Gemma Hansson Carbone, regista e performer di origini italo-svedesi, fondatrice nel 2015, della compagnia Naprawski a Göteborg, presenta in anteprima al Festival di danza urbana Ammutinamenti, all’Almagià di Ravenna, Il Vangelo di Cassandra – annunciazione di una genesi.
Ancora una volta in scena con la drammaturgia di Dimitriadis, quindi, ma non più le sue potenti suggestioni distopiche di Muoio come un paese, testo del 1978, che descrive in forma allegorica il crollo di una civiltà, annichilita, ripiegata su se stessa e sterile, minacciata dall’arrivo imminente di un popolo nemico.
Il Vangelo di Cassandra (Evangelismos tis Kassandras) che viene pubblicato nel 2009 in forma di monologo poetico, rinnega la dimensione trascendente e profetica che conosciamo dalla mitologia, così come la dimensione temporale lineare, per abbracciarne una circolare, immersiva, carnale, totalizzante, fondata sul qui e ora e sul desiderio come conoscenza e come atto generativo.
Cassandra qui non non rifiuta Apollo, anzi accoglie, si concede e si allontana dal mito per andare verso la terra, verso l’umano, dove tutto avrà davvero inizio. Una prospettiva inconsueta, in cui la parola ormai ha perduto ogni mordente, ogni incisività sulla storia stessa, per questo di grande attualità, di denuncia dell’impotenza del logos. Ma anche la possibilità di una forza prorompente e vitale che prelude un’apocalisse e una successiva rinascita.
Abbiamo intervistato Gemma Hansson Carbone:
Perché la scelta del Vangelo di Cassandra dopo Muoio come un paese, sempre di Dimitriadis?
G.H.C.: “Perché è un testo e un lavoro che richiede una presa di posizione opposta, una ricerca artistica radicalmente ribaltata. Dopo l’esperienza itinerante, solitaria, nomadica e quasi cinematica di Muoio come un paese, che mi ha portata a condividere la scrittura di Dimitriadis in tutto il mondo, abbandonando i palcoscenici e le convenzionali vie produttive di uno spettacolo, arrivo a Il Vangelo di Cassandra perseguendo una domanda diversa: come tornare, oggi, a teatro? La domanda è posta a me come regista, come interprete, come produttrice, come artista, ma anche come spettatrice e come cittadina.
Le vie verso questa domanda mi hanno portata alla verticalità, alla comunità, alla speranza. Dopo la processione funeraria di Muoio come un paese, seguendo drammaturgie di Storie, Memorie e Paesaggi diversi, mi sono ritrovata a partecipare ad una nascita, quella di Cassandra e de Il Vangelo di Cassandra che mi ha svelato un mondo nuovo: il nostro, quello che decidiamo di costruire in ogni Adesso. Il Mondo dell’Adesso.
La scrittura di Dimitriadis mi preme perché è rivoluzionaria, ed è rivoluzionaria proprio in questo: attraverso la poesia, il linguaggio, crea nuovi modi di leggere la realtà e quindi di trasformarla. Dopo Muoio come un paese sentivo l’urgenza di proseguire il mio confronto con questo autore. Il Vangelo di Cassandra mi ha attratta perché rovescia il mito: Cassandra non è più la profetessa inascoltata, ma diventa voce di un presente inedito, dove l’amore e il desiderio hanno la forza di generare un nuovo mondo”.
Come è nato e si è sviluppato il progetto di questa tua performance, quali sono state le fasi principali?
G.H.C.: “Il progetto nasce dal mio ultimo incontro con Dimitriadis a Salonicco, quando mi ha donato il testo chiedendomi di pensare a una messinscena. Da lì si è aperto un percorso che ha intrecciato diverse città e contesti: Atene, Ravenna, Milano, Göteborg. Ma soprattutto è stato, e continua ad essere, un percorso che ha intrecciato persone: questo lavoro nasce, a differenza di Muoio come un paese che ha avuto una partenogenesi veloce e intimissima, dall’incontro e la collaborazione con artiste e artisti che mi hanno affiancata e sostenuta in tutte le lunghe fasi della creazione. Dalla ‘scoperta’ del testo attraverso la traduzione di Gilda Tentorio e il dialogo con Dimitriadis stesso, al lavoro su gesti e movimenti con Gloria Dorliguzzo, alla costruzione scenica curata da Alessandro Panzavolta e Francesco Tedde, di fino al lavoro scultoreo sul costume-scenografia di Johanna Invrea e Damiano Bagli, questo spettacolo e questa avventura produttiva si sono sviluppati attraverso una continua esplorazione dei temi e delle potenzialità delle diverse discipline implicate, in un generoso e amorevole scambio di visioni, sogni, competenze, ingegni”.
