Il gioco delle sfumature di Babilonia Teatri: Dire fare baciare lettera testamento

Mar 15, 2024

Un bambino ha diritto all’alba e al tramonto. / Ha diritto alle sfumature, / al sole che sorge, / all’aurora, / ha diritto al crepuscolo, / ha diritto ad ammirare la notte, la luna, le stelle / ha diritto ad incontrare i fantasmi e ad avere paura.

Con questo manifesto programmatico si chiudono le note di regia di Dire fare baciare lettera testamento di Babilonia teatri, in scena il 17 marzo al Teatro del Lido di Ostia.
Quali sono i diritti dei bambini? Come i bambini imparano il loro lavoro/gioco? E cosa unisce queste due parole? Sono gli interrogativi intorno a cui ruota il nuovo lavoro realizzato dalla compagnia. Ne abbiamo parlato con Enrico Castellani e Valeria Raimondi, creatori dello spettacolo.

Prima di tutto vi chiederei di raccontarmi l’esperienza di costruzione di questo spettacolo, se per scriverlo, per realizzarlo avete parlato con dei bambini o è stata una scrittura completamente autonoma.

Enrico Castellani: Allora, il lavoro nasce durante diversi momenti di residenza di lavoro nello spazio di Koreja a Lecce, non abbiamo lavorato con delle classi ma costantemente con i nostri figli, che hanno seguito, di fatto, in modo continuativo le prove, perché durante tutto il percorso sono stati in scena con gli attori. Non è stato un lavoro che li ha coinvolti come attori direttamente però c’è stato un continuo confronto con loro, non tanto sui termini, quanto sulla pratica scenica, sulla possibilità di costruire uno spettacolo in cui fosse possibile far convivere la presenza degli attori da una parte, dei bambini dall’altra. Lo spettacolo è pensato perché vengano coinvolti ogni volta dei bambini, che non hanno svolto delle prove precedentemente, e che quindi vengono accompagnati attraverso lo spettacolo dagli attori, le azioni che viene chiesto ai bambini di compiere sono azioni che loro svolgono insieme agli attori, e che hanno una forma di gioco.

Per gioco intendiamo tutto ciò che ha a che fare con l’utilizzo del proprio corpo, delle proprie mani, l’idea del fare, la possibilità che i bambini ancora oggi possono svolgere delle attività in cui hanno un’autonomia, hanno una libertà, possono prendersi quelli che per gli adulti possono risultare dei pericoli o dei rischi, quindi è importante che il bambino non sia troppo preparato, o conosca troppo la dinamica, altrimenti in qualche modo è come se risultasse telecomandato, questa è anche la ragione per cui abbiamo lavorato con i nostri figli, insieme agli attori, a momenti alterni, perché altrimenti, se fossero stati sempre, troppo dentro, alla fine del percorso, tutto poi diventava un messa in scena semplicemente, mentre invece lo spettacolo vive anche di quella relazione che esiste soltanto in un qui e ora reale di relazione tra attori e bambini. 

Valeria Raimondi: Poi c’è stato anche un passaggio in cui abbiamo lavorato con altri bambini, con bambini del territorio, e anche con gli adulti. Abbiamo testato anche con la presenza in scena di persone adulte, e con un riscontro molto positivo, tant’è che Koreja qualche volta l’ha proposto anche in questa modalità, con una dimensione non bambina in scena. Gli adulti così  provano a fare i conti con un tipo di fare che nella nostra società, non è il modo in cui siamo abituati a vivere la nostra vita, con attività che non svolgiamo, che non siamo più abituati a fare con le nostre mani. 

È interessante perché appunto voi parlate di gioco come lavoro dei bambini e e a parlarne, a dialogare con questo lavoro siano degli adulti che sono anche degli ex bambini, e quindi questo lavoro lo conoscono ma in un certo senso l’hanno dimenticato o tornano a impararlo, volevo chiedervi se questa ricerca è qualcosa che ha a che fare con una ritualità tramandata, oppure lascia uno spazio all’evoluzione, al cambiamento, all’interno dello spettacolo.

