IRA Festival: rinegoziare il concetto di istituzione

Giu 11, 2026

La disuguaglianza nella distribuzione di risorse, infrastrutture e opportunità è uno dei problemi più annosi del nostro Paese. Il Sud Italia vive una disparità cronicizzata che si manifesta in tutti gli aspetti socio-economici, interessando anche gli interventi istituzionali dedicati alla cultura.
Realizzare un percorso artistico in questi territori equivale a confrontarsi con la necessità di colmare dei vuoti e contestualmente con la possibilità di immaginare pratiche e modelli votati alla relazione e alla trasformazione.

Sono le fondamenta di IRA Festival, emanazione del più ampio progetto IRA Institute, con la direzione artistica di Pietro Monteverdi e Settimio Pisano. Dal 18 al 21 giugno, il festival inaugurerà la sua seconda edizione a Soverato.

IRA è una piattaforma artistica che fa dialogare il contesto locale con traiettorie nazionali e internazionali e ambisce a rinegoziare il concetto di istituzione, dando vita a un organismo fondato sull’ascolto, la cura e l’accompagnamento dei percorsi artistici, con particolare attenzione alle nuove generazioni.

Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Pietro Monteverdi.

Operi in un territorio che, come buona parte del Sud, vive una disparità in termini di risorse e opportunità rispetto alle regioni del Centro e del Nord. Il report 2025 Io sono Cultura realizzato da Symbola, Unioncamere, Deloitte, Centro studi camere di commercio Tagliacarne   segnala però una situazione incoraggiante, cito il comunicato stampa: “[…] il Mezzogiorno presenta tassi di crescita superiori alla media nazionale sia con riferimento al valore aggiunto (+4,2% rispetto ad una crescita media nazionale pari a +2,1%) che agli occupati (+2,9% anziché +1,6%). Spiccano, in particolare, gli incrementi della Calabria (valore aggiunto: +7,5%; occupazione: +4,7%) […]”.
Sappiamo che le pratiche di monitoraggio sono importanti ma anche che i criteri di raccolta dei dati sono passibili di infinite variabili finendo spesso, al di là dei numeri, per non corrispondere del tutto alla realtà dei fatti.
Oltre a essere il co-direttore artistico di IRA, sei stato da poco nominato membro della Cabina delle Visioni culturali della Regione Calabria, per il rafforzamento delle politiche culturali. Come operatore culturale e in questo nuovo ruolo che ti vede in diretta collaborazione con l’istituzione regionale, quali obiettivi ritieni più urgenti da raggiungere per superare il vuoto in cui versa il territorio?

Purtroppo hai detto il vero. Tutto il Sud ha problemi macroscopici dal punto di vista economico e sociale, una situazione che si riflette anche sul consumo del prodotto culturale. Di contro, la Regione Calabria sta cercando di invertire un trend, costituendo un sistema prima inesistente, non solo per l’assenza di strutture ma anche di professionisti e sinergie sul territorio.
In un simile contesto, l’effetto che produce il nostro lavoro è ancora più visibile. Radicarsi qui o in una città come Milano, in cui l’economia gira, ci sono filiere produttive già strutturate fa la differenza: inserirsi in un sistema già funzionante ha i suoi vantaggi, ma va sottolineato che l’emersione e l’accoglienza del nostro intervento sono più agili in un luogo come Soverato dove ci sono meno proposte culturali.
Credo che il paradigma stia cambiando anche perché le nuove generazioni – io sono del 1991 –  stanno avviando un vero e proprio fenomeno di ritorno nel proprio territorio di origine che genera un ricambio e che avvia un percorso concreto di sviluppo e di trasformazione. Per cui ho una percezione rosea del futuro. 

Come dicevi, faccio parte della Cabina delle Visioni culturali e questo è indicativo di come la Regione ritenga importante il confronto con professionisti under 40, chiamati a costruire un nuovo indirizzo per le politiche culturali.
Sono ritornato in Calabria due anni fa per portare avanti in maniera continuativa il lavoro sul territorio, con la popolazione. Sono arrivato con una bassa aspettativa, invece più indago più trovo una forte energia canalizzata nell’alleanza, nell’associazionismo, nell’advocacy, in un’interlocuzione concreta con le istituzioni.
Come nel resto d’Italia, soffriamo la concezione “turistica” dell’impatto culturale ma stiamo modificando anche queste definizioni.
Purtroppo partiamo da una situazione che negli ultimi quindici anni è stata in caduta libera e ci vuole del tempo per una risalita, ma mi sono reso conto che ci sono tutte le premesse per farlo. 

IRA Institute contiene già nel nome due matrici di senso molto chiare: quella di un’energia furente e l’idea di istituzione. Anche nei materiali di presentazione del progetto si legge della volontà di creare un nuovo modello di istituzione che metta in dialogo proposte e pratiche artistiche a livello nazionale e internazionale. Tralasciando lo specifico del territorio, perché la scelta di lavorare sul concetto di istituzione e in cosa si differenzia IRA, rispetto a esperienze festivaliere già esistenti che investono su questo tipo di scambio e mantengono attivi i luoghi anche oltre i confini temporali del festival?

Il senso è di creare un’istituzione con un approccio diverso basato sull’ascolto, sullo scambio e sul sostegno ai percorsi artistici.
Confrontandomi con artisti e artiste nazionali e internazionali, mi vengono riportate esperienze di rapporto con istituzioni culturali d’eccellenza in cui, proprio per la grandezza di queste strutture, la cura e il dialogo risultano più frammentati. Vogliamo creare un’istituzione che abbia la stazza per essere definita tale ma insistendo sul contatto umano, oltre che professionale. Si tratta di una modalità che adoperiamo anche per la costituzione del programma di IRA Festival, che oltre a seguire delle scelte di direzione e di gusto artistico, si incentra sulla relazione, sul confronto, sull’accompagnamento: un andare avanti insieme

In che modo avete costruito la seconda edizione di IRA Festival? Quali sono le coordinate principali di questa programmazione?

