La danza oltre i limiti del corpo umano di Frantics Dance Company

Lug 8, 2024

Carlos Aller, Marco Di Nardo, Diego de la Rosa e Juan Tirado danno vita e formano, dal 2013, la compagnia chiamata Frantics Dance Company. Un progetto con un respiro internazionale che unisce l’Italia con la Spagna e ha come quartier generale Berlino. Il loro stile, la loro impronta è decisamente fisica, energica ed emotiva. I loro spettacoli armonizzano tra loro diversi codici di danza e movimento, sia urbani che contemporanei, teatro di parola e fisico. Tutto questo viene arricchito con influenze che provengono dal mondo della letteratura e di alcuni saggi filosofici.

I co-fondatori, Carlos, Marco, Diego e Juan, creano composizioni per spazi teatrali tradizionali, ma anche per luoghi specifici e all’aperto, volte a comunicare con un pubblico versatile e con spettatori diversi.
Con la loro compagnia si sono esibiti in tutto il mondo: Germania, Svizzera, Spagna, Italia, Irlanda, Francia, Olanda, Grecia, Israele, Taiwan e altro ancora. Qualunque superficie viene da loro abitata e trasformata magicamente in un set cinematografico o un ring dove i limiti vengono esplorati, disegnando linee e forme in movimento. Trasmettendo in modo chiaro e forte messaggi, idee, emozioni. La domanda che sembra scuotere l’attenzione dello spettatore è: fino a che punto è possibile spingere il corpo umano oltre i suoi limiti?

Ne abbiamo parlato con Marco Di Nardo, a seguito della visione di Dystopian della Frantics Dance Company al Teatro Biblioteca Quarticciolo, nell’ambito del festival Fuoriprogramma.

Qual è l’idea principale che muove la vostra compagnia e il vostro progetto artistico?

L’idea principale che muove la nostra compagnia è cercare di rinnovare l’ambito della scena contemporanea, apportando una nuova visione artistica che proviene dall’urban dance, che è il background della nostra compagnia, cercando di fonderlo con altri stili ed idee.

Voi unite il linguaggio della danza urbana, la street dance, con la danza contemporanea. In che modo bilanciate l’old style, il classico con il contemporaneo?

Il nostro linguaggio di danza urbana è sempre presente, e lo sarà sempre, poiché portiamo con noi non solo lo stile di danza urbana, ma anche la mentalità di una cultura come l’hip hop, che è aperta all’innovazione e trova sempre il modo di evolvere ed essere accessibile a tutti. Diciamo che il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare un ibrido tra ciò che può essere il contemporaneo e il mondo urban, cercando di creare uno stile personalizzato, che possa essere riconoscibile, un marchio tutto nostro. Questa è una ricerca che è ancora in corso e che si arricchisce, anno dopo anno.

Come e quando hai iniziato a danzare? Cosa ti ha portato a ballare?

La danza per tutti noi è sempre stato un hobby coltivato in età adolescenziale e la Breakdance, in quel momento, era una disciplina che univa in sé lo spirito di ribellione con la voglia di appartenenza a un gruppo, con il quale si facevano le battle. Ad un adolescente come me è riuscita a farmi scoprire il valore della disciplina, la voglia di scoprire ed essere riconosciuto in gruppo. Ed è proprio per questo che abbiamo iniziato a ballare breaking e questa forte passione ci ha portati ad incontrarci a Berlino e a creare la nostra compagnia.

Cosa c’è nella tua playlist e cosa leggi mentre sei in viaggio?

Purtroppo nella maggior parte dei casi nella mia playlist ci sono email da leggere o applicazioni ministeriali da mandare, ma quando ho tempo mi piace ascoltare interviste di attori o registi.

Seguire un tipo di processo particolare oppure vi lasciate ispirare in modo libero e spontaneo?

All’inizio sì, ci piaceva essere ispirati dal momento e creare strada facendo, ma con gli anni abbiamo dovuto cambiare un po’ strategia poiché la modalità spontanea funziona quando in sala siamo solo noi quattro. Quando si lavora con un gruppo più grande di collaboratori bisogna essere organizzati. Tra di noi riusciamo a dividerci i compiti di chi si occupa di cosa, in modo da gestire il tutto in sintonia, anche se si lascia sempre una percentuale di spontaneità.

Raccontaci com’è una giornata tipo in sala prove.

