Parlare di danza formale e danza narrativa, nel panorama coreografico attuale, forse non significa tracciare una linea di separazione ma osservare con attenzione i meccanismi delle pratiche sceniche. Oggi le due dimensioni spesso convivono e si ridefiniscono all’interno della stessa pratica artistica. La scena contemporanea dimostra dunque quanto l’attenzione si sia, nel tempo, spostata: la questione non è più se la danza veicoli un messaggio ma come lo produca.
La programmazione di festival italiani come Romaeuropa o Torinodanza, soprattutto nell’ultimo decennio, accostano lavori di rarefazione del linguaggio a creazioni in cui la drammaturgia è centrale. Non si tratta più di narrazione lineare ma di costruzione di dispositivi percettivi complessi: strutture coreografiche che non raccontano una storia nel senso tradizionale perché producono senso attraverso espedienti ritmici, relazionali e performativi. La danza narrativa, oggi, assume infatti forme molteplici.
La coreografa canadese Crystal Pite, attiva sulla scena internazionale dagli anni Novanta ma affermatasi soprattutto dopo il 2010, propone spesso lavori in cui la drammaturgia è costruita attraverso una sofisticata interazione tra testo e movimento. In The Statement (2016), quattro performer articolano un dialogo politico serrato, mentre il corpo ne amplifica le tensioni, rivelando ciò che il linguaggio verbale nasconde. Qui la narrazione comunica in maniera efficace anche se il gesto non accompagna la parola.
Questa tensione si radicalizza se si guarda a esperienze come quelle della compagnia cinese Tao Dance Theater. In 16 e 17, due pièce della loro Numerical Series, presentate in Italia nel 2026 in vari spazi e a Venezia durante la Biennale Danza 2025, il corpo viene trattato come un sistema chiuso, autosufficiente, privo di riferimenti esterni. I performer si muovono ossessivamente come un unico organismo attraversato da impulsi sonori, in un continuum che rifiuta qualsiasi articolazione narrativa tradizionale. La loro ricerca, basata sul Circular Movement System, insiste su un movimento continuo, senza inizio né fine, in cui il senso emerge come effetto percettivo.
Un recente contributo di Olindo Rampin, sulla testata online Paneacquaculture, insiste proprio su questo punto: la forza di questi lavori non sta nell’assenza di contenuto, ma nella capacità di opporsi al «magma caotico della vita» costruendo una drammaturgia interna al movimento, dove la relazione tra corpi, ritmo e spazio sostituisce ogni logica narrativa esplicita.
Un altro esempio peculiare è dato dai Peeping Tom che portano la dimensione narrativa verso territori ancora più ibridi. Fondata nel 2000, la compagnia belga ha sviluppato nel tempo un linguaggio riconoscibile in cui danza, teatro e immaginario cinematografico si intrecciano. Nei loro lavori – basti pensare a Chroniques, di recente al Teatro Nuovo Giovanni da Udine – la drammaturgia è talmente densa che lo spettatore è chiamato a orientarsi in un flusso di immagini che sfugge alla linearità della narrazione (quasi mai univoca) ma non alla costruzione di senso.
Anche la scena italiana recente mostra una forte attenzione alla drammaturgia. Alessandro Sciarroni, Leone d’Oro alla Biennale Danza nel 2019, lavora su dispositivi apparentemente formali che nel tempo producono narrazione. In Folk-s (2012) o Augusto (2018), la ripetizione e la durata trasformano il gesto in esperienza, generando un racconto percettivo che non passa attraverso personaggi o trama ma attraverso la relazione tra performer e spettatore.
Accanto a queste pratiche, la ricerca sulla forma continua a essere centrale e non eludere la narrazione, pur se implicitamente dichiarata. La cosiddetta “danza pura” non scompare, ma si ridefinisce. Twyla Tharp, premiata a Venezia con il Leone d’Oro alla carriera nel 2025, durante il 19° Festival Internazionale di Danza Contemporanea Myth Makers, resta un punto di riferimento imprescindibile in questo discorso: fin dagli anni Settanta ha dimostrato come la costruzione formale possa essere dinamica, attraversata da suggestioni musicali, culturali, persino narrative. La sua danza non racconta nel senso tradizionale ma non è mai neutra: comunica attraverso struttura coreografica e qualità del movimento.
È qui che emerge una domanda cruciale: cosa comunica la danza quando pare essere solo estetica e quando il movimento sembra esistere unicamente come pura forma virtuosistica?
In realtà, anche la danza più astratta comunica stati, energia, dinamiche, relazioni spaziali, tensioni. La pura estetica non è assenza di senso. Questo è evidente già nella tradizione del balletto classico, dove il virtuosismo tecnico convive con la pantomima. Codificata tra Settecento e Ottocento, non è un semplice ornamento narrativo ma un vero e proprio linguaggio gestuale. Nei grandi balletti romantici, come Giselle o La Sylphide, i gesti delle mani e delle braccia costruiscono una grammatica riconoscibile: indicare il cuore per l’amore, le mani giunte per implorare. Il gesto pantomimico, pur codificato, è sempre filtrato dalla qualità del movimento, dalla musicalità, dalla presenza scenica. Tecnica e gestualità sono al tempo stesso virtuosismo e significazione.
Nella danza contemporanea, questo rapporto si complica ulteriormente. Il gesto è continuamente reinventato. In questo discorso è allora interessante notare quanto la figura del dramaturg sia sempre più presente e ciò segnala un cambiamento profondo: la narrazione non è più solo una questione di trama ma di struttura, di relazione, di costruzione e orientamento dell’esperienza. Anche nei lavori più astratti, esiste un pensiero drammaturgico che guida la composizione e orienta la percezione di chi osserva. La drammaturgia nella danza va intesa allora come pratica di organizzazione dell’esperienza. Il discorso fatto finora e gli esempi apportati possono essere utili, in questo scenario, per comprendere che la distinzione tra danza formale e danza narrativa si rivela necessaria solo se intesa come lente analitica, non come categoria rigida. Oggi la scena richiede di essere attraversata e forse per questo il pubblico, fortunatamente, non è mai fruitore passivo. La danza non solo veicola, trasmette, narra: costruisce esperienze in cui il senso emerge anche nel tempo, nello spazio condiviso tra scena e spettatore.

Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.















