interpretata dall’attrice Federica Carruba Toscano, con la partecipazione della dramaturg Giorgia Buttarazzi alla scrittura, musicale di Samuele Cestola, in arte Samovar, alla composizione, dell’artista visivo Fabrizio Cicero all’allestimento

In questa intervista Martina Badiluzzi racconta il processo creativo e gli esiti spettacolari di Penelope.

Qual è stata la genesi creativa dell’opera?

Dopo aver lavorato con vari registi come attrice ed essendo piuttosto insoddisfatta di quello che mi accadeva attorno ho cominciato a pensare che fosse il momento di prendermi la briga di scavalcare quella linea immaginaria che c’è tra il palco e la platea e di guardare il lavoro da fuori. Nel momento in cui ho iniziato a interrogarmi sulla regia, avendo avuto esperienze con registi piuttosto autoritari, ho naturalmente avviato e ampliato un discorso sul potere. Così è nato il progetto di The making of Anastasia su Anastasia Romanov che poi ha vinto il bando Registi Under 30 de La Biennale di Venezia 2019. Da lì, a cascata sono arrivati questi personaggi femminili della letteratura di cui la storia non ci ha restituito grande testimonianza. Volendo approfondire un discorso sul potere, è stato naturale il tentativo di costruire una storia non detta, una storia trascurata. Dunque ho deciso di scrivere la storia di Penelope rendendola protagonista e non coprotagonista dell’Odissea.

Arriviamo a Penelope, eroina di resistenza e determinazione. qual è la prospettiva che hai adottato? Quali sono le fonti che hai utilizzato per questa riscrittura? Ma soprattutto quali erano gli aspetti che volevi mettere in luce a partire da questo personaggio?

Abbiamo lavorato con la nostra dramaturg Giorgia Buttarazzi che è anche una filologa, che ci ha fornito una grande quantità di materiale. Uno dei testi su cui abbiamo lavorato è stato Un apprendistato o Il libro dei piaceri di Clarice Lispector. Non è un romanzo, ma un monologo che è sia un flusso di coscienza, sia un testo profondamente poetico. Ci sembrava che quella lingua fosse perfetta per come stavamo immaginando una donna sola come Penelope. L’altro testo è l’Odissea, il profilo psicologico di Penelope tratteggiato da Omero risulta molto strutturato, complesso e profondo. A partire dal testo epico volevamo restituire la tridimensionalità di Penelope e il suo essere eroica: un’eroina della non violenza che decide di rimanere nella sua stanza, non per difendere banalmente la casa ma per allungare il tempo di pace. In questo senso Penelope è un personaggio straordinario. 

Qual è stato il lavoro con l’attrice con Federica Carruba Toscano dalla lettura del testo fino alla messinscena?

Di solito quando arrivo in sala per lavorare su un nuovo progetto porto con me una serie di questioni che condivido con la compagnia. Da lì nasce un dialogo che è anche un’investigazione. Durante le prove la sala diventa molto permeabile, non è un posto chiuso da proteggere ma è un luogo dove è importante il parere di chi guarda e di chi dall’altra parte è sulla scena. Io e Federica abbiamo lavorato confrontandoci su molti aspetti scenici. La scrittura è stata alimentata da un continuo scambio tra me e lei. A partire dal testo hanno cominciato a prendere forma le diverse soluzioni sceniche poi adottate. 

In origine ero molto spaventata dall’idea di lavorare sul monologo perché è una forma di teatro particolare: questo spettacolo non è solo un esperimento linguistico ma anche scenico, in cui si dà voce e corpo a una donna che parla dell’assenza. Non volevo che sembrasse una farsa o una crisi isterica e in questo senso è stato poi naturale decidere che l’ambientazione, il luogo da cui lei stava parlando, fosse un corridoio proprio perché è uno spazio indefinito, non di sosta ma solo di passaggio. Abbiamo immaginato che dalla sua finestra entrasse un odore di fumo e di bruciato che da un lato ci potesse ricordare le carni dei Proci che bruciano e dall’altro che richiamasse l’odore acre della guerra. 

Quindi è stato una sorta di processo inverso: l’improvvisazione sul testo ha determinato la creazione dell’ambiente scenico. Anche la scelta di utilizzare i ventilatori in scena è legata al tema dell’estate e del caldo asfissiante: non solo un presagio climatico, ma un segno riconducibile al tema dei cambiamenti climatici, una scelta che di fatto non è così inverosimile e favolistica come poteva sembrare tre anni fa quando abbiamo cominciato a lavorare su Penelope, prima che si accendessero i riflettori mediatici sugli effetti del cambiamento climatico che scoppiasse il conflitto in Ucraina. In questo senso per me è importante sottolineare come la realtà entri nella creazione artistica e viceversa.

In quest’opera di riscrittura del classico di Omero entrano dei temi del contemporaneo relativi al genere femminile?

Il mio teatro è femminile tanto quanto il teatro di un regista maschio potrebbe essere maschile. La categorizzazione del teatro anche involontariamente conduce al pensiero che ci sia un’arte minore e un’arte maggiore. Penelope è semplicemente una donna che difende il suo territorio, ed è quasi maschile in questo; la differenza reale è che lei non lo fa aggredendo ma lo fa con un’azione di resistenza. 

Come detto in precedenza, abbiamo immaginato questo lavoro molto prima che succedesse quello che è successo in Ucraina. All’inizio Penelope rappresentava un tentativo di ragionamento sulla relazione del femminile con il cibo e di conseguenza con il corpo: come il cibo è stato ed è ancora uno strumento di controllo sul corpo delle donne e quanto sta diventando anche sul corpo degli uomini perché storicamente ciò che sta succedendo è che alcune questioni estetiche sono entrate anche nell’universo maschile. Quindi il mio teatro è totalmente contemporaneo. Non potrei scrivere uno spettacolo non contemporaneo, dal momento che vivo, guardo e mi nutro di ciò che c’è intorno a me. Nel momento in cui un artista scrive e realizza un’opera è impossibile che la realtà non lo attraversi e di conseguenza che non attraversi il suo lavoro determinando i processi creativi e le poetiche artistiche.

Segui Theatron 2.0

Ultimi articoli

Bandi  e opportunità