“C’era una stella che danzava e sotto quella stella sono nata”

Ago 17, 2018

Di Francesca Pennini si sa che è la fondatrice, la mente e il cuore pulsante di Collettivo CineticO, la compagnia residente del Teatro Comunale di Ferrara, la sua splendida creatura nata nel 2007, la sua seconda famiglia costituita da oltre 50 artisti provenienti da discipline diverse. Sua è la direzione artistica. Con Francesca Pennini c’è Angelo Pedroni che è un suo braccio, destro o sinistro, e che sa esprimere bene il suo talento nel lavoro di drammaturgia, oltre che nella danza. Il suo secondo braccio, sinistro o destro, a seconda della prospettiva, è Carmine Parise. Lui si occupa dell’organizzazione in genere e della comunicazione. Anche se l’idea di base è quella di un lavoro “collettivo” e di squadra.

Una formazione artistica, quella di Francesca Pennini, avvenuta presso il Balletto di Toscana e il Laban Centre di Londra, con maestri che sono anche stati incontri fondamentali: da Samuele Cardini a Sasha Waltz. La danza si manifestò nella sua vita quando era ancora una piccola bambina, spettatrice di un classico come Il Lago dei Cigni. Crescendo, Fantasia di Walt Disney fu la sua prima palestra casalinga, tra sogno e aspirazione. Il “grado zero” di quella che successivamente sarebbe stata una realtà in movimento, cinetica, in una oscillazione diffusa come una sequenza palindromica, dove la complementarietà dei singoli elementi resiste a prescindere da ogni corso o direzione.

7 agosto 2018: è la data del ritorno a Roma di Francesca Pennini con il Collettivo CineticO e Sylphidarium, una creazione che è stata riconosciuta come “Miglior spettacolo di danza” ricevendo il Premio Ubu, lo scorso dicembre. “Sylphidarium. Maria Taglioni on the ground” è il titolo completo di quello che potrebbe essere definito come un “inventario rock di danza contemporanea”, in tre atti continui. Ci sono La Sylphide, in particolare il balletto di Fokine del 1909; Maria Taglioni, icona e diva dell’Ottocento, ballerina romantica di origini italiane, nata a Stoccolma e osannata in tutta Europa e anche l’indagine sul corpo della ballerina, intesa come una delle specie entomologiche, come l’insetto che si nutre di carcasse di animali e c’è l’analisi, la dissezione chirurgica degli elementi della danza e della tecnica. Inoltre ci sono il bianco che è il colore principale usato per i costumi di scena e come sfondo scenografico e la tela, ovvero “Il Giardino Ritrovato”, la manifestazione curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella.

Una rassegna che combina insieme la dimensione internazionale e la combinazione eterogenea di diversi linguaggi espressivi in quella cornice ancor più estesa che è “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio”. Un progetto culturale nato nei musei e per i musei che unisce iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli. C’è una sede monumentale come Palazzo Venezia e poi c’è l’energia cosmica della Pennini, della sua voce e della nostra chiacchierata.

Questa non è un’intervista. È una “chiacchierata telefonica”, così la chiama Francesca Pennini…

Francesca, per prima cosa vorrei chiederti una tua impressione sulla serata del 7 agosto.

Grandissimo calore anche con un pubblico abbastanza diversificato. In realtà Sylphidarium ha sempre un feedback molto forte, a livello di energia, anche per il tipo di impatto diretto che ha come intensità. Il pubblico ha reagito benissimo, con questa conformazione la serata ha avuto una bella intensità anche musicale e sono abbastanza contenta. Di solito i palchi sono più grandi però a Palazzo Venezia, per questioni architettoniche, il palcoscenico era più piccolo. Così abbiamo fatto delle variazioni che però ci hanno lasciato soddisfatti; non erano dei compromessi, anzi, sono da tenere in considerazione…

A quali variazioni ti riferisci?

