Fra gli interstizi dello sguardo: il teatro di Christiane Jatahy

Mar 19, 2022

Ci sono territori che esistono, pur non godendo del privilegio della centralità. Zone estreme, distanti, limitrofe all’altrui, quasi estranee. Proprie solo apparentemente. Aree di identità incerta, sottili, a qualunque vicinanza. Dove l’attrazione per l’altro, per il diverso è insieme richiamo ed ispirazione.

Nel 1977 Jose Franchis Sinisterra, drammaturgo e maestro della scena spagnola, pubblica il Manifesto del Teatro Fronterizo, dichiarazione d’intenti o circoscrizione di campo di una maniera di fare teatro che va oltre le divisioni e le tradizioni eurocentriche, per aprirne i confini e le possibilità.

Christiane Jatahy, autrice, regista teatrale e cinematografica, Leone d’oro alla carriera per la Biennale Teatro 2022, inizia la sua formazione proprio sotto l’influsso di Sinisterra, da cui impara a considerare la materia di uno spettacolo in una dimensione centrifuga e ipertestuale.
Molto giovane infatti Jatahy partecipa, nel 1992 a un corso per drammaturghi presso la Sala Beckett di Barcellona, sotto la direzione pedagogica dello stesso Sinisterra, per conoscere i procedimenti formali della costruzione drammatica, meccanismi e incastri finalizzati a rendere trasparenti i parallelismi fra le storie e la realtà.
Sarà questo approccio strutturalista ad avvicinare la regista verso un tipo di teatro capace di raccontare storie troppo spesso nascoste, ma sotto gli occhi di tutti, come quelle dei suoi compatrioti, come lei nati e cresciuti sotto il regime di dittature militare della Quinta Repubblica e che oggi ne riconoscono la proiezione nel censorio governo di Jair Bolsonaro.

Jatahy è una delle creatrici teatrali più internazionali del Brasile, sia in termini di focus globale del suo punto di vista che di struttura transfrontaliera. È un artista associato al Centquatre e all’Odeon di Parigi e allo Schauspielhaus di Zurigo, sarebbe tuttavia un tradimento alla sua identità, nonostante lavori da molti anni in Europa, scindere la regista dalla storia del suo paese.
La dimensione autobiografica, intesa come autobiografia politica, pervade le sue scelte artistiche, raccontando la storia del Brasile e della sua generazione attraverso il teatro, in cui l’utilizzo dell’apparato filmico diventa un veicolo comunicativo variabile e programmatico.

Il lavoro di Christiane Jatahy è infatti caratterizzato, da due istanze parallele: da un lato la ricerca di un punto di contatto e dialogo fra lo sguardo filmico e quello della scena, dall’altro l’adattamento di modalità rappresentative della realtà utilizzando testi finzionali e, viceversa, documentare il contemporaneo attraverso dispositivi che rimandano a una prospettiva fittizia.
La sua produzione è infatti divisa fra adattamenti di testi classici veri e propri come Julia (2011), tratto da Miss Julie in cui l’eroina di Harold Pinter diventa una giovane carioca dell’alta società di Rio, costretta a confrontarsi fra le diseguaglianze e le barriere sociali del suo paese e allestimenti come A falta que nos mouve, del 2005, di cui la regista realizzerà una versione cinematografica nel 2009, operazione di tutt’altra impronta.

Christiane Jatahy definisce A falta que nos mouve uno spettacolo autobiografico, al centro c’è infatti il resoconto dell’età adulta della sua generazione, nata e cresciuta sotto un regime dittatoriale. In scena cinque attori, in procinto di partecipare a una cena in cui manca un invitato, i loro personaggi mantengono i loro nomi e, attraverso un training lungo quattro mesi, portano in scena una recitazione naturalista che necessita del coinvolgimento attivo dello spettatore.

L’intento della regista è quello di far sentire il pubblico di essere a contatto con  qualcosa che non deve essere visto, qualcosa che è sfuggito al controllo, provocando un dubbio sintomatico sulle barriere nella rappresentazione della realtà.
Il concetto di barriera è anche al centro del lavoro che la regista porterà alla Biennale di Venezia parte di un progetto realizzato approfondendo la sua ricerca sulla questione dei rifugiati, il dittico, Nossa Odisséia ispirato all’Odissea di Omero. La prima parte, Ithaca, è stata presentata in anteprima all’Odéon-Théâtre de l’Europe di Parigi, confrontando l’epopea di Omero e la realtà dei rifugiati di oggi che attraversano il Mediterraneo.

La seconda parte, O Agora que Demora, basata sull’epopea di Omero e sul materiale documentario girato in Palestina, Libano, Sud Africa, Grecia e Amazzonia, è un dialogo tra teatro e cinema, che mescola narrativa greca con storie vere di artisti rifugiati. O Agora que Demora è stato presentato in anteprima nel 2019 a San Paolo e al Festival d’Avignon. In scena vengono introdotti 25 personaggi, reali rifugiati provenienti, dal Libano, Palestina, Siria, Sud Africa e Amazzonia, invitati a raccontare la loro storia attraverso gli esempi dei personaggi dell’Odissea.

La messa in scena è formata da un grande schermo dove vengono proiettati i volti dei protagonisti, mentre altri sono disseminati fra il pubblico pronti a raccontare le loro testimonianza, da una posizione scomoda, ma tangibile, mentre vengono, al tempo stesso proiettati davanti agli occhi dello spettatore, ma filtrati attraverso uno schermo, attraverso un gioco di riflettenze tutt’altro che straniante, ma piuttosto immediato e schiacciante.

In tutte le creazioni di Christiane Jatahy, la relazione fra arte e vita, testimonianza e finzione, teatro e cinema e passato e presente, viene al tempo stesso intessuta e problematizzata, attraverso una serie di meccanismi, fra cui la recitazione naturalistica o l’interscambio costante fra video e realtà; lo spettatore ha la sensazione di avere un ruolo potenziale e decisionale, di poter oltrepassare mediazioni e confini, che partono dalle barriere della scena per andare molto più lontano.

 

 

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