La Danza è una questione di pelle. Parola di Francesca La Cava

Set 22, 2021

C’è una parola, un concetto chiave che, durante il nostro incontro con Francesca La Cava, emerge fin da subito: la danza è anche una questione di pelle. Di tatto e di contatto.
Le affinità e le divergenze si manifestano e si percepiscono attraverso l’unico, vero vestito che indossiamo perennemente. Attraversano i nostri pori invisibili si fanno strada fino a giungere nella nostra mente e nel nostro cuore. È in quella sede che si determinano la corrispondenza o la difformità. Una sorta di radar che si accende mediante il nostro sentire e viene rielaborato dalla ragione.

Direttrice artistica di Gruppo E-Motion, danzatrice, coreografa, formatrice e regista; la sua carriera ha da sempre avuto una cornice e una dimensione di gruppo, un’altra delle parole preferite di Francesca La Cava.
Un insieme di persone vissuto come punto di riferimento, come comunità stabile dove poter affrontare al meglio le sfide e condividere le opportunità. Un processo di evoluzione che, come un imprinting, fa parte della vita così come dei percorsi artistici. Il momento preciso nel quale l’esperienza e le emozioni vengono rielaborate attraverso il lavoro di scrittura drammaturgica. Nelle fasi di esplorazione coreografica e in quello successivo di interpretazione.

Nella dimensione del “gruppo” è importante riappropriarsi del proprio corpo al punto di concedersi una totale libertà di espressione e di improvvisazione. Proprio perché ogni intuizione, ogni azione o movimento avviene nell’hic et nunc del momento presente. E contemporaneamente è fuori dal tempo stesso perché giunge inatteso e propizio. È un’ispirazione, un regalo unico e irripetibile. Nella visione di Francesca La Cava tutto questo si condensa nell’ultima delle parole che definiscono la sua sensibilità artistica: la curiosità.

Francesca La Cava

Dal 2004 curi la direzione artistica della compagnia E-Motion, raccontaci com’è avvenuta la scelta di questo nome e un po’ di storia del gruppo.

Il nome già mi piaceva fin da quando la compagnia è nata nel 2004. Tutto è avvenuto un po’ casualmente, frequentavo delle residenze al festival di Tagliacozzo diretto allora da Lorenzo Tozzi, critico giornalista e musicologo. Fu lui a spingermi in questa direzione dandomi l’opportunità di realizzare la mia prima creazione durante il festival. Ne parlai confrontandomi con altri danzatori, l’idea è nata e si è sviluppata insieme ad altre persone. Elsa Piperno ha supportato è sostenuto il mio lavoro. Mi piace molto la parola gruppo, il fatto che tutti insieme decidiamo e portiamo avanti un progetto e poi Motion significa e suggerisce proprio un’idea di movimento. Non volevo creare una compagnia nominale, con il nome del coreografo, anche perché negli anni ci siamo sempre aperti tantissimi giovani artisti associati. 

Sono trascorsi diciassette anni di attività, quali sono stati gli obiettivi raggiunti, i focus, le trasformazioni principali?

Sono stati tanti  gli obiettivi che abbiamo raggiunto nella fase iniziale, è il mondo della danza che nel frattempo si è trasformato. Adesso è più difficile portare avanti una compagnia, anche perché sono cambiate le dinamiche sia della distribuzione e l’attenzione degli addetti ai lavori. Forse oggi si lavora di più sulla contemporaneità rispetto ai primi anni del 2000.

Abbiamo partecipato a molti festival, abbiamo fatto tante tournée all’estero, negli anni sono aumentati anche gli artisti con i quali abbiamo condiviso progetti. Tenere in vita tutto questo significa muoversi sempre di più per poter essere maggiormente distribuiti. Quando è nata la compagnia per me era la prima esperienza, anche se ero già stata co-direttrice artistico della compagnia di Elsa Piperno, ero ancora molto giovane nel mestiere. Anche da un punto di vista artistico  il lavoro è cambiato. 

Ho vissuto le trasformazioni soprattutto da un punto di vista drammaturgico del movimento. Siamo sempre più vicini a quella verità di cui abbiamo necessità nel racconto e nel confronto, con il pubblico, ma anche con noi stessi. Sempre alla ricerca di un movimento vero che si allontana dalla forma. Sin da subito abbiamo lavorato sull’improvvisazione, in più amo molto il teatro, mi sono laureata al Dams di Bologna nel ‘99 ho fatto la danzatrice, la coreografa, ho esplorato la dimensione del teatro-danza e tutto ciò che volevo raccontare insieme con i miei interpreti e danzatori.

Un approfondimento su Without Color e sulla trilogia sull’abitare.  

