La nomina di Francesco Cortoni nella nuova direzione artistica della Fondazione Sipario Toscana – La Città del Teatro di Cascina apre una fase significativa per uno dei luoghi di riferimento della produzione teatrale toscana e nazionale, in particolare nell’ambito del teatro rivolto alle nuove generazioni.
Attore, regista, formatore, organizzatore e progettista culturale, Cortoni ha costruito negli anni un percorso capace di tenere insieme ricerca artistica, pedagogia teatrale, attenzione ai territori e costruzione di reti. Dal lavoro con Pilar Ternera alla direzione del Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno, la sua esperienza si è sviluppata attorno a un’idea di teatro come spazio vivo, accessibile e attraversabile: non soltanto luogo di programmazione, ma presidio culturale, educativo e comunitario.
Il suo arrivo a Cascina si inserisce in un modello di direzione artistica condivisa, pensato per mettere in dialogo competenze, linguaggi e sensibilità diverse. Una sfida che riguarda non solo la scelta degli artisti e delle produzioni, ma anche il rapporto con il pubblico, con le nuove generazioni, con la formazione e con il ruolo che un centro di produzione può assumere nel paesaggio culturale contemporaneo.
Abbiamo intervistato Francesco Cortoni:
La Città del Teatro inaugura una nuova fase fondata su una direzione artistica plurale. Che cosa significa per te lavorare dentro un modello in cui la visione non nasce da una sola figura, ma dal confronto tra più sensibilità?
È stato uno degli aspetti che mi ha convinto di più a partecipare alla selezione. Non credo molto nelle direzioni costruite attorno a una sola figura. I progetti più forti nascono quasi sempre dal confronto tra sensibilità, competenze e immaginari differenti.
La Città del Teatro attraversa ambiti molto diversi — teatro, formazione, territorio, comunità — e per questo una struttura plurale mi sembra naturale.
Lavorare insieme significa anche accettare il confronto, mettersi in discussione e cambiare idea. Non è sempre semplice, ma credo produca visioni più ricche e più aderenti al presente.
Mi interessa una direzione artistica intesa come responsabilità condivisa, non come rappresentanza individuale. Allo stesso tempo credo sia importante che, anche dentro una struttura plurale, ci siano figure capaci di assumersi con chiarezza responsabilità e visione. In questo senso avrò un ruolo cardine all’interno della direzione artistica.
Alcune esperienze, come Short Theatre o il lavoro curatoriale di ruangrupa per documenta fifteen, hanno già provato a mettere in discussione il modello del curatore-star a favore di pratiche più collettive.
Il tuo percorso intreccia da sempre creazione artistica, pedagogia, organizzazione e cura dei processi culturali. Quale parte della tua esperienza senti più urgente portare oggi a Cascina?
Negli anni ho capito che il lavoro più importante non è solo produrre spettacoli, ma creare le condizioni perché possano nascere relazioni, percorsi e possibilità. Per questo non sento separate creazione artistica, pedagogia e organizzazione. Sono aspetti che devono dialogare continuamente.
Oggi sento urgente costruire contesti reali di incontro: luoghi in cui artisti, cittadini e giovani generazioni possano sentirsi parte attiva di un’esperienza culturale e non semplicemente pubblico. Allo stesso tempo porto con me un’attenzione concreta alla sostenibilità dei progetti. Senza una struttura solida, le visioni rischiano di restare dichiarazioni di intenti.
Mi piacerebbe che La Città del Teatro diventasse sempre di più un luogo aperto, capace di creare connessioni reali tra artisti, cittadini, anche i più fragili, e territorio.
Hai lavorato a lungo sulla formazione, dai laboratori per bambini e ragazzi fino ai percorsi per giovani artisti. Che ruolo avrà la pedagogia teatrale nella nuova progettualità artistica?
Il teatro non serve solo a produrre spettacoli, ma anche a creare esperienze condivise, spazi in cui le persone possano prendere parola, mettersi in gioco e costruire qualcosa insieme.
Mi interessa lavorare su due dimensioni parallele.
Da una parte una dimensione collettiva e comunitaria, capace di coinvolgere cittadini, giovani generazioni e territori attraverso pratiche condivise di partecipazione, ascolto e creazione.
Dall’altra una dimensione più specifica di alta formazione e accompagnamento artistico, capace di sostenere percorsi di crescita più approfonditi e di affiancare alcuni processi anche verso una possibile evoluzione artistica. Poi sarà il tempo a dire se da questi percorsi nasceranno anche le basi per progetti produttivi veri e propri. Ma credo che, in entrambe le dimensioni, il fatto artistico debba restare la bussola.
Oggi queste pratiche sono particolarmente necessarie, perché mancano sempre di più luoghi reali di confronto, ascolto e costruzione collettiva. In questo senso il teatro può avere anche una funzione sociale e politica: creare comunità attraverso esperienze vissute insieme.
Parli spesso di scambio di pratiche e di apertura ai linguaggi. Quali artisti, quali discipline o quali forme di collaborazione ti interessano di più in questo momento?
