La centralità del dramaturg nei processi di co-creazione

Nov 17, 2025

Di Simona Gonella

Negli anni la definizione di dramaturg ha subito numerose trasformazioni e tutte hanno contribuito a meglio inquadrare, seppur mai esaustivamente, quello che è il ruolo. Essere dramaturg, infatti, può attenere al lavoro all’interno di un teatro sia per la consulenza drammaturgica – di matrice per esempio tedesca o inglese –  che per la redazione di testi per la promozione e il dialogo con il pubblico; oppure può fare riferimento alla figura interna ad una compagnia per lo sviluppo di materiali testuali o di ricerca; o ancora – come nel mio caso – a chi accompagna il/la regista nel percorso di gestazione e realizzazione, offrendo punti di vista, ricerca, ascolto e co-creazione. Non mi dilungo qui  sui dettagli di questi diversi aspetti perché ormai molta è la letteratura che descrive le molteplici funzioni che esplica un/a dramaturg. Mi piacerebbe invece parlare della mia personale esperienza che, oltre ad incrociare, appunto, la strada di compagnie e registi, ho condiviso anche in alcune sedi formative1.

Vengo dal mondo della regia e della direzione d’attore, con un interesse molto specifico per la drammaturgia contemporanea e le arti performative. Mi ha sempre affascinato la pedagogia e la capacità di trasmettere pratiche in un clima di reale collaborazione e crescita, ed è quello che ho fatto ed indagato negli ultimi vent’anni insieme al mestiere di regista. Spesso mi è capitato anche di adattare o tentare piccole drammaturgie, ma non è mai stato il centro del mio lavoro, anche se mi è stato molto utile, soprattutto per comprendere i meccanismi della creazione nella scrittura. 
I primi passi da dramaturg li ho mossi con la compagnia svizzera Trickster-p2, convertendo una pratica di ascolto e di condivisione che già utilizzavo in altri progetti e aspetti del mio lavoro di regista. In particolare mi interessava, e tutt’oggi mi interessa, indagare il meccanismo dell’intelligenza collaborativa. Faccio qui una breve digressione su questo tema prima di tornare al lavoro con i Trickster-p e in particolare con la loro modalità di teatro partecipato e di teatro senza performer.

L’intelligenza collaborativa si avvale di una serie di tecniche e di strumenti di riflessione che consentono a due o più persone di creare qualcosa insieme, traendo il massimo beneficio dagli spunti e dai risultati che genera una collaborazione strutturata. L’intento non è di ambire a una generica armonizzazione fra le idee e le persone coinvolte, ma di giungere a una mutua soddisfazione fra le parti in gioco, con la convinzione che collaborare voglia principalmente dire abbracciare e integrare le polarizzazioni, i conflitti e le tensioni. L’obiettivo finale, soprattutto in un lavoro di tipo teatrale o performativo, non è infatti essere “egocentricamente felici” ma essere mutualmente efficaci, trovando le giuste “quadre” e aprendosi alle idee di tutti per concorrere a un risultato ricco, complesso e stimolante. Quanti contribuiscono alla creazione portano infatti una parte di sé stesse in forma di opinioni, sapienza, idee, strumenti e tutti dovrebbero sentirsi co-creatori del prodotto finale. Ciascuno, tuttavia,  vede e conosce soprattutto il suo “pezzo di film” e il rischio di sentire di perdere la propria autonomia creativa è sempre dietro l’angolo, così come inevitabili sono le  emersioni dei diversi “ego”. Per comprendere meglio questi meccanismi, ed eventualmente arginarne le derive eccessive, vale la pena ricordare uno dei principi fondanti dell’intelligenza collaborativa: la nostra capacità di prestare attenzione è inversamente proporzionale al nostro bisogno di avere ragione. E siccome prestare attenzione, e soprattutto ascoltare con cura, è imprescindibile per attivare la collaborazione, è necessario mettere in campo alcune buone pratiche per favorire le cosiddette“conversazioni di co-creazione” (che è poi il tema principale del mio lavoro di dramaturg). Queste pratiche richiedono studio e allenamento e ruotano intorno ad alcune azioni: domande aperte per esplorare il “film” dell’altro, con l’intento di capire e non di ostacolare o prevaricare, riconoscimento e validazione delle idee espresse verificando di averne ben compreso assunti e confini, manifestazione delle proprie visioni correlate da eventuali percezioni, timori o desideri.  

