La sintesi dell’etimologia della parola “confine” suona più o meno così: ti sono vicino. Così prossimo che posso scorgere il colore dei tuoi panni stesi ad asciugare al sole e dalla finestra mi giunge il profumo buono del sugo che in cucina stai rosolando. Così accanto che conosco i tuoi limiti – che amo ancor di più delle tue forze – soprattutto quelli che t’imponi da solo e da solo sai superare per poi meravigliarti. Perché i confini esistono soprattutto per essere aperti, per essere sfidati, per accogliere e lasciare entrare la luce, il vento, gli altri. E anche una dimensione nuova di noi.
A. Marcolongo
Il processo che porta alla creazione è un’immersione, un viaggio in cui vengono individuate tracce, coordinate, segni e confini da attraversare, orientando il proprio sguardo nello spazio, impastando la materia, per poter dare luce, forma e sostanza al lavoro che porta alla scrittura di scena. Nel corso di questo processo, la ricerca si fa vivo fluire di elementi che, miscelandosi tra loro, prendono la forma di un “corpo drammaturgico” immaginato, scritto, materico e metafisico, attraversato da un ‘equilibrio invisibile’ che ne rappresenta l’anima.
Dal punto di vista drammaturgico, mi muovo su una terra liquida, attratta da tutto ciò che non è ascrivile a un genere, ho sempre cercato di indirizzare il mio lavoro creativo verso una scrittura composita, mediante una ricerca che spazia tra i linguaggi e che percorre strade espressive ibride, attraverso un principio di composizione transdisciplinare che vede nella materia – e nel rapporto tra animato e inanimato – il fuoco della creazione.
Nel mio lavoro come autrice e performer, che è iniziato nel 2005 anche grazie alla collaborazione con Tangram Teatro e Zerogrammi, sono stata particolarmente vicina all’analisi di figure archetipiche, e in qualche modo immortali, capaci di parlare al mondo del mondo, restituendoci il riflesso di un presente che ha origini lontanissime e in cui poter riconoscere tracce di una storia che ci attraversa in modo universale. Sono vicina all’esistenza nel suo manifestarsi atto quotidiano e al contempo rituale, alla dimensione corporea della vita, e del corpo desidero occuparmi, della materia, poiché essa possiede un respiro, un’anima, qualcosa di invisibile che attraversa noi tutti, rendendoci umani e terreni.
Nel corso degli anni, ci sono stati alcuni momenti particolarmente significativi che hanno segnato la mia ricerca artistica, uno di questi è stato nel 2010, in quel periodo stavo lavorando a Io amo Helen, una creazione la cui drammaturgia era il risultato di un intreccio tra teatro, danza e lingua dei segni. Lo spettacolo ha rappresentato un momento fondamentale dal punto di vista della sperimentazione, avendo favorito l’incontro con l’Università degli Studi di Torino, nella collaborazione con Franco Perrelli e con l’Odin Teatret, nonché l’incontro con Eugenio Barba che ha segnato un vero punto di svolta all’interno della mia ricerca, dando inizio a una nuova fase creativa.
E così nel 2012 è iniziato un intenso periodo di studio e ricerca a Holstebro, in Danimarca, dove ho avuto il privilegio di conoscere la realtà dell’Odin Teatret e dove sono stata in residenza artistica, lavorando a quello che avrebbe poi determinato l’inizio del nuovo progetto artistico, la Trilogia dell’identità, il cui primo degli spettacoli è stato Lolita dal romanzo di Vladimir Nabokov. Lo spettacolo, nato e creato durante i mesi di residenza in Danimarca, sotto lo sguardo di Julia Varley e Eugenio Barba, è un vero e proprio monologo fisico, in cui la drammaturgia si fa “voce del corpo” attraversando il tema dell’identità sessuale, all’interno di una scrittura di scena che ribalta il punto di vista, spostandolo da Humbert a quello degli occhi di un’adolescente.
Quando mi riferisco a una drammaturgia come “voce del corpo” intendo un lavoro che, procedendo per immagini, viene costruito e scritto seguendo gli snodi di una vera e propria “partitura danzata” all’interno della quale poter inanellare il suono della voce, le parole, il testo. In qualche modo, è come se all’interno di ogni passaggio gestuale vi fosse il cuore della parola detta, la sua forma, la sua qualità, il suo senso, la sua motivazione ad esistere.
Sempre alla ricerca di nuove traiettorie e confini da attraversare, è tra il 2020 e il 2022 che il mio lavoro creativo vive un’altra significativa fase di rigenerazione, aprendosi al mondo del teatro di figura, nell’incontro con tre esemplari delle storiche marionette appartenenti alla Collezione Toselli, custodite presso l’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare diretto da Alfonso Cipolla.