Enrico Castellani: Sicuramente nasce anche da una trama di relazioni, di giochi, di leggende, anche di storie che vengono raccontate, anche di una condivisione che esisteva, forse un tempo più di oggi. C’è la volontà di andare a recuperare un sapere, una conoscenza che passa attraverso l’esperire e non attraverso un insegnamento di tipo frontale che collega esclusivamente i cervelli, ma che passa attraverso le mani. E questo è un sapere che spesso e volentieri ha a che fare con delle relazioni di tipo familiare forse più che di tipo scolastico, oggi soprattutto. Chiaramente poi, avendo questo tipo di trasmissione, non è mai una trasmissione che impone delle regole vere e proprie, ma propone, uno spirito, una modalità, degli strumenti, che poi ognuno può declinare come crede. Ad esempio, per essere concreti, sulla scena si piantano dei chiodi, si impasta della farina, si lavora con la terra. Ovviamente, ognuno lo farà a suo modo, e non in tutte le repliche vengono compiute le medesime azioni esattamente, il risultato però è lo stesso: ognuno svolgerà queste azioni secondo il suo fare e la sua sensibilità e il suo gusto, anche, il suo piacere. 

Valeria Raimondi: Siamo partiti molto dal lavoro con gli attori che sono sulla scena, che hanno portato le loro storie. Faccio un esempio: all’inizio dello spettacolo si vedono intrecciare la lana e creare queste grandi coperte su cui poi i bambini inizieranno lo spettacolo, quell’intreccio di lana avviene grazie a una tecnica serba che l’attrice Anđelka Vulić che è in scena ci ha raccontato, spiegato, insegnato a fare, una tradizione non nostra ma che lei ha portato agli altri membri del gruppo,  come anche per la torta che lei racconta: è una torta che non è della nostra tradizione, la girandola che viene invece inchiodata sulla scena e il modo in cui il nonno dell’altro attore sulla scena, di Carlo, lo faceva giocare, lo faceva creare. Partendo da i vissuti degli attori e le loro tradizioni, delle loro terre, molto diverse, molto lontane, abbiamo poi iniziato a giocare con i bambini di oggi, che prendono queste tradizioni, e le rielaborano in maniera originale, propria, ogni volta diversa, sulla scena e in ogni replica.

Nelle note di regia parlate di un diritto alle sfumature dei bambini, e volevo sapere come lo avete raccontato a un’età che, almeno all’apparenza, sembra essere abituata ed educata a un’educazione molto molto binaria.

Enrico Castellani: Il mondo di oggi procede spesso e volentieri in modo binario, invece è una nostra personale battaglia quella contro la suddivisione

Valeria Raimondi: Per la differenza, per il plurale, noi lo diciamo sempre. Il nostro nome porta proprio questa parola: Teatri, Babilonia teatri, e non teatro, anche se spesso viene confusa e invece per noi è una cosa importante, quella dell’apertura, della diversità. Questo richiamo che facciamo alle sfumature per noi è veramente centrale sia nell’estetica ma soprattutto nell’etica.

Enrico Castellani: Viene poi raccontato sulla scena attraverso queste azioni che si compiono, che non sono mai uguali a loro stesse,  qualcosa che può non essere tangibile immediatamente ma in realtà lo spettacolo prova a dare delle occasioni perché venga direttamente esperito anche da chi guarda. Come  il racconto del sole che cala fino a quando non rimangono visibili soltanto le stelle nel cielo, ed è un passaggio graduale – non  c’è prima il sole e poi subito il buio – c’è un momento di mezzo in cui, per un lungo tempo, la luce cala, cala sempre di più.

Questo Anđelka  lo racconta e noi lo facciamo vivere attraverso le luci che scendono, fino a quando, nel momento in cui sta per diventare completamente buio, si accende una pila dietro un telo e inizia un lavoro con le ombre. E quindi è come se anche le stelle, che non siamo più così abituati a vedere, anche il tramonto che non siamo più abituati a vedere, provassimo a riprodurli artificialmente, ma in realtà rivolgendo l’invito qui, più che ai bambini, agli adulti, a provare a continuare ad essere consapevoli che tutto questo ci appartiene e che forse cancellarlo ci toglie molte possibilità.