Da dramaturg è fondamentale cogliere le ragioni dell’altro, indagare e approfondire per capire cosa vuol dire, esplorare i perché e i motivi. Non è invece necessario, anzi a volte è riduttivo, condividere in toto la visione: se si resiste a volersi imporre e si usa la propria e altrui “differenza” in modo proattivo, la discussione e la trasformazione dei concetti avvengono in maniera più lucida e profonda.
Le tre fasi che ho scoperto essere il mio mantra nella collaborazione e che trovo particolarmente utili sono: listen, share e create. Uso le parole inglesi perché è in quella lingua che ho trovato molti riferimenti alla intelligenza collaborativa e perché le ho indagate e fatte mie soprattutto nel mio lavoro come pedagoga e regista in Inghilterra e all’estero.

Durante la prima fase listen – l’ascolto – mi immergo nei pensieri dell’altro senza pregiudizi, non per controbattere o per agganciare una mia opinione, ma per indagarne i perché superficiali e profondi. Questo tipo di ascolto ha come obiettivo primario creare un clima di sicurezza, nel quale il/la regista o la compagnia (che sono in un momento di fragilità, perché quando si cerca di dare voce alle proprie prime istanze artistiche si è sempre fragili) devono sentirsi liberi di esporre le proprie idee e i propri pensieri, senza ansia di sentirsi giudicati o minacciati nella propria autonomia creativa. Durante la fase listen prendo appunti, faccio domande atte a comprendere meglio “il film” di cui sopra, silenzio le mie istanze e freno la smania di “contribuire” con soluzioni immediate o idee mie. 

La seconda fase share – la condivisione – è invece il luogo dove restituisco quello che l’ascolto ha generato in me in termini di suggestioni, immagini, concetti, considerazioni, aperture. Lavoro anche capendo e condividendo come l’ascolto ha modificato le mie idee primigenie, quelle che inevitabilmente sono nate quando il/la regista o la compagnia mi ha dato le prime coordinate del progetto. La fase share è un dialogo che può andare avanti anche per più sessioni di lavoro e nella quale esploro ancora il territorio dell’altro, indago zone che la mia condivisione ha illuminato oppure aree dove non è arrivata ma sentiamo vale pena approfondire.

Si arriva poi alla terza fase create – la creazione – dove si cominciano a delineare le prime basi concettuali (nuove o riviste) emerse dal dialogo, e dove si cominciano a mettere i primi  punti fermi. Qui torno al mio lavoro con i Trickestr-p, perché userò uno dei loro lavori partecipativi per evidenziare in particolare quest’ ultima fase.

I dispositivi performativi che prevedono la partecipazione del pubblico sono molti e puntano a trasformare il ruolo passivo dello spettatore in quanto fruitore “immobile”, in ruolo attivo in quanto co-creatore dell’esperienza.  I Trickster-p hanno lavorato a lungo intorno all’esperienza partecipata dello spettatore, creando spettacoli molto diversi fra loro, nei quali– guidato in cuffia – si immerge in  percorsi a stanze, oppure si ritrova in un’unica grande stanza con le sole suggestioni del suono, della musica e della luce, o ancora, viene invitato a “giocare” a un grande gioco da tavolo. Qui vorrei parlare del mio contributo come dramaturg ad una particolare forma di teatro immersivo e partecipato che, in maniera del tutto originale, la compagnia ha voluto affrontare: la relazione di uno spettatore con l’”oggetto” libro.

Parto condividendo un breve stralcio della presentazione dello spettacolo Book is a book is a book presente sul loro sito3:

Oggetto affascinante e misterioso, il libro ha in sé una natura quasi magica: un apparentemente semplice insieme di fogli cuciti in forma di volume ha la proprietà di aprire finestre su altri mondi trasformandosi in una capsula che consente di viaggiare nel tempo e nello spazio. […] Il libro dunque, o meglio IL libro inedito creato appositamente per Book is a Book is a Book, è un luogo dove si viaggia nella mente e con la mente, un oggetto che crea connessioni tra tempo, spazio, sogno e memoria, un’esperienza che consente di proiettarsi altrove e di dilatare la sfera percettiva. Esplorare il libro in sincrono con l’audio, immergersi nelle atmosfere sonore che crea, mentre intorno lo spazio reale muta e si fa più scuro o più chiaro, diventano quindi azioni uniche che ci connettono da vicino con quei momenti, sempre più rari, in cui spazio e tempo si dilatano e la nostra mente si concede al piacere dell’immaginazione.

