La performance art de I Figli Di Marla: Intervista a Francesca La Spada

Giu 12, 2018

Marla, nome che Francesca La Spada ha scelto per sé, è nata a Desio il 30 gennaio 1987. Dopo essersi diplomata al liceo artistico,  ha studiato per tre anni presso l’Academy of Performing Arts M.A.S. di Milano dove ha conseguito il diploma.
Durante gli anni in accademia ha iniziato a lavorare come ballerina, laureandosi in Lingua multimediale presso l’Università Cattolica di Milano; ha continuato a studiare recitazione con vari insegnanti iniziando a lavorare come attrice e performer di musical. Ha continuato il suo percorso di formazione presso l’Alvin Alley di New York e a Roma sotto la direzione del coach Michael Margotta, membro dell’Actor’s Studio di New York, con il quale ha studiato il metodo Stanislavskij-Strasberg. Ha lavorato come aiuto regia presso il Teatro Litta di Milano e come regista presso il Teatro di Trastevere in Roma.

Nel gennaio del 2016 ha fondato I FIGLI DI MARLA, compagnia di performing art con sede a Milano, composta da artisti con differenti formazioni. Ha scritto la performance “High Reactors” che ha girato in luoghi diversi d’Italia; lavorando sul metodo di formazione per gli artisti chiamati Emotional dance, incentrato sugli aspetti fisici ed emotivi dei performer. I FIGLI DI MARLA è nata dalla concezione filosofico-performativa di Marla. Al centro della filosofia vi è il corpo: ogni lavoro è mirato a creare arte attraverso un sincero e onesto flusso d’interazione tra attore e regista. Il corpo viene utilizzato senza i limiti di una lingua definita ma utilizzando le diverse potenzialità espressive delle tecniche artistiche in modo fluido e consapevole. (LINK FACEBOOK)

I figli di Marla

Ho sempre desiderato avere una compagnia che mettesse in scena una certa tipologia di performance artistica. Di per sé la performance art è stato originariamente uno degli strumenti utilizzati dagli artisti visivi, i quali, attraverso le loro creazioni protestavano contro lo stato dell’arte contemporanea che mercifica la cultura e i “prodotti artistici”. Ovviamente è strano che I figli di Marla esistano come compagnia di performance art, però in questo, devo dire, sono stata abbastanza lungimirante anche perché la Biennale di quest’anno parla dell’immagine del performer. Dopo essermi interrogata intorno al tema delle performative arts due anni fa sono arrivata alla conclusione che mancava l’esaltazione della figura del performer, in un mondo artistico molto ibrido in cui è difficile trovare un attore o un danzatore “puro”. La performance art non deve essere solamente uno strumento per gli artisti visivi, secondo me è teatro contemporaneo.

Un mio amico gallerista mi chiese tempo fa se volevo lavorare a una mostra durante la quale dovevo dare vita una performance. Io avevo già scritto la mia prima performance “High reactors” – espressione che indica colui che reagisce agli stimoli in maniera ipersensibile. Nei giorni in cui mi arrivò questa proposta, lavoravo con Micheal Margotta, acting coach che insegna i metodi Stanislavskij e Strasberg, e stavo facendo una respirazione sciamanica che dura quasi tre ore in cui puoi avere varie visioni e io immaginai le cose che dovevo fare in scena. Sono una persona molto visionaria. Durante questa visione mi sono riconosciuta in sala prove che dirigevo i ragazzi I Figli di Marla che non esistevano ancora. Così per l’allestimento scenico della mostra chiamai alcune persone entusiaste del progetto. Purtroppo questa mostra non si è più fatta però questo è stato lo slancio che mi ha portato a creare un gruppo di lavoro. In questo modo sono nati I Figli di Marla. Già nel nome della compagnia si parla di relazioni e di amore, da questo si può capire quanto io cerchi di mettere tutto l’amore e tutta la passione che ho per fare questo lavoro.

Il lavoro del performer

Molti studiosi si interrogano sulla figura del performer, le cui caratteristiche non sono ancora state chiarite e definite totalmente, così il nostro progetto risente di questa mancanza di confini teorici e pratici. Questa indefinitezza ci permette di muoverci attraverso la performance art dandoci la possibilità di trovare nuove forme di espressione e di avvinarci al mondo contemporaneo e alla sua complessità. Anche il teatro e la danza cercano di aprirsi a più contesti. I performer de I Figli di Marla hanno formazioni completamente diverse, dal teatro alla danza – alcuni di loro provengono anche dall’acrobatica. Con loro svolgo un training che rappresenta non solo un lavoro sul proprio io ma soprattutto un’esperienza che dà la possibilità di crescere molto umanamente. Da due anni si è creato un gruppo-famiglia molto forte perché svolgiamo degli allenamenti fisici ed emotivi per arrivare pronti a fare un tipo di performance che non è lo spettacolo teatrale per cui devi lavorare sul testo oppure un lavoro di danza prettamente coreografico. Dopo aver provato a portare la performance art anche in teatro ci siamo resi conto che, nel momento in cui cambia lo spazio di interazione, cambiano le modalità e le tecniche di comunicazione dei performer col pubblico.

In questo senso nelle nostre performance c’è un’interazione fra pubblico e performer molto forte che devi mantenere alta per tutto il tempo. Avendo dentro di me sia la filosofia della spettatrice – come quando vedo i lavori degli altri e capisco cosa mi piace e cosa non – sia la filosofia da performer faccio in modo che i ragazzi lavorino molto bene per offrire un’esperienza unica al pubblico e che finiscano il lavoro sentendosi più maturi e cresciuti personalmente. In questo senso spero di poter sempre creare delle esperienze di crescita sia per il pubblico sia per i performer.

Le performance visionarie

Siamo nati come compagnia di performance arte ma tengo sempre la porta aperta per lasciare che le cose si sviluppino e mi piace il fatto che non abbiamo una formazione statica come altre compagnie. Ultimamente stiamo lavorando molto con il video ma anche per ambiti legati alla moda o alla musica e per me questo è fantastico, perché odio quando alcune forme d’arte si ghettizzano e diventano di nicchia, non credo che l’arte debba essere così tanto mentale. Per me invece è importante che ci sia un’apertura e che non ci sia un linguaggio recepito solo da quei quattro che hanno a che fare con quel mondo. Per me è importante che una persona che fa tutt’altro nella vita possa vedere una performance come la nostra senza pensare di non aver capito niente. Mi piace ideare un’esperienza del performer e del pubblico, elementi fondamentali della performance, in cui vi sia uno scambio energetico reciproco. Le domande che mi faccio prima di creare qualsiasi cosa sono: “Cosa vuoi dire? Come pensi che questa cosa può arrivare?”.

Mi pongo molte domande perché credo che ci debba essere un forte rispetto per il pubblico che paga un biglietto dopo una giornata molto stressante e che ha tutto il diritto di assistere a uno spettacolo di alta qualità. “High Reactors” parla dell’ipersensibilità, è un lavoro molto emotivo, per come sono fatta io non parlerei mai di grandissimi temi perché in fondo i temi sono sempre gli stessi, quello che cambia è il modo in cui ne parli. Penso che parlando di un micro-tema io possa toccare tantissime tematiche e quindi riesco a dare anche una lettura più aperta al pubblico. Io non mi sento mai parte di nessun ambiente artistico, né di quello dell’arte contemporanea né del teatro, né della danza. Questo per me è un punto di forza perché mi permette di non seguire le mode imperanti dell’arte e di essere libera.

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