Francesca Zerilli alla ricerca del Minotauro…e di altre bestie

Dic 26, 2021

Un labirinto, nel buio, cercando la via di fuga. Può essere questo l’inizio di una storia, la metafora di un difficile periodo storico che non è finito ancora o entrambe le cose. Del Minotauro e di altre bestie, con la regia di Francesca Zerilli, è andato in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, dal 10 al 12 dicembre con Lavinia Anselmi, Marco De Bella, Sebastian Marzak.

L’origine di questo progetto risale a tre anni fa circa. Il 20 gennaio 2019, infatti, iniziava il primo incontro di un laboratorio sul tema dell’identità, rivolto ad attrici e attori professionisti, presso il Centro La Cometa. Quel giorno, in pieno inverno,iniziava un percorso di ricerca, senza certezze che, alla fine, è diventato uno spettacolo realizzato dopo il labirinto e il buio della pandemia.

«Lavorare in teatro ha una natura intermittente, almeno quanto coinvolgente, e nei periodi di pausa faccio fatica a definirmi – dichiara Francesca Zerilli. Io quando non lavoro non so chi sono. Un paio d’anni fa ho iniziato a sviluppare questo pensiero in un percorso di ricerca, che è passato per un laboratorio, durante il quale mi sono confrontata con molti attori e che si è sintetizzato in uno spettacolo con tre attori, me compresa».

Francesca Zerilli si è formata come regista e attrice presso il Centro Internazionale La Cometa di Roma, dopo aver conseguito la laurea in Dams all’Università degli studi Roma Tre. Come aiuto regista ha collaborato con Gabriele Paupini, Fabrizio Arcuri, Lisa Ferlazzo Natoli, La Compagnia degli Artefatti. Nel 2015, ha creato il collettivo BiTquartett grazie al contributo e all’energia di Marianna Arbia, Benedetta Rustici e Gabriele Paupini. Insieme hanno prodotto diversi spettacoli grazie al sostegno di diverse realtà romane. Il primo di questi è stato L’ora difficile, i “tre atti in un atto” dell’autore svedese Pär Fabian Lagerkvist.

Il tema del “mostro” era stato affrontato nell’adattamento ispirato a Il sonno del mostro, graphic novel di Enki Bilal. Un soggetto, quest’ultimo, che emerge in maniera evidente e che Francesca Zerilli ha affrontato, sviluppato e portato in scena con Del Minotauro e di altre bestie. Ispirato ad una serie di saggi filosofici, testi di antropologia, poesie e canzoni, il progetto teatrale trae origine da una interpretazione del Minotauro di Friedrich Dürrenmatt e che a sua volta attinge ad un mito antichissimo che risulta essere straordinariamente moderno.
È estremamente difficile stabilire un momento preciso o una data storica dopo la quale non è stato scritto più nulla di nuovo, nella letteratura come nella drammaturgia. Certo è che la mitologia greca contiene in sé tutti gli archetipi che la cultura occidentale ha declinato con forme molteplici.

Il labirinto di Cnosso, costruito da Dedalo, architetto ateniese, è un luogo misterioso, ma è anche un simbolo di introspezione, una metafora. Si narra che, arrivato a Creta, dove regnava Minosse, egli iniziò a costruire statue ed altre invenzioni, al suo servizio. Nel frattempo, un toro sacro veniva donato al sovrano cretese dal dio Poseidone, per essere sacrificato in suo onore, ma il re preferì conservarlo per sé. Il dio del mare, furibondo per l’oltraggio, provocò l’amore contro natura tra la regina Parsifae e quella bestia, come vendetta nei confronti di Minosse. Da quell’amplesso nacque il Minotauro, un mostro assetato di sangue, con un corpo umano e la testa di toro. Ebbe così origine la richiesta per la costruzione di una prigione con un labirinto.

Gli ateniesi erano costretti, per aver causato la morte di un figlio di Minosse, a inviare ogni anno sette giovani maschi e sette fanciulle da immolare. Fino a quando Teseo, principe di Atene, decise di andare a Creta con l’intento di uccidere il Minotauro. Arianna, figlia di Minosse, si innamorò dell’eroe, e fu lei a dargli il famoso filo che consentì a Teseo di uscire dal labirinto, dopo aver ucciso il mostro.

La narrazione ufficiale spinge facilmente a prendere le parti di un nobile temerario e a schierarsi contro il cattivo. E se non fosse così? Il Minotauro si trovava rinchiuso in una prigione-labirinto con pareti a specchio, la quale è un simbolo, la metafora dell’introspezione. Guardare dentro di sé significa abitare i propri mostri. A volte si arriva alla completa identificazione con essi. 

Scrive Dürrenmatt:

«Si trovava in un mondo pieno di creature accovacciate senza sapere che tutte quelle creature erano lui. Era come paralizzato. Non sapeva dov’era né cosa volevano le creature accovacciate tutt’intorno, forse sognava soltanto ma non sapeva cosa fosse sogno e cosa realtà. Balzò in piedi istintivamente per scacciare le creature accovacciate e contemporaneamente balzarono in piedi le sue immagini. Si rannicchiò e con lui si rannicchiarono le sue immagini […] le immagini abbassarono lo sguardo sul loro corpo, e mentre osservava se stesso e le sue immagini, […] ritenne di essere una creatura fra molte creature uguali […] D’un tratto però si interruppe […] s’irrigidì, si accovacciò […], aveva scorto tra le immagini danzanti, creature che non danzavano e che non erano immagini che gli ubbidivano. La fanciulla, riflessa anche lei come la creatura accovacciata, stava immobile, nuda con lunghi capelli neri, fra quelle creature accovacciate che erano dappertutto, davanti a lei, accanto a lei, dietro a lei, come dappertutto era anche lei, davanti a lui, accanto a lui, dietro di lui. 

[…] Il minotauro si alzò. Era imponente. Capiva improvvisamente l’esistenza di qualcos’altro oltre ai minotuari. […]Si mosse verso di lei. Quella si allontanò da lui, mentre altrove gli si muoveva incontro. L’inseguì attraverso il labirinto, lei fuggiva. Fu come se una bufera avesse scompigliato minotauri e fanciulle, a tal punto turbinavano discostandosi, confondendosi accostandosi l’un l’altro, e quando la fanciulla gli corse fra le braccia, quando toccò d’un colpo, la carne calda, bagnata di sudore, e non il duro vetro che aveva fin lì toccato, comprese – nei limiti in cui si può parlare di comprendere da parte del minotauro – che fino a quel momento era vissuto in un mondo in cui c’erano solo minotauri, ciascuno rinchiuso in una prigione di vetro, mentre ora toccava un altro corpo, toccava altra carne».

Il mostro arriva a comprendere che non esistono tanti altri minotauri come lui, ma uno solo e che egli è unico. L’escluso e il segregato, isolato solo per il fatto di essere stato generato. Per il fatto che il mondo deve conservare un ordine superiore e religioso, un ordine naturale, un ordine sociale e politico. C’è stato, probabilmente, un momento in cui quella creatura emarginata ha sognato di essere semplicemente un uomo con tutto ciò che comporta: l’uso del linguaggio, la fratellanza, l’amicizia, la solidarietà, l’amore. E, forse, sognando, ha realizzato tristemente che non avrebbe mai ottenuto tutte quelle opportunità. E che il vero spesso non coincide con la verità poiché la sua ricerca viene spesso deformata, come l’effetto degli specchi di un labirinto. Scopriamo così, solo alla fine, che il “mostro” possedeva molta più umanità rispetto all’eroe che ineluttabilmente lo ha ucciso

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