Al principio eravamo uno: esattamente 13,8 miliardi di anni fa gli atomi che compongono noi e tutto ciò che esiste, è esistito o esisterà, al principio erano cosa sola. Poi, quell’uno si è diviso, si è sparpagliato in giro dando forma alle cose, alle persone, alle persone che avrebbero fatto le cose e alle cose che avrebbero iniziato a possedere le persone. Questa è la Singolarità.
È qui che prende avvio il nuovo spettacolo di Algo Ceiba, progetto vincitore del bando Pillole 2025 indetto da Fortezza Est, e finalista al Premio Omissis per la Drammaturgia 2025.
In sala lo spazio è semibuio; a lato troneggia una struttura a quadrato stipata di oggetti: si individuano una scarpa, il processore sfondato di un computer, di fianco l’altra scarpa, peluche, un letto a castello, vestiti, macchine fotografiche ridotte in rottami. Un frigorifero sventrato incornicia il volto impassibile di Gabriele Ratano, circonfuso dalla luce fredda e gelida di un led azzurro. Sul letto, immobile come un manichino, Francesco Savino fissa un punto ben oltre la linea delle teste degli spettatori. Sotto il letto, invece, le gambe di un manichino femminile e… il braccio di Nadia Fin. Il modo in cui i corpi si mischiano alla roba produce un brevissimo attimo di spaesamento, quella sorta di fenomeno conosciuto come uncanny valley – il senso di inquietudine davanti a cose volutamente costruite per assomigliare all’essere umano, ma che umane non sono del tutto. A dire il vero, qui potrebbe essere il contrario: siamo di fronte a tre corpi innegabilmente umani che cercano di farsi cose, oggetti inanimati.
Al centro della scena, infine, una bara. Anzi: «Una bara in una stanza in una casa piena di oggetti che non fanno spazio ad una bara».
La singolarità è un docu-spettacolo, costruito sulla base della ricerca effettuata dal collettivo nel corso dello scorso anno per indagare il fenomeno del disturbo da accumulo.
Siamo tutti cresciuti guardando Sepolti in casa su Real Time: abbiamo ben presente l’immagine dei cosiddetti accumulatori seriali che non riescono più a vivere liberamente nei propri spazi a causa di montagne di oggetti. Ma perché? Cosa spinge una persona a rendere la propria quotidianità così complicata? La domanda è istintiva e sfugge alle briglie di qualsiasi tentativo di empatia: come ci si riduce a vivere così?
La singolarità non intende dare una risposta; piuttosto, cerca di mettersi in dialogo con questo fenomeno, con le persone che convivono con questo disturbo, riuscendo a incanalarlo in una dimensione più universale, più vicina al vissuto della nostra generazione – quella che si ritrova ad avere a che fare con tutta la roba appartenuta ad altri, le cose dei genitori, dei nonni.
A partire dalla descrizione di salotti inagibili, letti inutilizzabili e gatti sopravvissuti grazie alla caccia ai topi, il discorso sulla disposofobia si stacca dalla materialità dell’oggetto di uso quotidiano, e si proietta verso il resto dello spazio che abbiamo a disposizione: il mondo.
Visti i tempi che corrono, è inevitabile che lo spettacolo formuli una considerazione amara sul consumismo: viviamo in una parte di mondo privilegiato che produce molto più di quel che consuma, e che si ritrova a gestire la concupiscenza di stare al passo con le mode, con il possesso, con la novità, a costo di trovarsi sepolto dalle acquisizioni precedenti. E, oltre a quest’ultime, è costretto a gestire anche le cose possedute dai nostri genitori, difficili da eliminare perché si portano il peso del passato, dell’affetto, del ricordo.
Quanti biglietti di spettacoli o concerti non abbiamo il coraggio di buttare? O libri appartenuti a qualcuno che non c’è più, un vecchio amante, una persona cara ma lontana? O ancora i vestiti indossati durante l’adolescenza? La singolarità non demonizza mai l’attaccamento agli oggetti: trasferirvi un valore emotivo è naturale e commovente.
L’interazione degli interpreti con il pubblico punta proprio su questo, sul creare cioè dei punti di connessione tra le abitudini comuni e le compulsioni specifiche degli accumulatori. Vi è la scena dell’asta, situazione prevista e guidata dalla drammaturgia: gli attori mettono in vendita oggetti evidentemente destinati al macero, fino a costringere Francesco Savino a separarsi da un nastro, una vecchia registrazione risalente alla sua infanzia, in cui è scolpita la voce di un’anziana donna, presumibilmente sua nonna, che rende manifesto il valore affettivo dell’oggetto.
Savino la consegna a una spettatrice e la commozione diventa inevitabile. L’impronta comica dell’improvvisazione lascia spazio a un cortocircuito: se quella cassetta fosse mia, se quella fosse la mia voce, o quella di mia nonna, riuscirei a darla a uno sconosciuto?
In alcuni punti il testo rischia di assuefarsi al reportage, e non sempre riesce ad amalgamarsi con le sequenze di movimento, coreografie pregne di sottotesti, di intenzioni.
Notevole invece la coesione degli interpreti, il loro farsi coro, cassa di risonanza delle voci e delle storie che hanno ascoltato con attenzione e rispetto, senza giudizio. Il trio attoriale forma un fronte comune grazie anche a un testo drammaturgico, firmato da Riccardo Tabilio, pensato e strutturato non per tre singoli, ma per una monade di interpreti che sviluppa la dialettica del testo in maniera fluida, delicata e drammatica.
La regia di Dario Aita ed Elena Gigliotti riesce a coniugare due impianti espressivi che rischiavano di scadere nel più bieco didascalico: la sequenza iniziale su musica (Tommaso Grieco) in cui i tre interpreti-manichino si “risvegliano”, si scuotono la polvere di dosso e interagiscono con gli oggetti che hanno intorno sottolinea il rimando al binomio essere umano-oggetto, alla progressiva trasformazione dei corpi che, curiosamente, avviene proprio attraverso l’utilizzo degli oggetti.
Le cose spesso ci contengono, e noi apparteniamo a loro come loro ci appartengono. Ciò che ci differenzia dall’inanimato è il modo in cui ce ne appropriamo, in modo in cui lo facciamo nostro e lo carichiamo di significato, di valore – insomma, di noi.

Nata in Germania nel 1999, cresciuta in Brianza, attualmente vive a Roma. Nel 2025 consegue il titolo di Laurea Magistrale alla Sapienza con una tesi sugli aspetti filosofico-cognitivi della spettatorialitá; si occupa di organizzazione teatrale e di progetti culturali.
