Without color è un progetto pensato e concepito nel corso di numerosi anni perché desideravo da tempo lavorare con dei danzatori di diverse etnie, considerando il mio grande amore per l’Africa. Sicuramente è stata determinante l’esperienza di insegnamento con l’Accademia Nazionale di Danza a Donko Seko e al Conservatorio di Bamako, in Mali, due anni fa. L’idea e la necessità artistica si sono fortificate ancora di più. Questo lavoro è iniziato nel 2019 a livello ideativo ed è stato messo in prova nel 2020, con tutte le difficoltà legate alla pandemia. 

In scena ci sono due danzatori francesi, Timothé Ballo e Sellou Blagone insieme con me, Stefania Bucci e Antonio Taurino. Lo spettacolo è inserito in una Trilogia sull’abitare, intesa anche come il modo di dimorare nel proprio corpo. È un approfondimento sul nostro essere e stare nel mondo, che comincia dall’epidermide. I fermenti di ciò erano già presenti nei precedenti lavori, la pelle rappresenta un muro che mette l’uomo a confronto con gli altri suoi simili. Una barriera fatta non di pietre, non di mattoni, ma che comunque c’è. Quando incontriamo qualcuno, ci può essere o meno un’affinità, la pelle si apre o crea un distacco in automatico. Abitare il proprio corpo significa conoscere e approfondire quello che siamo. 

Non vuole essere un percorso guidato, non è un lavoro contro un luogo comune o sul razzismo, non ne voglio parlare perché per me è un fatto superato. Vorrei mettere a confronto tutti gli universali, ciò che appartiene a tutti gli esseri umani, i tratti comuni che caratterizzano qualsiasi etnia per arrivare a una contaminazione. Le pratiche di improvvisazione hanno portato i danzatori a contaminarsi tra di loro anche nelle differenze. Lavorando nelle differenze per approdare all’universalità appunto dell’essere umano. Nella foto di scena tutti i performer sono seduti e mostrano il palmo della mano e la pianta dei piedi. Ci accomuna avere lo stesso colore in quella parte del corpo. Quello è uno degli universali che abbiamo scoperto lavorando in scena. Partendo dalla nascita e dal luogo, come metafora, i danzatori si confrontano e scoprono che le differenze nascono non tanto durante le prime fasi dell’infanzia. I problemi sulle differenze arrivano dopo. I bambini sono interessati a giocare, a ridere, a correre. Osservando i loro corpi, i danzatori hanno scoperto di avere qualcosa in comune tra di loro. La pianta del piede ha lo stesso colore, così come il palmo della mano e i denti. Come i bambini, hanno scoperto le differenze, ma anche ciò che ci rende uguali o simili in cose molto semplici. 

La creazione si sviluppa partendo dalla scoperta degli universali, si è arrivati a mettere in scena dei luoghi comuni, ironizzando su alcuni degli stereotipi del pensiero occidentale sulla fisicità. Più l’essere umano diventa grande e più si accorge delle differenze. Partendo da questo, si arriva a una conclusione finale. Se c’è una verità nel corpo non dovrebbe mai passare attraverso dei preconcetti. In questa produzione emerge molto la personalità di ogni danzatore perché ognuno di loro, lavorando sull’improvvisazione, racconta di sé, fin dal primo quadro. Raccontano il ricordo della nascita e ciò che facevano quando erano bambini e bambine. Ciascuno parla di sé e dei luoghi, Ognuno ha fatto delle proposte nate durante la fasi dell’improvvisazione. I gesti, la partitura che creiamo in scena, l’uso della voce, del suono del corpo sono diventati significante per gli spettatori e per loro che lo raccontano. 

Nel tuo lavoro tendi a far emergere, senza condizionamenti, riflessioni sui ruoli di genere, sugli stereotipi legati all’età. Nei tuoi laboratori tendi a unire diversi generi, formazioni, provenienze ed esperienze diverse. È questa la tua caratteristica?

Assolutamente sì. La Trilogia sull’abitare inizia infatti con il primo capitolo intitolato Four Generation, che esplora l’idea del femminile attraverso quattro artiste che interpretano altrettante generazioni ed età della vita. In scena c’è anche Anouscka Brodacz, la quale dal 2017 mi affianca nel lavoro di drammaturgia. È proprio il confronto a destare maggiormente il mio interesse e la mia curiosità, non a caso stiamo portando avanti un laboratorio chiamato Human Dance. Il confronto con chi non viene dalla danza arricchisce la mia conoscenza e la mia apertura rispetto ad una verità di movimento che è il mio punto di riferimento. 