Come hai lavorato per rendere sul piano coreografico e visivo le opposizioni che sono intrinseche nel Vangelo di Cassandra?
G.H.C.: “Le polarità – rifiuto/accoglienza, trascendenza/carnalità, prima/dopo, io/tu – sono il cuore della scrittura di Dimitriadis e hanno guidato anche la creazione scenica. Con Gloria abbiamo sviluppato una fisicità che nasce dal conflitto e dall’oscillazione, fatta di chiasmi e ripetizioni circolari che fonde elementi dionisiaci e apollinei e che vuole indagare la profetessa come una figura totale, ermafrodita, erotica e vitale. Cassandra si muove nel Mondo dell’Adesso delineando una coreografia circolare alla ricerca di nuovi piani gravitazionali e nuovi disequilibri, trasmettendo la tensione tra accoglienza e distruzione, tra desiderio e negazione, tra tempo passato e tempo presente. Questi gesti coreografici non solo accompagnano il testo ma si fanno essi stessi logos, riflettendo la rivoluzione semantica di Dimitriadis che trasforma la parola profetica, incompresa e incomprensibile, in parola accolta, assunta, genetica. La sequenza coreografica ricompone la linearità di un linguaggio e di una drammaturgia che vanno al contrario, dove la fine è l’inizio del tutto e dove il prima è il termine del mondo.
L’impianto scenico, è concepito come una struttura aperta e immersiva, dove Cassandra è una creatura abitatrice di un luogo magico delimitato dai suoi specchi e il suo Sole, in un gioco di raggi e costellazioni che ricalcano antiche geometrie astronomiche. Questa installazione luminosa circoscrive l’azione illuminando la scena in un movimento che parte da una massima luminosità al buio, circondando performer e pubblico in un abbraccio circolare che ripercorre la traiettoria del sole attorno alla terra. Cassandra indossa un vestito, ideato dall’artista Johanna Invrea e realizzato assieme a Damiano Bagli, composto da lattice, lycra e inserti tessili, che si dipana come una seconda pelle verso il pubblico e sul quale il pubblico stesso è invitato a sedersi. Mi hanno ispirata le liturgie ortodosse, la simbologia solare, ma anche le atmosfere distopiche e fantascientifiche: un intreccio di antico e futuro”.
Progetti futuri?
G.H.C.: “Il Vangelo di Cassandra debutterà ufficialmente in ottobre a Fabbrica Europa e poi continuerà a vivere in tournée nazionale. Parallelamente continuo a portare nelle città di tutto il mondo il progetto Muoio come un paese. L’estate prossima debutterò in Svezia con un nuovo lavoro, questa volta solo come regista, al Göteborg Dans&Teater Festival: con un team di artiste svedesi portiamo in scena il celebre testo The Gospel according to Jesus Queen of Heaven di Jo Clifford.
Dopo Il Vangelo di Cassandra sto sviluppando con mio fratello Timoteo Carbone e confermando la collaborazione con Gloria Dorliguzzo, Francesco Tedde e Alessandro Panzavolta, Children of Sun, una performance corale e site-specific nata da una ricerca sulla divinità sole tra miti nordici, sami e cosmologie di diverse culture. Sarà un inno alla luce e al tempo, un rituale collettivo aperto alle comunità ospitanti, dove canto, movimento e paesaggio diventano strumenti di evocazione e di riconnessione con l’universo”.

Insegnante di italiano come seconda lingua, formatasi all’Università per Stranieri di Siena, giornalista pubblicista iscritta all’Ordine laureata in Filosofia e Beni culturali all’Università degli Studi di Bologna, una grande passione per il teatro. Pirandello, De Filippo, Pasolini e le avanguardie del Novecento i preferiti di sempre.