La Sposa Blu, ispirata alla celebre fiaba Barbablù di Charles Perrault, è nata nel desiderio di far rivivere le antiche marionette Toselli (originariamente a filo) non mediante un uso tradizionale, bensì attraverso un approccio di “rimanipolazione della materia” volto alla codifica di un alfabeto fisico peculiare di una possibile relazione coreografica tra corpo umano e marionetta, tra performer e materia. Dal punto di vista della sperimentazione, lo spettacolo è stato creato sotto il segno di un linguaggio da sempre vicino al lavoro di composizione dell’immagine, che ha trovato nel teatro di figura un grado di espressione ancora più amplificato dal potenziale immaginifico che il teatro di figura stesso – per sua intrinseca natura – possiede e suscita.
Nell’incontro con il teatro di figura, il mio approccio materico alla drammaturgia si è aperto al rapporto con l’inanimato, all’interno di una dimensione espressiva e formale il cui fuoco è diventato l’indagine tra umano e non-umano.

Attraverso un metodico lavoro di osservazione e sperimentazione di “corpi nuovi”, sono arrivata a una forma di animazione non tradizionale, ridefinendo la struttura drammaturgica dei miei lavori, trasformando il mio agire teatrale e coreografico, per avvicinarlo alla qualità corporea propria delle marionette, con lo scopo di cercarvi un punto di unione formale che approdasse a una “partitura per immagini” nella trasmissione dei contenuti della fiaba. Consapevole che il teatro di figura contempli in modo totale la relazione con la materia in una dimensione priva di confini, che si apre alla ricerca di differenti canali espressivi, penso che il rapporto con la materia inanimata sia abitato da un potenziale immaginifico in grado, non solo di dare forma a soluzioni espressive ibride e per questo affascinanti, ma anche di veicolare contenuti emozionali in qualche maniera puri, scevri da psicologismi o artefazioni: è come se attraverso la materia corporea propria dell’inanimato – che si fa anima e vita – noi potessimo ritrovare il nostro corpo originario, e quindi il nostro pensiero vergine, libero da architetture e convenzioni stilistiche.
La mia ricerca drammaturgica tra umano e non-umano è continuata, tra il 2023 e il 2024, dando luce alla creazione, Dall’altra parte, alla quale è stato riconosciuto il “Premio Drammaturgia Contemporanea e Teatro di Figura” della Fondazione Famiglia Sarzi, in partenariato con Unima Italia, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Akropolis.
Nell’intento di proseguire la ricerca plastico-corporea nella sua relazione con il teatro di figura e, quindi, con l’inanimato, in Dall’altra parte ho lavorato nella definizione di una drammaturgia stratificata, volta a restituire il tema dell’alienazione – che scorre per tutta l’opera di riferimento – che si è avvalsa anche del lavoro in maschera, per il quale di grande ispirazione sono state le opere dell’illustratore statunitense Saul Steinberg. Il lavoro di scrittura, che ha portato alla realizzazione di Dall’altra parte, è stato il risultato di una ricerca sul movimento caratterizzata da una qualità a metà tra l’umano e il puppettistico, all’interno della quale le stesse interpreti, in scena con me anche Amina Amici, potessero veicolare, tramite i loro corpi, una condizione straniante, alienata, caratterizzata da progressivi cedimenti, disequilibri e movimenti spezzati.
Il lavoro che ho realizzato – sia a livello interpretativo sia a livello drammaturgico – sottende a un’idea per cui la materia inanimata si fa carne e voce attraverso i corpi delle stesse interpreti, che oscillano tra l’essere umane e l’essere marionette, tra l’essere animate e l’essere inanimate, tra l’essere terrene e l’essere pupazzi. Dal punto di vista del mio orizzonte progettuale, La Sposa Blu e Dall’altra parte rientrano all’interno di un ciclo di creazioni orientate alla commistione con il teatro di figura, dove l’ibridazione rappresenta il fuoco centrale della sperimentazione drammaturgica.
Lo spettacolo è stato anche l’occasione per incontrare la mia attuale compagna di sperimentazione, Valeria Sacco, il cui sguardo ha contribuito alla definizione di Dall’altra parte nei suoi aspetti più connessi al teatro di figura e all’animazione. Ed è proprio con Valeria che è sorta l’idea di dare avvio a La materia dei corpi, un ciclo di seminari co-condotti, dedicati alle drammaturgie teatrali nel rapporto con il teatro di figura.