Più che i singoli spettacoli, mi interessano i percorsi degli artisti e il modo in cui i linguaggi si trasformano nel tempo. A Livorno, insieme a gruppi come Dimitri Canessa, Unterwasser e A.D.D.A., ho cercato di creare occasioni reali di confronto e contaminazione tra pratiche diverse. Credo che il risultato più importante non siano stati soltanto i lavori prodotti, ma anche la crescita umana e artistica delle persone coinvolte lungo il percorso.
Quando gli artisti escono dai propri confini abituali e si confrontano con altri linguaggi, spesso nascono le cose più interessanti. In questo momento sto incontrando molti artisti e collettivi per capire quali urgenze stanno attraversando oggi. Allo stesso tempo sto ereditando relazioni che La Città del Teatro ha costruito negli anni, ed è naturale partire anche da lì.
Vengo da un approccio molto legato alle residenze artistiche, che considero prima di tutto spazi di ricerca. Credo profondamente nella necessità di dare tempo ai processi. Senza tempo, si rischia di produrre soltanto oggetti culturali usa e getta.
La Città del Teatro ha una storia forte nel teatro per le nuove generazioni e nella ricerca. Quali eredità senti di voler custodire e quali aspetti, invece, vorresti spingere verso nuove direzioni?
La Città del Teatro è stata un luogo fondamentale per il teatro dedicato all’infanzia e alle nuove generazioni, capace di tenere insieme ricerca artistica e pedagogia. Per me questa relazione è anche personale: nel 2003 ho realizzato qui una tesi sul rapporto tra teatro e scuola e successivamente ho lavorato con gli insegnanti. Per questo mi interessa rafforzare il dialogo tra teatro e scuola, riattivando anche percorsi di incontro e confronto con insegnanti e ragazzi che, a mio parere, negli anni si sono un po’ affievoliti. Naturalmente con strumenti e linguaggi diversi rispetto a vent’anni fa.
C’è poi una questione urgente: il futuro del teatro per le nuove generazioni. Oggi vedo poco ricambio generazionale, sia tra gli artisti sia tra gli operatori. Mi piacerebbe intercettare artisti che scelgano davvero di confrontarsi con l’infanzia e l’adolescenza, anche arrivando da linguaggi differenti. Il teatro ragazzi è sempre stato uno spazio fertile di sperimentazione, e credo debba continuare a esserlo.
Allo stesso tempo penso sia importante non perdere ciò che il teatro può offrire di unico: l’incanto, la poesia, la possibilità di aprire spazi immaginativi autentici senza semplificare l’intelligenza dei bambini.
Il rapporto tra scena regionale e circuiti nazionali è uno dei nodi più importanti per un centro di produzione.
Come immagini il ruolo della Città del Teatro dentro questa rete più ampia?
Mi interessa partire da un ascolto reale del territorio, delle persone e delle trasformazioni che lo attraversano, per poi mettere questo dialogo in relazione con percorsi, urgenze e tematiche che emergono anche a livello nazionale. Credo sia importante costruire un confronto costante tra le diverse parti del sistema teatrale: produzione, circuitazione, residenze, festival e progettualità formative.
Oggi sappiamo quanto il sistema sia sbilanciato verso una logica di iperproduzione. Per questo penso che un centro di produzione non debba limitarsi a generare nuovi titoli, ma debba anche interrogarsi su come sostenere davvero i percorsi artistici nel tempo. Mi piacerebbe lavorare in dialogo con le altre strutture del settore per intercettare e accompagnare le esperienze più forti e significative, creando continuità e possibilità di crescita reale.
Credo che i centri di produzione dovrebbero essere luoghi capaci di dare forza a percorsi artistici validi, riconoscerne la qualità e offrire maggiore stabilità a chi dimostra una ricerca autentica e necessaria.
C’è un tema che oggi senti particolarmente urgente per il teatro contemporaneo, soprattutto quando si rivolge alle nuove generazioni?
Credo che oggi una delle questioni più urgenti sia capire come stanno cambiando la percezione, l’attenzione e l’immaginario delle nuove generazioni. Bambini e adolescenti attraversano continuamente linguaggi multipli, in una dimensione in cui esperienza fisica e digitale convivono costantemente.
Mi interessa capire come il teatro possa attraversare questa trasformazione senza perdere la propria forza: quella di creare un’esperienza reale, condivisa e presente.
Mi interessa molto anche lavorare sul tema della verità. Da una parte il teatro come spazio in cui poter essere autentici, esporsi e mettersi realmente in relazione con gli altri. Dall’altra la verità come dimensione da interrogare dentro il presente che viviamo. Oggi siamo continuamente attraversati da narrazioni costruite da prospettive diverse, spesso artificiali o manipolate. Viviamo immersi in comunicazioni simultanee, punti di vista multipli e realtà sempre più frammentate. Districarsi dentro questa complessità è sempre più difficile.
Credo che il teatro possa essere uno spazio capace di attraversare criticamente queste contraddizioni attraverso esperienze vive, fisiche e collettive.
Non per offrire risposte semplici, ma per creare occasioni di presenza, ascolto e consapevolezza condivisa.

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