La nostra giornata tipo in sala è molto differente in base a diverse situazioni. Se siamo in creazione per un nuovo pezzo, iniziamo con un warmup e poi seguono varie task di creazione le quali possono essere improvvisazioni teatrali o di danza oppure semplicemente scrivere idee. Solitamente verso la fine della giornata si cerca di fare un resoconto e di filmare il tutto così da poter poi vedere il video e fare delle correzioni il giorno dopo. Nel caso in cui non siamo in creazione, la sala prova è molto più aperta a sperimentazioni e a provare cose nuove; a volte invitiamo ospiti per tenere workshop in altre discipline, così da imparare sempre qualcosa di nuovo.

Com’è nato, cosa c’è dentro e qual è stato il processo evolutivo di Dystopian?

Dystopian è nato con l’idea di creare qualcosa che rispecchiasse un po’ il nostro rapporto come amici/colleghi, dove sono presenti un po’ tutte le sfaccettature di questo tipo di relazione e su come le affrontiamo giornalmente. Il pezzo è ancora in stato di rifinitura poiché prima aveva una durata di 15 min ed ora di 31 min, e siamo ancora in fase di ricerca per migliorarlo e farlo crescere.

La Germania, Berlino (la vostra sede) in particolare, produce tanto nel campo della danza ed è un polo culturale notevole, ma se potessi vivere e lavorare un anno in qualsiasi altra parte del mondo, dove andresti?

Sì, Berlino è la nostra sede e la nostra città di residenza da 12 anni. Anche se viviamo lì, in realtà quasi mai lavoriamo a Berlino, tutte le produzioni e creazioni sono sempre in altre città, in Germania o in altri paesi. Un po’ per caso, un po’ è voluto perché quando siamo a casa siamo lì per riposarci! Scegliere un’altra città è difficile perché con Berlino c’è sempre una relazione di odio e amore, poiché ci sono cose che ci sono solo lì ed altre no, ma se dovessi scegliere un posto in particolare direi Taiwan, perché è un paese che mi ha dato tanto dal punto di vista artistico ed è sempre stato un piacere tornare lì.

Qual è il rischio più grande che hai corso finora e quale soddisfazione ha regalato quell’azzardo?  

Io direi che il rischio più azzardato per me come per gli altri è stato quello di voler creare una compagnia di danza. Poiché nessuno di noi ha veramente studiato danza, tutti noi abbiamo studiato tutt’altro e lavoravamo in altri settori prima di conoscerci. Quindi l’idea di creare dal nulla, senza nessun tipo di esperienza, e di portare avanti una compagnia è l’azzardo più rischioso ad oggi.

Se potessi collaborare con un danzatore/compagnia e/o coreografo, vivo o morto, chi sceglieresti e perché?

Mi piacerebbe collaborare con Tom Visser, uno dei più grandi light designer oggigiorno, e Lloyd Newson, direttore della compagnia di teatro fisico DV8.

 In che modo la tecnologia, l’intelligenza artificiale e i social media influenzano ladanza urbana e contemporanea e quali sono i vantaggi e gli svantaggi che si possono ricevere?

La tecnologia ormai ha invaso tutti i campi e settori, ed all’inizio c’è sempre un po’ il timore di essa, ma poi si impara a capirla ed utilizzarla, e poi dopo ci si rende conto che tante cose sarebbero state impossibili da fare senza di essa. Oggi giorno penso sia una componente importante per qualsiasi lavoro, sia coreografico che non, ci aiuta a semplificare ricerche o compiti che prima ci sarebbe voluto molto più tempo, quindi ci dà un vantaggio sotto il punto di vista della produttività, e uno svantaggio dal punto di vista delle ore che si passano davanti al pc e alla sua dipendenza.

Vi sarete esibiti in tanti posti diversi e incredibili. Qual è la cosa più strana che vi è capitata?

Sicuramente quella di esibirsi nelle scalinate del palazzo San Felice a Napoli, dove due minuti prima di cominciare lo spettacolo la polizia venne ad arrestare due ragazzi che vivevano nel palazzo.

Come racconteresti l’esperienza di fusione, di melting pot culturale tra Italia, Spagna e Germania?

È un milkshake di informazioni che ogni giorno si arricchisce di nuove emozioni. Lavorare e vivere circondati da una realtà multiculturale ti aiuta ad abbattere pregiudizi e ti arricchisce sempre di qualcosa di nuovo. Per me è un aspetto molto importante il fatto di essere a contatto sempre con culture differenti ed è qualcosa che mi ha sempre affascinato, ed è forse stata proprio questa voglia di conoscere che mi ha spinto a lasciare l’Italia.

Per concludere l’intervista, con quali parole definiresti il progetto e lo stile di Frantics Dance Company?

Innovativa, frenetica, multidisciplinare.

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