Kilowatt 2026, memoria e presenza per un nuovo respiro del mondo. Intervista a Lucia Franchi

Lug 7, 2026

Nuovo respiro del mondo è il titolo dell’edizione 2026 di Kilowatt Festival, che raccoglie il peso del presente contemplando un gesto di fiducia nei confronti del futuro, nel tentativo di riconoscere le energie positive che, pur sottese, ancora attraversano la società.
Il festival continua a radicarsi a Sansepolcro ma rafforza la propria dimensione internazionale con reti, collaborazioni e progettualità europee. Tra queste, Digital on Stage e CoOpera che introducono nel programma una riflessione sul rapporto tra arti performative e tecnologie digitali, in un campo di tensione critica. 
A questo asse si affianca la scelta di Eugenio Barba e Julia Varley come padrino e madrina del festival. Una presenza che apre un confronto con un’ulteriore idea di ricerca scenica, fondata su trasmissione, corpo, pratica e memoria.
Ne abbiamo parlato con Lucia Franchi, co-direttrice artistica insieme a Luca Ricci, che racconta questi due poli come parti di uno stesso processo che interessa, in maniera intergenerazionale, il modo in cui il teatro continua a modificare le proprie forme, a confrontarsi con le domande del proprio tempo.

L’edizione 2026 di Kilowatt si intitola “Nuovo respiro del mondo”: parole che sembrano partire da una diagnosi del presente, attraversato da crisi ecologica, disuguaglianze, arretramenti civili, ma anche da un gesto di fiducia. Che cosa significa “dare respiro” attraverso la cultura in un tempo così asfissiante?

Ci ritroviamo molto in questa lettura. Parlo al plurale perché è una riflessione che io e Luca Ricci abbiamo condiviso nel momento in cui abbiamo cercato un titolo capace di rappresentare l’edizione di quest’anno. È stato faticoso arrivare a una sintesi che raccontasse quello che stiamo vivendo, non soltanto come artisti, ma anche come persone e come osservatori del mondo che ci circonda.
È vero, viviamo un periodo segnato da una grande brutalità, da forme di inquinamento che non sono solo ecologiche, ma anche linguistiche, relazionali, politiche; penso ai gesti, alle parole, agli abusi di potere. Allo stesso tempo, però, sentiamo che nelle società democratiche occidentali, di cui facciamo parte, esistono ancora molti anticorpi, e non soltanto in ambito culturale.

Generalmente si tende a raccontare soprattutto ciò che non va, e credo che questo sia anche un modo per riflettere e per non dimenticare. Siamo di fronte a un respiro del mondo spesso debole, invisibile, frammentario, che fatica a trovare rappresentanza. Ma non possiamo non ricordare che ci sono anche molte cose che funzionano, persone di buona volontà, molte energie positive già presenti.
Il nostro, dunque, è certamente un messaggio di fiducia, ma rivolto a qualcosa che esiste già.

La cultura, e un festival inteso come azione culturale, hanno secondo noi il compito di accogliere queste istanze positive, anche in una prospettiva intergenerazionale.
L’immagine che accompagna il titolo dell’edizione è quella di una giovane coppia, che rappresenta l’amore in senso ampio: la cura, l’attenzione verso l’altro, la possibilità di un nuovo respiro del mondo. Non crediamo però all’idea retorica secondo cui saranno i giovani a cambiare il futuro: è una responsabilità che dobbiamo assumerci collettivamente, senza deleghe.

Kilowatt continua a radicarsi a Sansepolcro, ma quest’anno rafforza la propria apertura internazionale, tra reti transnazionali e progetti come Digital on Stage e CoOpera. Come si tiene insieme il rapporto con un certo territorio e la necessità di costruire una scena sempre più attraversata da immaginari, pratiche e alleanze internazionali?

C’è un pensiero molto ampio e complesso dell’antropologo Ernesto de Martino che riporto parafrasando: per essere davvero internazionali bisogna avere un piccolo mondo in testa. È un’idea che ci accompagna nella nostra vita.
Io e Luca siamo cresciuti in realtà provinciali, Città di Castello e Pieve Santo Stefano, due cittadine dell’estrema provincia tra Umbria e Toscana. Da tanti anni viviamo a Roma, che invece è una dimensione metropolitana e internazionale molto forte. Allo stesso tempo, abbiamo scelto di iniziare questa avventura a Sansepolcro, tornando quindi nelle nostre zone d’origine, ma portando con noi una grande curiosità artistica e culturale per ciò che accade intorno a noi.
Secondo noi queste dimensioni – la provincia, la metropoli, il territorio di confine tra Umbria e Toscana, la dimensione internazionale – si nutrono e si compenetrano costantemente. Per noi è un movimento naturale. In fondo i festival rispecchiano anche chi li fa, e questo dialogo continuo tra ciò che è vicinissimo e ciò che è lontano fa parte delle nostre vite.

Da un lato c’è il nostro meraviglioso gruppo di Visionari, che rappresenta un rapporto fortissimo con il territorio; dall’altro ci sono progetti come Digital on Stage e CoOpera, che portano a Sansepolcro compagnie e pratiche internazionali. Anche la scelta di Eugenio Barba e Julia Varley come padrino e madrina del festival si inserisce in questa prospettiva: se pensiamo alla storia di Barba, partita da una provincia pugliese e arrivata ad avere una rilevanza mondiale, vediamo come piccole e grandi dimensioni possano continuamente intrecciarsi.

