La nebbia della Lupa, le visioni iniziatiche di StalkerTeatro

Ott 27, 2021

Attinge alla fonte dell’umano sentire – antico, profondo, universale – La nebbia della Lupa, l’ultima produzione di Stalker Teatro, in scena il 30 ottobre presso il Supercinema di Tuscania, nell’ambito della stagione autunno 2021 di Twain Centro Produzione Danza con la direzione artistica di Loredana Parrella.

Le fibre della lunga storia di Stalker, tessuta dai professionisti e dalle professioniste che l’hanno originata e mantenuta viva nel tempo, sono costituite da input creativi eterogenei, tra arte e inconscio, immaginazione e sublimazione dell’incontro con l’altro. 

Grandi maestri proiettano sull’inarrestabile e pluripremiato cammino internazionale di Stalker Teatro un’ombra poderosa, rintracciabile nell’influenza agita dalle arti visive e nella scelta di lasciare ampi spazi di decodifica al pubblico, non destinatario inerme bensì attore-autore di un immaginario appartenente a un “cielo comune” di grotowskiana memoria, un bagaglio mitologico collettivo dal quale attingere per estrarre una verità complessiva che si ponga come termine di confronto con la situazione contemporanea.

Nel caso de La nebbia della Lupa tale materiale archetipo è costituito dal timore che dall’ignoto scaturisce, col suo potere ammaliante e al contempo respingente. Una fitta nebbia marina –  acquoso, malevole presagio di esiguo profitto per i contadini e i pescatori messinesi – avvolge i tetti di Sicilia, condensando desideri inespressi e allegoriche presenze nelle “visioni iniziatiche” di Stalker Teatro. 

Ne parliamo con Stefano Bosco, storico membro della compagnia e performer de La nebbia della Lupa.

La nuova produzione La nebbia della Lupa, mantiene la vostra attitudine alla forte interazione tra arte e teatro e innesca una riflessione allegorica, onirica sugli archetipi. Che valore assume, in un momento di rifondazione comunitaria, indagare attraverso l’arte ciò che appartiene universalmente all’uomo?

Gli archetipi ci appartengono profondamente, formano la nostra visione delle cose: più sono potenti, antichi e radicati e più sono alla base della nostra cultura e della costruzione del nostro immaginario. La nebbia della Lupa ha questo tipo di fascinazione, trovandosi proprio nel solco della nostra ricerca e del nostro background, legato non solo alle arti visive ma anche al teatro delle origini: siamo tutti figli di Grotowski e del suo Teatro Povero. A suo tempo, abbiamo avuto l’occasione di lavorare con Jerzy Grotowski e questo ha lasciato una traccia nella nostra ricerca artistica. 

Ne La nebbia della Lupa il teatro delle origini è più evidente che in altri lavori per la sua dimensione archetipa, allegorica. Lo spettacolo è partito da una suggestione che abbiamo avuto camminando per la città di Catania, dove ci siamo imbattuti in una folta nebbia che, come ci hanno spiegato, veniva chiamata “la lupa”. Si tratta di un fenomeno di variazione di temperatura che genera dell’acqua in sospensione, spinta poi verso la costa: sembra nebbia ma in realtà è acqua del mare. 

Dal punto di vista etimologico, l’origine della parola “nebbia della lupa” è incerta: c’è chi la associa al suono emesso dalle navi per segnalare il loro arrivo nello stretto; chi riconduce il termine all’espressione “avere una fame da lupo” perché con la nebbia non si riusciva a pescare; ancora, la lupa come animale associato al demoniaco all’incerto, una sorta di concezione stregonesca. Così ci siamo interrogati sul fenomeno dell’incerto e dello sconosciuto che attraggono in maniera originaria.

La Nebbia della Lupa si struttura per quadri e, con gli strumenti e i linguaggi delle arti visive e della performance, tratta il sogno e il desiderio ispirandosi a momenti festivi, amorosi o di caccia.
Si tratta di un’opera aperta, raccontiamo una storia a cui ognuno si può appoggiare ma lasciando degli spazi di visione, interpretazione e immaginazione che ognuno può riempire a suo modo.

Quali sono le principali tensioni che hanno attraversato la poetica e le estetiche della compagnia?

È un’esperienza pluridecennale costituita da diverse fasi. Il nostro background arriva dalle arti visive, in particolare dall’Arte povera di Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone, Gilberto Zorio, Mario Merz e dall’incontro con Tarkovskij e con il film Stalker che tratta della ricerca dell’incerto, dell’attraversamento di zone pericolose, piene di insidie, dei desideri profondi, talvolta sconosciuti anche a chi li custodisce.
L’ultimo incontro è quello con la diversità: subito dopo l’entrata in vigore della Legge Basaglia, abbiamo iniziato a lavorare con gli ex-degenti facendo un’esperienza radicale alle origini del linguaggio. Questi sono stati i principali elementi che ci hanno orientato.

Stalker Teatro

La nebbia della Lupa

Stalker Teatro ha una lunga esperienza internazionale. Alla luce della vostra conoscenza dei sistemi teatrali europei che vi hanno ospitato negli anni, cosa pensate che dovremmo mutuare dai nostri vicini?

In termini di numeri mediamente l’investimento nel comparto culturale In Europa si attesta – rispetto al PIL – attorno al 6-8%, mentre noi siamo allo 0.6-0.8 %, quindi dieci volte meno. A livello di contenuti, invece, quello che abbiamo visto in Europa è una forte propensione verso l’outdoor non inteso come Teatro di Strada come accade ancora oggi in Italia. In Europa il luogo pubblico viene pensato come un luogo di incontro, che può essere il teatro, una piazza, una scuola, il chiostro di una chiesa, il cortile di un palazzo d’epoca,in cui la comunità si incontra e allo stesso tempo la produzione culturale può incontrare la comunità. 

In nazioni come il Portogallo, la Francia, la Spagna, si sta costruendo un nuovo patto ossia quello tra la comunità e il prodotto. In Italia c’è uno scollamento tra la struttura e chi dovrebbe attraversarla. In Europa il luogo pubblico non esclude che si possano fare operazioni complesse, delicate e sensibili anche se si tende ad associare il teatro di strada alla giocoleria, alla clownerie. Nei luoghi pubblici si può fare ben oltre: si può costruire un’alleanza, una complicità con tutte le persone che intervengono e che attraversano quegli spazi. 

Il progetto di Stalker Teatro ha seguito delle importanti evoluzioni pur mantenendo sempre forte l’interazione, il rapporto con il pubblico. Rivolgendo uno sguardo al percorso fatto fin qui, come immagini il futuro della compagnia? Quali i progetti in arrivo?

Stiamo cercando di orientare il lavoro sempre più all’estero e dico ciò con un po’ di amarezza perché di fatto non esiste un vero mercato in Italia. Per ciò che concerne la ricerca artistica, ci piacerebbe lavorare su quei meta-progetti, che negli anni 80 chiamavamo “spettacoli a progetto”, sviluppandoli insieme a non professionisti nel ruolo di co-protagonisti. Questa dimensione progettuale articolata, che coinvolge anche la comunità locale, è una prospettiva che ci piacerebbe sviluppare all’estero.

Stalker Teatro

La nebbia della Lupa

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