Interrogare il presente. Il ritorno di Primavera dei Teatri

Set 12, 2022

Quando, dopo 21 anni, viene a mancare una manifestazione come Primavera dei Teatri, lo sgomento per quell’assenza si tramuta in una riflessione collettiva sullo stato di salute della cultura nel nostro Paese.
Un Paese profondamente difforme, in termini di politiche e visioni, di opportunità e sostegni, che lascia ancora troppo indietro –  e troppo soli – coloro che nel riequilibrare le sorti di certi territori disagiati, costruiscono con e per l’arte dei presidi di democrazia. 

L’antefatto è ormai noto, e ha a che fare con il marchio “Grandi Eventi” e con l’Avviso emesso da Regione Calabria nel 2020 per lo sviluppo di produzioni artistiche di qualità: Primavera dei Teatri partecipa al bando, rientra nella graduatoria degli ammessi con il secondo punteggio più alto, ottenendo un finanziamento che copre circa i 2/3 del costo totale del festival. A un anno da quell’esito, successivamente riformulato per ricorsi e malagestione dirigenziale, la graduatoria diventa definitiva e del saldo nemmeno l’ombra. Nel mentre, delle cose accadono: un’edizione, quella realizzata nel 2020, completamente a carico di Primavera dei Teatri; un’edizione, quella del 2021, che non verrà mai realizzata.

La Primavera ha tardato ad arrivare – per dirla con Battiato – ma quest’anno è pronta a tornare. E a far fiorire di teatro e danza l’autunno calabrese. 
Lo slittamento in avanti del festival, che si terrà dal 27 settembre al 6 ottobre, non è l’unica novità della 22° edizione di Primavera dei Teatri: per la prima volta, la programmazione si estenderà da Castrovillari a Catanzaro, città in cui un cartellone fortemente votato alla multidisciplinarietà farà da prologo del festival.

Di “provocazione” parla il Direttore Generale Settimio Pisano, Premio Ubu per la categoria organizzatore teatrale nel 2019, commentando la programmazione bipartita di quest’anno. In oltre vent’anni di lavoro, votato alla crescita sociale e culturale del territorio, avente Castrovillari come centro propulsore, il rilancio catanzarese assume i contorni di una sfida.

Primavera dei Teatri è un festival che si interroga sul contemporaneo e che oggi si chiede e ci chiede: “quando abbiamo smesso di parlare del presente?”.
In questa intervista, risponde Settimio Pisano tirando le somme dell’anno trascorso e riflettendo sui processi di cambiamento in corso ma anche su quelli ancora da realizzare.

La gestione del bando regionale “Grandi Eventi” indetto dalla Regione Calabria, e la conseguente mancata edizione di Primavera dei Teatri nel 2021, ha mostrato un’importante falla di sistema aprendo nuove considerazioni sul ruolo che la cultura ricopre a livello regionale e nazionale e sulla visione politica che della cultura si ha in questo Paese. Tra poco più di due settimane Primavera dei Teatri inaugura la sua XXII edizione. Qual è la situazione in Calabria un anno dopo?

Delle cose sono cambiate. Rispetto all’anno passato c’è stata una maggiore attenzione: seppur con un ritardo importante, la pubblicazione di una manifestazione d’interesse, rivolta ai soggetti finanziati attraverso il Fondo Unico dello Spettacolo, ci ha dato la possibilità di partecipare e di immaginare il festival. Si è trattato, a mio avviso, di un’importante dimostrazione circa la volontà di tutelare dei soggetti che sono in grado di portare delle risorse dallo Stato. 
Lo slittamento del festival in autunno, rispetto al periodo abituale, è dovuto al fatto che siamo sempre costretti ad aspettare almeno il mese di luglio per avere un’idea dell’ammontare del supporto regionale. 

Condivido con i colleghi calabresi l’intenzione di raggiungere una triennalità: la quantità di risorse è vitale, ma vorremmo avere la possibilità di programmare con un orizzonte minimo di tre anni e anche di avere delle modalità di gestione delle risorse per progetti di un certo tipo. E’ una battaglia difficilissima, vediamo che succederà.

Lo squilibrio territoriale e l’attuazione di processi di cambiamento sono due temi molto caldi per la regione in cui operi. Hai più volte ribadito l’urgenza di un approccio diversificato che tenga conto delle effettive condizioni economiche, geografiche, sociali e politiche dei diversi territori. Se questi due temi esistono nell’orizzonte professionale degli operatori culturali, in che misura trovi che per la politica siano degli obiettivi concreti?

Non saprei dire quanti obiettivi abbia, in questo senso, la politica regionale.
Se ne parla molto ma di risposte concrete ce ne sono davvero poche. Si tratta di un tema importantissimo, entrato a far parte del Codice dello Spettacolo col Progetto Normativo Nazionale. Occorre capire cosa succederà effettivamente con gli attuativi. Quello che provo a fare, anche attraverso Primavera dei Teatri, è un’azione di riequilibrio territoriale. 