Di solito i musicisti sono in scena; da un lato della scena ci sono i musicisti e dall’altro ci sono gli stendini con i costumi dei 118 abiti di scena che vengono indossati durante lo spettacolo e quindi questi capi sono principalmente a vista, anche se l’attenzione non è focalizzata sul momento del cambio. In questo caso invece abbiamo avuto una scena completamente pulita dove c’è questo limbo bianco. Gli ingressi, le uscite e tutti i cambi sono avvenuti fuori scena, mentre i musicisti erano in mezzo alla tribuna del pubblico; però è stato interessante anche questa formula sia per gli spettatori sia come feedback per noi. L’effetto sorpresa è stato amplificato dal numero degli ingressi che si sono moltiplicati e anche per l’impatto sonoro che c’è stato.

Che tipo di evoluzione c’è stata nella vita e nelle varie repliche, fino ad oggi, dello spettacolo?

Gran parte gli spettacoli funziona come una crescita in evoluzione, in particolare questo penso che sia uno di quei lavori che va praticato. Ci sono tanti elementi, tante azioni, tanti ingressi. È un lavoro un po’ rizomatico, non è una cosa costante, continua o progressiva, per cui richiede una certa schizofrenia e al tempo stesso è in costante mutazione, nel numero di repliche. Anche semplicemente il problem solving di questioni legate allo spazio oppure agli interpreti che hanno dovuto scambiare le parti, hanno fatto crescere il lavoro.

A livello dell’esecuzione, penso che sia in una fase di costante e continua crescita anche perché è tecnicamente difficile da eseguire come assorbimento performativo. È un lavoro che vorrei fare almeno una volta alla settimana, penso che quella sarebbe la sua natura, e mentre altri lavori si consumano gradualmente quasi, questo andrebbe praticato spesso. Sì, penso che sia cresciuto durante le repliche e quindi avrebbe bisogno di esistere di più.

COLLETTIVO CINETICO
SYLPHIDARIUM pièce per 8 danzatori e 3 musicisti

Vorrei fare un salto indietro e chiederti una tua riflessione sull’esperienza del Campus CineticO.

Il Campus è nato da un’esperienza che sentivamo molto forte. Volevamo creare la possibilità di un incontro con tanti artisti che da tempo ci seguivano e anche con persone di nuova conoscenza. Prima di allora non ci eravamo ancora intercettati ed è stata un po’ una follia, però la necessità era molto forte. Come tutte le volte in cui ti sei mosso da qualcosa di cui hai urgenza, anche se non si incastra nelle economie e negli sforzi generali, alla fine il risultato è sempre positivo. C’è stata un’ottima risposta perché sono arrivate 320 application, anche impegnative perché chiedevamo questionari, materiale fotografico specifico con delle consegne, per cui non facili. Abbiamo scelto di aprire il numero di iscritti a 40 persone anziché 15, come avevamo previsto inizialmente, perché ci dispiaceva tantissimo non poter rispondere a una richiesta così alta.

Abbiamo dovuto moltiplicare l’uso degli spazi al Teatro Comunale di Ferrara, lavorare sia in spazi urbani che in spazi prove, con attività anche simultanee, scambi di gruppi, un sistema abbastanza complicato di strategia, di gestione. È stata un’esperienza molto immersiva da tutti i punti di vista sia per gli orari di lavoro che per le consegne che trattavano tutte le fasi del giorno e della notte, dalla scrittura alla performance urbana, la realizzazione di video… è stato molto intenso. Dai feedback delle persone a cui abbiamo chiesto di restituire la loro esperienza in vari formati, anche scritta, si è creato un corpo di racconti notevoli. La risposta è stata molto positiva non soltanto da un punto di vista artistico ma anche umano.

Per me è stato un momento importante, abbiamo conosciuto delle persone che adesso sono a tutti gli effetti dei nuovi “Cinetici”. La ricerca che è stata portata avanti in quei giorni aveva il gusto di qualcosa che avevo identificato e riconosciuto. Come quel tipo di energia e di intensità che c’era nei primi anni della compagnia e che sono stata molto felice di ritrovare, così rinnovata. È stato quindi un momento importante; anche se sono stati quattro, sono stati però giorni molto significativi, è stato l’inizio di una nuova fase.

Così ha preso forma “How to destroy your dance”…

How to Destroy your dance è un lavoro nato in continuità con il Campus CineticO. Una parte delle persone che abbiamo incontrato in quella occasione le abbiamo invitate a partecipare alla creazione che ha debuttato in teatro a Polverigi a giugno e che verrà ripresentato in più occasioni, a settembre, al Festival della Danza Urbana a Bologna, per esempio.