Innanzitutto investiamo sulla mobilità delle nuove generazioni a livello nazionale e internazionale. Abbiamo costruito un meccanismo abbastanza semplice ma non così diffuso che mette al centro spazi e tempo per artiste e artisti.  

Alcuni giorni prima del Festival, che quest’anno inizierà il 18 giugno, si avviano dei periodi di residenza al termine dei quali si tengono gli Open Studios, delle aperture del processo creativo alla presenza di operatori e pubblico. Ancora per la volontà di favorire il dialogo, da quest’anno abbiamo invitato dei professionisti, gli IRA’s Angels, che condurranno dei Pitch & Drink in spiaggia, in un clima rilassato, per conversare intorno al lavoro di chi è in residenza. 

Il cuore del Festival sono quindi gli Open Studios, ma programmiamo anche artisti già established, con un proprio seguito, facendo arrivare in questo territorio delle proposte che altrimenti sarebbero difficilmente intercettabili. 

Nel mettere in contatto giovani artisti e artiste con i circuiti di programmazione, abbiamo istituito degli scambi bilaterali con diversi Stati come Cile, Brasile, Perù. Invitiamo i nostri partner internazionali a partecipare al festival e insieme selezioniamo tra gli artisti ospiti di IRA quelli a cui fornire una nuova esperienza di residenza e confronto con operatori ma in contesti culturali del tutto diversi, promuovendone l’accesso in circuiti esteri
Si tratta di una nuova piattaforma artistica e curatoriale aperta al pubblico che in futuro intendiamo sviluppare sempre di più.

IRA rappresenta un’opportunità per artiste e artisti di entrare in relazione con operatori e operatrici, di avere uno spazio e un tempo per procedere nella propria ricerca. Quanto all’impatto che il festival può avere sul territorio, che accoglienza avete ricevuto a Soverato? Considerando inoltre il tipo di proposta artistica di IRA, incentrata sul contemporaneo e sulla ricerca, che forme di dialogo state costruendo con il pubblico locale?

Nell’ideare la programmazione selezioniamo delle proposte contemporanee che risultino fruibili, ragionando anche sulla scelta degli spazi che abbiamo a disposizione. Ad esempio, usufruiamo di un’arena sul lungomare di Soverato in cui programmiamo spettacoli che, oltre a funzionare all’aperto, si facciano notare. Tentiamo, cioè, di dare alla cittadinanza un segnale evidente della nostra presenza
Abbiamo ricevuto un’ottima accoglienza. Tra i miei primi lavori, circa dieci anni fa, c’è stata la curatela di una stagione in un teatro a Catanzaro e ricordo che ho incontrato molti ostacoli durante quell’esperienza. Da quando sono tornato vedo un’apertura maggiore, credo che le persone si siano rese conto dello stato delle cose e abbiano curiosità, voglia, fame di novità.
Anche il Comune di Soverato ci ha accolto benissimo anche se non riesce a destinare dei contributi diretti al nostro progetto perché, come buona parte dei Comuni italiani, versa in una situazione economica complessa. Nonostante questo, l’amministrazione locale ci appoggia moltissimo. 
Per la sua conformazione, Soverato è una città che sembra predisposta ad accogliere un festival: abbiamo la fortuna di poter utilizzare degli spazi molto belli. Questo è un luogo in cui si può costruire.
Non nego che ci siano anche delle dinamiche difficili da scardinare, delle resistenze ma sono sicuro che anche questi centri più piccoli evolveranno.

A partire da quest’anno abbiamo stabilito una collaborazione con la Fondazione Cadmo che si occupa di istruzione e formazione e che gestisce l’Istituto Don Bosco, una delle nostre strutture di riferimento. Durante il festival, avvieremo un percorso di visione per studenti e studentesse e, oltre a farli assistere agli spettacoli, ci tengo a far conoscere loro la varietà di mestieri che orbitano intorno alla scena.

Il ricambio generazionale è un tema importante nel nostro Paese e nell’ambito delle performing arts, sono rari casi come il tuo in cui giovani operatori assumono ruoli dirigenziali e curatoriali di rilievo. In questo senso che responsabilità senti di avere e che traccia vorresti segnare in termini curatoriali nel settore?

Sì, oggi sono ancora poco diffuse giovani figure come la mia. In questo devo ringraziare Settimio Pisano, in Italia non ci sono molti direttori artistici che hanno la lungimiranza di investire sul futuro. Quando Settimio mi propose di collaborare a Primavera dei Teatri mi diede in mano le chiave operative del festival, offrendomi l’opportunità di fare una grande esperienza. Nel tempo, mi ha incoraggiato e dato spazio. Certamente col passare degli anni ho acquisito competenze, raggiunto dei risultati ma la mia posizione, oltre a derivare da alcune capacità che mi riconosco, è figlia soprattutto dell’investimento che ha fatto una persona che ha veramente creduto in me. 

Dal punto di vista curatoriale sono in una fase di scoperta, non mi riconosco ancora una cifra pur avendo sicuramente un gusto artistico che mi guida. Per me è importante soprattutto fare delle scelte di senso sul sostegno a certi percorsi artistici: il nostro lavoro ha a che fare innanzitutto con una cura del capitale umano con cui entriamo in contatto.

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