Anche se non sempre si riesce, cerco di allontanarmi dalla forma per avvicinarmi sempre di più alla vita, alla comunità, alla realtà. Attraverso i laboratori ci viene restituito e donato un mondo che, spesso, non è facile trovare nella danza. Lavoro tantissimo con i bambini e gli anziani, spero di continuare ad occuparmi delle differenze. Non mi piace vedere in scena tutti i danzatori uguali, mi piace che raccontino qualcosa di loro, delle loro esperienze. In questo senso gli interpreti sono fondamentali e senza di loro nessuno di questi lavori sarebbe possibile, sono insostituibili.

Il corpo ha una dimensione centrale nei momenti laboratoriali di formazione, di improvvisazione e di ricerca coreografica?

Amando lavorare con e sulle differenze è normale che in scena ci siano interpreti con corpi e studi differenti. Mi piace lavorare anche con persone che non vengono dal mondo della danza, come ti dicevo, anche per “rubare” un’ispirazione, un movimento più vero. Quando insegno ripeto sempre ai miei studenti che una volta imparata la tecnica è necessario discostarsi da essa per fare uscire invece quella che è la propria e intima poetica. Per un danzatore è molto importante, fondamentale, raggiungere una padronanza tale da potersi allontanare dalle maglie e dalla rigidità delle regole per riuscire a parlare di sé, a raccontarsi.  Quindi la mia attenzione è rivolta alla tecnica ma con un approccio all’improvvisazione. Non può esserci solo la prima senza l’altra, anzi è necessario che arrivino a contaminarsi a vicenda. 

Quali somiglianze e divergenze nel percorso da affrontare e nelle opportunità a disposizione ci sono tra un giovane danzatore, una giovane danzatrice degli anni’80 e ‘90 a confronto con uno/una del 2021?

Rispetto agli anni ‘90, agli inizi del 2000, adesso ci sono più danzatori e quindi c’è meno lavoro, almeno qui in Italia, anche se è maggiore il numero delle compagnie esistenti. La cosa bella, secondo me, è che c’è un’attenzione maggiore, c’è molta più libertà nel corpo oggi rispetto al passato e non è un caso che prima abbiamo parlato tanto di improvvisazione. Non avendo vissuto l’onda della post modern dance sono felice di constatare che si ritorna un po’ a quei grandi periodi storici che diventano di esempio, corsi e ricorsi storici. Credo sia un bellissimo periodo per i giovani, perché hanno ritrovato la libertà di movimento, di poter comunicare maggiormente una poetica personale. Metaforicamente parlando, c’è una pelle molto più aperta: ci si allontana sempre di più dalla forma, ci si avvicina sempre di più al teatro.

Al di fuori delle sale prove, dei palcoscenici, degli spazi e dei gruppi di lavoro, forse il teatro non interessa più o ha smesso di farlo?

Io penso che si stia facendo un grande lavoro per stimolare il pubblico e forse bisognerebbe agire ancora di più sui giovanissimi per abituarli ad andare a teatro. Da spettatrice, quando vado a teatro a vedere degli spettacoli tradizionali trovo un pubblico istituzionale e un pubblico di addetti ai lavori, rispetto a quando seleziono le proposte e le creazioni di autori più contemporanei e giovani. Forse tutti noi che facciano parte dello spettacolo dal vivo dobbiamo agire sulla formazione dei giovanissimi per abituarli ad andare a teatro e vedere di tutto, senza pregiudizi. Perchè così si può mantenere forse questa attitudine nel tempo. 

Trovo molto importante la formazione dei giovani attraverso il canale della scuola. Insieme all’educazione fisica e musicale si potrebbe fare educazione al teatro e alla danza. Praticando, provando tutte le arti fin da piccoli, per incuriosire. Quando c’è la curiosità ci sono anche gli stimoli e questo vale non solo per i giovani, ma anche per gli adulti. La curiosità è sintomo di ricerca ed è alla base di tutto, è continua scoperta, è stupore. Quest’ultima è una parola che mi piace molto. Se sei curioso continui a cercare. Bisogna continuare a stupirsi pensando che tutto può essere fatto e non c’è limite alle possibilità

Sei ancora alla ricerca  di qualcosa e cosa invece apprezzi maggiormente di te stessa?

La cosa che apprezzo di me è che cerco sempre di essere molto vera, molto diretta. Dall’altra parte penso che sia difficile essere artisti e, allo stesso tempo, riuscire a promuovere se stessi. Su questo devo ancora lavorare tanto. L’artista è diventato oggi sempre di più un agente di se stesso. Non mi appartiene molto l’atto commerciale, anche se è un aspetto molto importante. Non è molto facile se non c’è l’attitudine. Attraverso l’arte lasciamo parlare il sé e quando ciò avviene c’è sempre qualche timidezza, qualche remora in più su come presentarsi in modo funzionale.

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