Intendo il festival come un presidio di democrazia, poiché consente una partecipazione democratica, piena alla vita culturale. Il grande problema di questo territorio è l’omologazione, l’appiattimento su un tipo di proposta sempre uguale a sé stessa. Oltre ai giudizi di qualità, è difficile trovare una proposta altra rispetto a quella fondata su un intrattenimento commerciale. Quando parlo di riequilibrio mi riferisco, dunque, anche a questo: i nostri ragazzi non hanno la possibilità di vedere cosa succede nel panorama artistico nazionale e internazionale. Si tratta di un problema serio.

La Calabria e la Basilicata sono tra le regioni più deboli in termini di sostegno e di possibilità prodotte in ambito culturale. Che tipo di dialogo e di ascolto intercorre tra le comunità artistiche di questi territori? L’unione può ancora fare la forza?

Parlando di geografia artistica, vedo queste regioni come un unico territorio. Abbiamo la consapevolezza di avere le stesse problematiche, quindi dovremmo riuscire a mettere a sistema questo dialogo, nonostante sia faticoso in termini di tempo e di energie. Tralasciando le difficoltà che la politica culturale si porta dietro per via dei rapporti istituzionali con le rispettive regioni, ci sono altri temi urgenti che ci accomunano, come quello della visibilità delle produzioni e la possibilità di confrontarsi col resto d’Italia.

Sì, l’unione fa la forza, e lavorando in maniera integrata su due regioni potremmo davvero fare cartello in maniera diversa. Ma è necessaria una guida autorevole, altrimenti questi processi si disperdono. La messa a sistema dovrebbe riguardare anche un’interlocuzione combinata, con entrambe le regioni, su progetti unici.

Primavera dei Teatri ha saputo coniugare l’azione sociale con una proposta artistica di alto livello, andando in direzione di uno dei vostri obiettivi primari: la crescita di cittadini consapevoli. Guardando ai vent’anni trascorsi, hai ravvisato dei cambiamenti nella comunità del territorio?

Il territorio è cresciuto insieme a noi. Certo, ribaltare l’esistente è molto complesso. Quello che si può fare è dare un contributo allo sviluppo di un territorio che cambia rispetto a quando ti ci sei insediato. Però, posso rispondere affermativamente alla tua domanda: il primo esperimento di passaggio a Catanzaro di quest’anno, che arriva 22 anni dopo quello iniziato a Castrovillari, ha anche un obiettivo di questo tipo.
In un territorio diverso, con problematiche e dimensioni diverse, vogliamo capire se ci sono delle chance di lasciare tracce e innescare scintille per riavviare una vita sociale completamente perduta. È la nostra provocazione.

Per la prima volta la programmazione di Primavera dei Teatri si dividerà tra Castrovillari e Catanzaro. Perché definisci questa scelta “provocatoria”, come ci siete arrivati?

Questa scelta si è intrecciata col passaggio di Primavera dei Teatri al settore dei festival multidisciplinare, per quel che riguarda l’inquadramento ministeriale di questo triennio. 
Originariamente il festival aveva una vocazione multidisciplinare, con particolare attenzione alla nuova danza italiana. Nel tempo, il festival si è spostato verso la nuova drammaturgia, il teatro autoriale e attorale. 
Con il passaggio al multidisciplinare l’idea è di rilanciare il festival con una programmazione che integri nuovamente la danza e la musica, anche su un piano internazionale. A Catanzaro si terrà il prologo del festival, tre giorni di programmazione incentrati sulla proposta internazionale e sulla nuova danza italiana. 

Per quel che riguarda lo spostamento territoriale di per sé, io sono nato a Catanzaro e conservo un legame con questa città, come conservo la voglia di tornare a dare un contributo. C’è una nuova amministrazione che sta dimostrando una buona apertura e una sensibilità ai temi dell’arte e della cultura, per cui ho voglia di capire che margini di movimento vi siano anche in relazione al tessuto sociale. 

Dico che questo progetto ha degli aspetti di provocazione perché il tipo di spettacoli che ho programmato sono piuttosto “spinti” in termini di proposta: lo sarebbero stati anche per Castrovillari dove abbiamo alle spalle 22 anni di storia, figuriamoci a Catanzaro dove c’è una grande verginità di sguardo, dato che l’unico tipo di teatro con cui i cittadini possono entrare in contatto non va oltre la proposta commerciale, amatoriale. 

È come lanciare un meteorite. Non so se sia una questione di età, ma pur credendo ancora nella politica dei piccoli passi e della crescita graduale, ho pensato che stavolta fosse necessaria una rottura. Se l’esperimento dovesse andare male si tireranno le somme e si vedrà.

Primavera dei Teatri 2022. Nel materiale relativo alla comunicazione del festival vi chiedete e chiedete alla comunità: “quando abbiamo smesso di parlare del presente?”. Perché abbiamo smesso di farlo ma soprattutto perché è importante parlarne?

È importante tornare a parlarne perché questi ultimi anni hanno avuto un impatto sociale devastante. Continuare a interrogarsi sulla società, sul mondo in cui viviamo è vitale soprattutto per le nuove generazioni, che sono le più colpite. 
Quello che la maggior parte delle persone può vedere, in Calabria, è una proposta artistica che su questi temi non dà alcun tipo di contributo.
La dimensione sociale di un progetto non passa solo dalla partecipazione attiva della comunità, ma anche da una proposta artistica che dia la possibilità di interrogarsi su questo tipo di temi.

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