Valeria Raimondi: Sì è uno spettacolo che parla molto agli adulti, e che commuove molto noi grandi, e che ci mette anche molto in crisi, perché in realtà chi ha a che fare con l’educazione – che sia un genitore, che sia un maestro – si sente molto messo in discussione da questo spettacolo. Perché va in una direzione che è l’esatto contrario di quello che l’educazione attuale attua sui bambini, sia a scuola che spesso in famiglia, tanti genitori alla fine ce l’hanno riportato, ce l’hanno detto. Che la semplicità e il divertimento che vedono sulla scena, in questi bambini che fanno cose semplicissime, banali, i pop corn, impastare il pane sono cose che in realtà non fanno, non facciamo più ed arriva proprio la voglia di tornare a casa e di mettersi a fare queste cose assieme. 

Questo discorso su un processo esperienziale, mi ha fatto molto pensare al progetto di “Bucchettino”, di Chiara Guidi in cui lei parla dell’esperienza di diventare protagonisti della narrazione, di esperire attraverso il linguaggio. Perché l’infanzia è appunto il momento in cui si entra nella dimensione del linguaggio per la prima volta: quanto è importante in questo spettacolo il discorso di costruzione di un linguaggio?

Enrico Castellani: Di sicuro avere un lessico comune che permetta ad adulti e bambini di incontrarsi – prima forse, ai bambini tra di loro, poi agli adulti coi bambini – è fondamentale. Noi all’interno dello spettacolo cerchiamo di utilizzare poche parole che siano molto significative, significanti, e all’interno di queste parole, di provare a raccontare quelli che noi riteniamo siano i diritti dei bambini, non intesi come una tavola dei diritti ma come diritti di gioco, una fiducia in loro prima di tutto, che nel momento in cui io credo ci sia questa fiducia, allora anche per loro è possibile crearsi una lingua, poterla esprimere, poterla utilizzare. All’interno dello spettacolo viene raccontato anche come, una volta forse più di oggi, i bambini si creavano lingue proprie per parlare tra di loro, lingue verbali e non verbali. Crediamo quindi assolutamente che la creazione della lingua, la conoscenza, la dimestichezza, dipende dalla possibilità di esprimerla e anche, di scontrarcisi, e non soltanto di rimanere passivo rispetto a dei linguaggi che vengono proposti. 

Valeria Raimondi: Il pensiero si forma attraverso il corpo, di questo ne siamo assolutamente convinti, per arrivare al linguaggio è necessario passare dal corpo. Il passaggio non è diretto alla testa, altrimenti le parole non diventano carne, non diventano davvero materia del pensare. Questa domanda , insieme al discorso sulle sfumature solleva due temi che nello spettacolo successivo che abbiamo messo in scena sempre col Teatro Koreja, si chiama Essere o non essere, sono centrali. In quest’altro spettacolo appunto sempre per bambini che abbiamo fatto con loro dopo Dire, fare, baciare, ragioniamo proprio di di cosa vuol dire oggi accettare le sfumature dei bambini in tutte le loro differenze, e facciamo proprio un grande discorso anche sull’importanza delle parole e su come le parole creino il mondo, nominandolo  c noi diamo una forma a questo mondo.

Qual è una vostra esperienza di teatro che ha avuto un ruolo in questa sorta di formazione dello sguardo del corpo, di conoscenza, quale sarebbe?

Enrico Castellani: Allora, ci sono stati diversi spettacoli poi nominarli è sempre complicato, però di sicuro il primo Pippo Delbono, Rodrigo Garcia, la loro libertà, di costruire sulla scena, di concatenare le scene, di utilizzare sia la lingua che le immagini e il palcoscenico non in modo lineare, per raccontare una storia, e dove la libertà e la possibilità di commistione di questi diversi linguaggi, con grande libertà creando delle fratture e non sempre una linea continua, per noi sono stati importanti. 

Valeria Raimondi: Io sono andata a teatro tantissimo, fin da piccola, perché mia madre è una grande appassionata di teatro, e mi ha sempre portato a teatro, a differenza di Enrico che invece ha incontrato il teatro da grande, e ricordo queste platee teatrali che frequentavo settimanalmente, nelle quali anche spesso dormivo, lo ricordo però come una memoria bellissima, anche di addormentarsi vedendo spettacoli che probabilmente non capivo, ma la cui bellezza che mi ha accompagnato, che mi ha portato a fare quello che faccio oggi. Sempre da piccola – però parlo di spettacoli veramente da piccolissima – ho visto un Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni che ricordo ancora le lacrime che mi scendevano dalle risate e dal divertimento, per cui per me il teatro fin da bambina è sempre stato un luogo davvero magico, strepitoso.

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