Il cuore di questo progetto di formazione risiede nello studio della relazione tra performer e materia inanimata, nel rapporto scenico tra corpo umano e corpo inanimato, all’interno di una dimensione corale e collettiva, in cui il lavoro di sperimentazione, composizione e scrittura diventa materia viva, in continua trasformazione.
La materia dei corpi si sviluppa attraverso la sperimentazione tra frammento e intero, tra performer e marionetta, tra voce e materia dove – traendo ispirazione dal mondo poetico e dal repertorio teatrale – la ricerca procede per stratificazione concentrandosi sul rapporto tra corpi che si toccano, che si parlano e che sono in grado, per loro stessa natura, di generare una forma di relazione autentica che diventa tessitura di voci, di corpi, di immagini in movimento e suono.
Durante i seminari, lo studio si concentra in particolar modo sul tema della mutevolezza umana, mediante il lavoro sull’ensemble, sulla vocalità e sulla relazione corporea. E così, nell’impasto di una drammaturgia composita, la parola poetica vive attraverso una coralità che si fa fisica e materica, personale e collettiva, frammentata e intera. Questo progetto di formazione è nato in collaborazione con Riserva Canini, Biancateatro, Tangram Teatro e l’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare che ha generosamente messo a disposizione della sperimentazione alcuni meravigliosi esemplari di marionette, maschere e corpi, dai più antichi ai più recenti, tutti facenti parte della sconfinata collezione dell’Istituto.
La materia dei corpi prevede una serie di focus di studio e sperimentazione, alcuni dei quali sono già stati realizzati a Torino, e nella primavera 2026 un inedito focus verrà ospitato in Toscana nel nuovo spazio di Zaches al Piccolo Teatro della Rosa, sulle colline di Scandicci.
La ricerca che mi accompagna e che porto anche nel progetto di formazione, La materia dei corpi, percorre un’idea di coralità, la cui immagine può essere rappresentata da uno stormo di uccelli in volo, un movimento aereo i cui codici sono misteriosi eppure così meravigliosamente naturali, che segnano le tracce di un moto circolare all’interno del quale il singolo volo diventa volo dell’altro, e poi volo collettivo. E così, ne La materia dei corpi, la singola voce, il singolo corpo diventano rito collettivo: questa pratica si proietta in una sorta di danza degli stormi mediante relazioni che abitano la materia inanimata all’unisono, vivendo ed esprimendosi in noi attraverso l’infinita danza del teatro.
Nel corso di questi anni, la mia ricerca è stata nutrita da confronti e scambi preziosi, che mi hanno permesso di approfondire il lavoro sulla contaminazione dei linguaggi, all’interno di un processo che vede nella “transdisciplinarietà” il proprio segno, la propria natura e identità. Ho sempre lavorato come autrice e interprete, trovando nell’incontro con persone e artisti di grande valore la chiave del mio agire teatrale, constatando come la propria ricerca possa farsi, plasmarsi e impastarsi nuovamente, dirigendosi in spazi inattesi, spostandosi, orientandosi più in là, affacciandosi su orizzonti aperti, volgendo lo sguardo verso altre possibilità espressive e formali: in questa direzione prosegue il mio viaggio teatrale come performer che oggi vive dentro un progetto tanto prezioso, l’Antigone per la regia di Roberto Latini, in scena anche con Manuela Kustermann, Ilario Drago e Francesca Mazza, uno spettacolo che ogni volta mi parla, mi accende, mi attraversa – come essere umano e come artista – sollevando in me la bellissima sensazione di sentirmi parte, di appartenere al teatro.
Silvia Battaglio autrice, attrice e danzatrice, percorre un suo iter autorale attraverso una metodologia di composizione transdisciplinare orientata alla sperimentazione dei linguaggi. Le sue creazioni sono accolte all’interno di significative realtà tra cui l’ODIN TEATRET, il Teatro Stabile Torino Teatro Nazionale, la Fondazione Teatro Piemonte Europa, la Fondazione I TEATRI di Reggio Emilia, l’Emilia Romagna Teatro Fondazione. Come formatrice collabora con l’Università degli Studi di Padova, Torino e Bologna. Tra i più recenti riconoscimenti al suo lavoro artistico, il ‘PREMIO DRAMMATURGIA CONTEMPORANEA E TEATRO DI FIGURA’ assegnato alla creazione Dall’altra parte. Attualmente lavora come attrice in Antigone per la regia di ROBERTO LATINI (produzione Teatro Vascello, Teatro di Roma – Teatro Nazionale).

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