Digital on Stage porta nel programma otto performance legate alle tecnologie digitali e un confronto europeo sulla trasformazione della creazione contemporanea. In che modo il digitale entra nella vostra idea di festival: come linguaggio autonomo, come strumento di accessibilità, come spazio di sperimentazione o come domanda critica sul futuro della presenza? 

Direi tutte queste cose insieme. Da una parte, per noi il digitale ha a che fare con la quotidianità di tutti, al di là dell’uso che ciascuno ne fa. È quindi naturale che arrivi a contaminare alcuni linguaggi artistici. Credo che la cultura e l’arte debbano appropriarsi di ciò che accade nel mondo, rielaborarlo criticamente e trasformarlo in una forma originale, capace di superare l’uso quotidiano degli strumenti.
Il digitale non può essere ignorato, perché se gli strumenti digitali vengono lasciati fuori dalla riflessione culturale e artistica possono diventare, e in parte lo sono già, molto pericolosi. Dove l’arte non entra, dove non porta domande, dubbi e pensiero critico, vengono a mancare anticorpi importanti per la società.

In realtà il rapporto tra arte e tecnologia è un percorso antico. Faccio spesso l’esempio della stampa, che in passato veniva definita “macchina artificiale”, un po’ come oggi si usa spesso con sospetto l’espressione “intelligenza artificiale”. Anche allora sembrava che una nuova tecnologia potesse rivoluzionare la vita delle persone, togliere spazio alla manualità e compromettere alcune forme di espressione. In parte è stato vero, se pensiamo alla tradizione amanuense, ma allo stesso tempo la stampa ha permesso una diffusione vastissima della cultura, ha favorito l’alfabetizzazione e la circolazione della letteratura e del pensiero.
Per noi il digitale ha una funzione analoga: fa parte della nostra vita e della creazione artistica contemporanea. In Europa esistono festival, come Ars Electronica, che lavorano da moltissimo tempo su questi linguaggi. Per Kilowatt è stato naturale avvicinarsi a questa dimensione, per curiosità e per desiderio di contaminazione.

Gli spettacoli di Digital on Stage presenti al festival sono otto. Il progetto, attraverso un bando europeo, ha selezionato ventiquattro lavori a partire da più di cento proposte arrivate da tutta Europa. A Kilowatt ne presentiamo otto: due sono italiani, gruppo nanou e Mara Oscar Cassiani, gli altri sei arrivano da altri Paesi europei. Ognuno interpreta il digitale in modo molto diverso, con un impatto e una rielaborazione specifici.

Penso, per esempio, al progetto di Mara Oscar Cassiani, che lavora molto sull’accessibilità dello strumento digitale per persone di età avanzata. È stato incredibile vedere donne anziane, nonne, raccontare con orgoglio ai nipoti di avere un appuntamento su Roblox. Una di loro ci ha raccontato che il nipote le ha detto: “Ma tu che ne sai di questa roba?”. Ecco, il digitale può essere vissuto attraverso l’arte anche come una forma di accessibilità e di apertura, e questo per noi è un aspetto molto importante.

Accanto all’asse del digitale, e della nuova autorialità l’edizione 2026 sceglie come padrino e madrina Eugenio Barba e Julia Varley. Sembra emergere una doppia traiettoria: la memoria viva del teatro come pratica trasformativa e la sperimentazione di linguaggi autoriali e di nuovi ambienti percettivi. Che valore ha un simile dialogo per la comunità artistica ma anche per il pubblico che abiterà il festival?

Per noi la definizione di festival multidisciplinare è molto sentita. Crediamo che un festival, almeno per come immaginiamo il nostro, debba raccogliere ciò che ci sembra più significativo nell’anno in cui programmiamo, attraversando diversi campi, linguaggi e modi di fare arte. In questo senso, il festival è anche uno spazio in cui esercitare quel pensiero critico di cui parlavamo prima.

La scelta di un padrino o di una madrina, che quest’anno sono due figure come Eugenio Barba e Julia Varley, è per noi un modo per rendere omaggio a personalità che sono state molto importanti per me e per Luca. Abbiamo studiato l’Odin Teatret quando eravamo all’università e abbiamo sempre riconosciuto nel loro lavoro un grande modello di cambiamento e innovazione.
L’innovazione, del resto, non appartiene a una sola epoca: di decennio in decennio, di generazione in generazione, assume linguaggi e valori diversi. Alcuni lavori digitali che presentiamo oggi possono dialogare con l’innovazione che Barba e Varley hanno rappresentato e continuano a rappresentare nella storia del teatro.

Non si tratta soltanto di un omaggio personale, affettivo, verso quelli che per noi sono stati maestri e maestre. Si tratta anche di trasmettere il loro lavoro a generazioni che magari non li conoscono o non hanno avuto occasione di incontrare il loro percorso. Per noi questo passaggio di testimone è fondamentale.
Torno all’immagine che accompagna “Nuovo respiro del mondo”: abbiamo scelto una coppia giovane non per cadere nella retorica secondo cui i giovani salveranno il mondo, ma perché i ricambi generazionali, i cambiamenti di visione e la trasmissione delle competenze sono per noi essenziali.

Mi piace pensare agli artisti come seduti tutti intorno a una tavola rotonda, senza una linea del tempo rigida. In questa grande tavolata immaginaria, Eugenio Barba e Julia Varley possono sedersi accanto al gruppo nanou o a Mara Oscar Cassiani. Sono fatti della stessa materia: cambia la forma, cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma resta la necessità del teatro di continuare a interrogare il presente e a trasformarsi.

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