How to destroy your dance, parte dal progetto “Variazioni eccetera”, realizzato nel 2015 in occasione di Biennale Danza College, come percorso formativo che avevamo tenuto in quell’occasione. Da lì abbiamo trovato una chiave interessante e l’abbiamo sviluppata come lavoro di repertorio della compagnia ed è, da un lato, una sorta di compendio sul tempo, sulla durata e dall’altro, un gioco alla distruzione coreografica nel senso che è tutto pensato sul cosa puoi fare oppure quanto puoi muoverti velocemente in un minuto, per cui c’è questa dimensione realmente ludica e completiva un po’ come anche in Benvenuto Umano. Ci sono questi giochi in scena che sono reali. La coreografia, di conseguenza, viene dissacrata dal fatto che viene messa in atto in una condizione non rispettosa, nel senso della reverenzialità.

C’è anche una novità in cantiere, mi riferisco ad un incontro e ad un progetto con un grande coreografo israeliano: “Dialogo primo: Impatients Noli Tangere…

Stiamo portando avanti questo nuovo lavoro con Sharon Fridman che inaugura una serie di dialoghi con altri artisti. Un po’ è una novità del Collettivo CineticO e un po’ parte dalla voglia della nostra compagnia di mettersi in discussione, anche da un punto di vista di riferimenti autoriali. Sharon è un coreografo che conosco da tanti anni ed è anche un amico che conosco personalmente dal 2009. L’ho invitato a creare con i performer di Collettivo CineticO, sui loro corpi.

In questa fase di ricerca, abbiamo lavorato principalmente sulla tecnica del suo lavoro, la “Contact improvvisation” – sul senso del contatto. Lui ha un approccio completamente diverso dal mio da un punto di vista di vista drammaturgico, registico, anche sul senso della danza ed è quello che mi interessava. Per adesso il materiale che è uscito è molto affascinante, però è ancora all’inizio nel senso che la fase di creazione si protrarrà fino all’autunno. E poi ci saranno altri due dialoghi negli anni successivi, con altri due autori, probabilmente un artista visivo, anche se non sono definiti al momento.

Un periodo ricco di fermenti e di nuova energia, non è così?

Ma sì! Come sempre… In realtà non ci diamo molta tregua. Però sì, è un periodo di rinnovamento di energie forse. Mentre l’anno scorso chiudeva il decennale della compagnia, è stato un po’ come il tirare i fili, adesso è un po’ il ripartire. Forse.

ph Viola Berlanda

Quel “forse” conclude in un modo enigmatico la nostra conversazione, ma c’è un respiro di teatro e di forte drammaturgia in quelle poche parole. L’anno scorso si è celebrato il decennale del Collettivo CineticO con lo spettacolo Benvenuto Umano, un viaggio utopico tra vicino e lontano, tra realtà e realtà virtuale. L’esplorazione di un corpo sospeso tra cielo e terra, tra battaglie, sconfitte, sovrani e profeti redentori. È singolare rilevare il fatto che l’incontro con Sharon Fridman sia avvenuto dopo l’anniversario dei dieci anni di attività e di lavoro in Spagna della Compañia Sharon Fridman, suggellato con la creazione di All Ways, un’opera che esplora l’utopia di un’armonia permanente raggiunta dopo aver risolto i conflitti personali.

Analogia o eventi sincronici? Sicuramente è qualcosa simile ad un’affinità spirituale, un legame sacro nel karma della danza. Francesca Pennini in sintesi è questo: è sorpresa e mistero, è sublimazione fisica attraverso la fatica di prove che possono anche iniziare alle 23 e terminare quattro ore dopo. È yoga e butoh, dolori muscolari, giochi, obbligo o verità, risate, tanti baci, tanti abbracci, riso, farro e alcol per festeggiare. È il sold-out dei suoi spettacoli che diventa sublime delirio da overbooking. Perché tutti siamo in fondo un po’ “cinetici”: è uno stile di vita che lega spettatori e performers, artisti urbani ed esploratori curiosi.

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