Come si evince da questo estratto, il centro del lavoro di indagine è stato il rapporto fra uno spettatore e un oggetto di uso comune, il libro. Il concetto che abbiamo sviluppato con la Compagnia e che è stato esplorato in particolare nelle fasi di  listen e share, è stato di invertire i parametri che fino ad allora erano stati usati nei loro spettacoli: non più uno spettatore che si muove in un percorso a stanze o che collettivamente vive una esperienza all’interno di un’unica stanza, ma uno spettatore “immobile” che viaggia esclusivamente con la mente e con l’immaginazione all’interno delle pagine di un libro. Come si può ben intuire, un tale assunto ha implicato, ad esempio, analizzare e ricercare insieme intorno alla fisiologia e logica dello sguardo, sia in quanto oggettivo rapporto con la pagina scritta o illustrata, che come piano di scelta dei testi e delle immagini. Cruciale è stata poi la riflessione intorno al tempo e allo spazio, che si è aperta decisamente nella fase di share: dove siamo con la nostra mente quando vaghiamo con i nostri pensieri? Quando ci accorgiamo che la luce è cambiata e che ormai è buio? Quanto viaggia la nostra immaginazione se la lasciamo fluire libera? Le risposte a queste domande sono poi confluite, attraverso la fase create, nella forma finale dello spettacolo e nelle decisioni prese intorno al rapporto fra lo spettatore e l’esperienza che era chiamato a vivere.

La fase create ha ruotato intorno a due assunti fondamentali: scelta e composizione dei testi, relazione fra oggetto libro e ambiente spaziale e sonoro in cui lo spettatore è immerso. Le indicazioni da dare in cuffia che facevano materialmente viaggiare il pubblico fra le pagine del libro hanno richiesto in particolare molto tempo e molti tentativi per essere definite, e create le ha processate più e più volte fino a trovare il giusto equilibrio fra guida ferma e suggestioni più sfumate. Fondamentali poi sono stati i test con un pubblico selezionato, pratica comune – e molto felice a mio vedere – dei Trickster-p. In un lavoro che vuole mettere al centro lo spettatore e la sua relazione con la performance è infatti cruciale chiedere e ricevere feedback durante stadi diversi del lavoro di preparazione, di modo da aggiustare, e talvolta anche modificare radicalmente, l’impianto. Il mio lavoro di dramaturg ha accompagnato queste sessioni e filtrato, rivisto e ragionato sui feedback ricevuti, contribuendo a selezionare quelli più rilevanti per lo sviluppo del lavoro.

Ascolto, sintonizzazione, proposta di elementi di rottura, selezione di testi, dialogo fra atmosfere sonore e visive sono tutti elementi che hanno fondato la mia relazione con il progetto Book is a book is a book  e che compongono molta della ossatura del mio contributo come dramaturg alla creazione di uno spettacolo. Anche quando il mio lavoro si lega maggiormente ad un teatro di “testo” come in occasione degli spettacoli Macbeth le cose nascoste4 o Processo Galileo5, è imprescindibile ricordarsi di essere uno strumento a disposizione del progetto e attivare una costante ricerca del punto di equilibrio fra la propria creatività e il fine ultimo – collettivo – della realizzazione di un prodotto artistico complesso, ricco di sfumature, di sguardi e di opportunità.

In fondo è quello che davvero fa la differenza tra avere un dramaturg a bordo (del Teatro, della Compagnia, del progetto) oppure no: ambire a una visione plurale del mondo e delle cose e credere al potere della collaborazione in senso onesto, sincero e ripulito da falsi orpelli e superficiali carinerie.

————

Simona Gonella Regista, drammaturg/a e pedagoga, è un’artista freelance con uno spiccato interesse verso la nuova drammaturgia, l’adattamento dei classici, il lavoro di creazione e devising e le arti performative. Ha diretto diversi spettacoli all’estero, in particolare in UK, e ha collaborato come dramaturg con gli svizzeri Trickster-p e con Carmelo Rifici e Andrea De Rosa, fra gli altri. In Italia firma e adatta diversi lavori soprattutto di nuova drammaturgia, testi classici,  di teatro civile e teatro per l’infanzia. Insegna in numerose scuole di teatro italiane ed europee (RADA di Londra, Accademia Estone di Tallinn fra le altre)  ed ha tradotto testi di Martin Crimp, Alan Bennet e Cechov. Dino Audino Editore ha pubblicato una sua Introduzione alla regia teatrale. Dal 2007  al 2011 è stata Direttore Artistico del Cerchio di gesso/Oda Teatro di Foggia.


NOTE

  1. In particolare ho collaborato come docente e regista/dramaturg con la Scuola di ERT a Modena, con la RADA a Londra e con l’Accademia Estone di Teatro a Tallinn.
    ↩︎
  2. Per la compagnia Trickster-p sono stata dramaturg dei progetti: B, Twilght, Netteles, Book is a book is a book e ho collaborato a .h.g. ed Eutopia. ↩︎
  3. Per la presentazione completa e altri materiali si veda il sito dei Trickster-p: www.trickster-p.ch ↩︎
  4. Regia di Carmelo Rifici e drammaturgia di Angela Demattè. ↩︎
  5. Regia di Carmelo Rifici e Andrea De Rosa, drammaturgia di Angela Demattè e Fabrizio Sinisi. ↩︎

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