Hip Op di Compagnia Vulìe Teatro. Intervista a Marina Cioppa e Michele Brasilio

Gen 11, 2019

Il Caos teatro di Villaricca apre il 2019 con il debutto assoluto di Hip Op, in scena sabato 12 gennaio 2019 ore 21 e domenica 13 gennaio 2019 ore 19, uno spettacolo presentato dalla Compagnia Vulìe Teatro, scritto da Marina Cioppa e Antimo Navarra, diretto da Michele Brasilio, che sarà anche in scena, aiuto regia Stefania Remino e luci curate da Alessandro Benedetti.

Hip Op è il racconto di Marco, un ragazzo di trent’anni, che soffre di hippopotomonstrosesquipedaliofobia. Più di trenta lettere danno il nome alla fobia per le parole lunghe. A causa di questo Marco non pronuncia parole formate da più di nove lettere e ha modificato negli anni la sua vita adattandola alla sua fobia e evitando di raccontarla.

Prepara discorsi per ogni occasione e non stringe legami tanto forti da “invadergli casa”. Non canta ai concerti, non invita amici a casa, non legge a voce alta, non accetta imprevisti e così via. Vive da solo, fa il casellante in Autostrada e ha casa colma di scatoloni che contengono discorsi per ogni occasione. Marco ha un amico, Andrea, spigliato e seduttore, una fidanzata conosciuta a uno speed date, Laura, e nessuno dei due sa del suo segreto.

Lo spettacolo inizia con il racconto dello speed date e dei consigli di Andrea. Marco vive le sue relazioni nascondendosi dietro a parole già scelte, prima che serva usarle. Ben presto Andrea si allontana per colpa di tutti i suoi inviti disattesi, Laura fa lo stesso perché desidererebbe una convivenza e Marco resta solo con la sua fobia e la paura di sentirsi  giudicato se dovesse raccontarla. Lo spettacolo è il viaggio, tra le paure di un essere umano che sente il peso del giudizio degli altri.

 

Intervista alla Compagnia Vulìe Teatro

Genesi creativa del testo

Dal voler raccontare un frammento di mente umana, sono nati dei tavoli di lavoro. Ci riunivamo e riflettevamo su cosa raccontare, su cosa potesse essere veramente interessante per il nostro lavoro. Così abbiamo pensato alle fobie e poi abbiamo scelto questa. Grazie all’hipopotomostrosesquipedaliofobia siamo riusciti a mettere alla prova tutta la compagnia. Lavorare con un numero massimo di lettere è stato faticoso per la drammaturgia e stimolante per la recitazione e la regia. Il personaggio di Marco è venuto fuori dopo un po’, ci sono volute diverse settimane prima di accettarlo come persona da raccontare, ma alla fine è stato un colpo di fulmine e ci siamo voluti bene.

Abbiamo deciso di affrontare il tema intimo della paura attraverso una fobia che fosse tanto strana per vedere come il pubblico, sulle prime, si tenesse a distanza. Il gioco che proviamo a fare con la drammaturgia, unitamente alla regia, è quello di far confondere Marco, il protagonista, con ognuno di noi. Sempre più spesso ci capita di relazionarci con persone che hanno almeno una fobia e non ce l’avevano mai detto, sebbene le conoscessimo da un po’.

C’è per esempio chi soffre la fobia dei ragni, chi le vertigini ed evita grandi altezze, chi gli spazi stretti o al contrario quelli molto ampi, ma nessuno penserebbe di dire “Ciao, mi chiamo Antonio e sono agorafobico”. Ci risulta addirittura assurda una presentazione così, e forse lo è perché il fobico ha un atteggiamento evitante nei confronti della sua paura, non l’affronta.

Tutti hanno una fobia e la paura di confessarla, non esistono fobie di serie A e altre di serie B, fobie gravi e fobie meno gravi. La fobia ha sempre gli stessi effetti sulla mente umana e sulle relazioni che si creano. Ovviamente siamo ben lontani da un trattato di psicologia sull’argomento e abbiamo lavorato spesso di fantasia costruendo la vita di Marco.

Direzione registica dell’opera e Lavoro attoriale sul monologo

Michele Brasilio: Dal punto di vista registico ho cercato di mettere in luce la drammaturgia, il peso delle parole del testo e quindi delle parole del personaggio. L’intenzione è stata quella di ricreare un ambiente intimo e ovattato nel quale il personaggio si potesse muovere senza sentirsi giudicato. Anche la scelta di veicolare la voce attraverso il microfono è una forma di difesa, una barriera posta tra l’interlocutore e il pubblico.

Marco si racconta attraverso un enorme flusso di coscienza che abbraccia l’intero monologo. La sua volontà è quella di buttare fuori la propria storia e la propria paura senza potersi fermare a riflettere, senza farsi sopraffare dalla paura stessa. Trattiamo la storia di Marco e la sua fobia con leggerezza, nella prima parte, avvicinando il pubblico al personaggio mentre nella seconda parte, molto più intima, sarà Marco ad avvicinarsi allo spettatore.

Da attore sono partito dalla cosa più intima e personale che possediamo: la voce. Ho cercato di ricreare il processo che ha avvicinato Marco alla sua fobia. Ho preso in esame il tono, la proprietà di linguaggio e l’esposizione cantilenante di un uomo che da dodici anni è costretto a scrivere ogni discorso che deve fare, ogni parola che deve dir

Un ostacolo in più è stato il limite di nove lettere della drammaturgia che nelle prime prove mi ha costretto a contare le lettere delle parole che pronunciavo, mentre nelle ultime mi ha dato la possibilità di avvicinarmi con un’arma in più al personaggio, permettendomi di vivere la sua stessa condizione e il suo stesso “limite”.

 

 

 

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