FNSV 2025: cresce il pubblico, mentre il valore reale delle risorse si riduce

Ott 1, 2026

La nuova Relazione dell’Osservatorio dello Spettacolo fotografa 446 milioni di euro di stanziamento, 1.785 contributi e una partecipazione teatrale salita al 24,3%. Dietro i valori complessivi emergono però concentrazione delle risorse, differenze territoriali e un accesso molto più selettivo per le prime istanze.

Ci sono almeno due modi di leggere i numeri del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo nel 2025. Il primo consiste nel fermarsi al valore nominale: 446,35 milioni di euro di stanziamento ripartibile, sostanzialmente stabile rispetto ai 447,09 milioni del 2024. Il secondo è osservare la stessa cifra lungo una prospettiva storica, tenendo conto dell’inflazione. Ed è qui che la fotografia cambia.

La Relazione sull’utilizzazione del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo e sull’andamento complessivo dello spettacolo, appena pubblicata dall’Osservatorio dello Spettacolo del Ministero della Cultura, mette infatti a disposizione una serie storica che parte dal 1985, anno di istituzione del Fondo unico per lo spettacolo. La Relazione rende evidente la progressiva divaricazione tra valori correnti e valori reali: i 446,35 milioni del 2025 corrispondono a circa 148,24 milioni di euro ai prezzi del 1985. Sono l’1,59% in meno del 2024 e il 59,22% in meno rispetto a quarant’anni fa. 

Ancora più marcato è il ridimensionamento se il Fondo viene rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese. Nel 1985 rappresentava lo 0,0846% del PIL; nel 2025 lo 0,0198%. Dopo il parziale recupero osservato tra il 2020 e il 2022, il rapporto è tornato sotto la soglia dello 0,02%. 

Non significa che tutti i comparti si siano mossi nella stessa direzione. La distribuzione interna del Fondo evidenzia alcuni incrementi: rispetto al 2024 crescono nominalmente le risorse per teatro, musica, danza, circo e Residenze. Diminuiscono invece quelle destinate alle Fondazioni lirico-sinfoniche e, più sensibilmente, l’aggregato costituito da Progetti multidisciplinari, Progetti speciali e Azioni di sistema. Nel complesso, il 44,64% del Fondo è destinato alle Fondazioni lirico-sinfoniche, il 21,81% al teatro e il 20,06% alla musica: tre voci che insieme assorbono oltre l’86% dello stanziamento. 

Alle attività teatrali sono destinati 97,34 milioni di euro, la cifra nominale più alta della serie considerata dalla Relazione per il periodo 2006-2025. L’incremento sul 2024 è dell’1,33%. Una volta corretto il dato per l’inflazione, tuttavia, le risorse equivalgono a circa 69,68 milioni ai prezzi del 2006 e risultano sostanzialmente stabili, con una variazione del -0,12% rispetto all’anno precedente. È un passaggio significativo perché il 2025 inaugura anche il nuovo triennio di finanziamento regolato dal decreto ministeriale del 23 dicembre 2024. Cambiano categorie, requisiti e meccanismi di accesso; vengono introdotte, tra le altre cose, tre fasce per i Centri di produzione teatrale, il nuovo settore dei festival di teatro di poesia e una maggiore articolazione delle misure dedicate alla promozione. 

Per il teatro sono state presentate 736 domande, di cui ben 332 classificate come “prime istanze triennali”. I contributi assegnati sono 459, 26 in più rispetto al 2024, per complessivi 97,10 milioni. Ma solo 103 assegnazioni riguardano le prime istanze. Mettendo semplicemente in relazione domande e contributi, senza attribuire al calcolo il valore di un indicatore ministeriale, si ottiene un dato interessante: circa il 31% delle prime istanze teatrali riceve un contributo, contro circa l’88% delle domande appartenenti agli altri soggetti. Le “prime istanze”, va precisato, non coincidono esclusivamente con organizzazioni appena nate: la categoria comprende anche organismi che non hanno beneficiato del contributo per tutti gli anni del triennio precedente e soggetti già finanziati che si candidano in un settore diverso. 

È comunque uno dei dati che meglio raccontano la tensione tra apertura del sistema e continuità delle strutture già riconosciute.

La stessa tensione è visibile osservando la distribuzione economica complessiva. Nel 2025 la Relazione registra 1.785 contributi FNSV, per un ammontare complessivo di 447,60 milioni di euro. La cifra supera lo stanziamento ripartibile dell’anno perché alcune assegnazioni considerate nel totale utilizzano economie e risorse provenienti da annualità precedenti. 

Il numero dei beneficiari cresce: rispetto al 2024 si contano 164 assegnazioni in più. Ma la distribuzione rimane fortemente asimmetrica. I cento contributi maggiori assorbono il 68,86% delle risorse complessivamente assegnate. Sono 58 i contributi superiori al milione di euro e 141 quelli superiori ai 500 mila; dall’altra parte, 1.330 contributi sono inferiori ai 100 mila euro e 263 scendono sotto i 20 mila. Il contributo mediano si ferma a 48.324 euro. 

Il Fondo si presenta dunque come un unico dispositivo nel quale convivono istituzioni finanziate con decine di milioni di euro e una platea molto ampia di organismi sostenuti con poche decine di migliaia.


La geografia del Fondo

Anche territorialmente la distribuzione è disomogenea. La Lombardia raccoglie l’importo complessivo più alto, 67,88 milioni; il Lazio registra invece il maggior numero di assegnazioni, 228, per 62,66 milioni. Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna insieme ricevono poco più del 48% delle risorse. Qui è però necessaria una cautela metodologica: il Ministero attribuisce territorialmente i contributi sulla base della sede legale del beneficiario, non dei luoghi nei quali si svolgono effettivamente produzioni, tournée, festival o altre attività. Una concentrazione delle sedi amministrative in alcune regioni può quindi accentuare la polarizzazione restituita dalle statistiche.

Su scala nazionale il FNSV corrisponde a 7,6 euro per abitante. Il Centro sale a 9,8 euro, il Nord-est a 9,1; il Nord-ovest si colloca a 7,3, le Isole a 7,2 e il Sud a 4,9. La distanza tra macroaree resta dunque evidente, sebbene nel Mezzogiorno il dato pro capite salga leggermente rispetto ai 4,8 euro del 2024. 

La lettura attraverso la Strategia nazionale delle aree interne rafforza il quadro: 20,6 euro per abitante nei comuni polo contro 0,9 euro negli ultraperiferici. Nel 78% dei poli è presente almeno un beneficiario FNSV; tra gli ultraperiferici la percentuale è del 3,1%. Allo stesso tempo, proprio questi ultimi mostrano uno degli incrementi più visibili sul 2024, quando il contributo era pari a 0,5 euro per abitante e la presenza di beneficiari riguardava appena l’1,8% dei comuni. 

L’allargamento territoriale esiste, quindi, ma parte da livelli profondamente differenti.

Se dal finanziamento si passa alla partecipazione, la fotografia restituita dalla Relazione cambia segno. Secondo l’indagine ISTAT Aspetti della vita quotidiana, nel 2025 il 24,3% degli italiani dai sei anni in su dichiara di essere andato almeno una volta a teatro. Nel 2023 era il 19,8%. Nello stesso anno l’11,8% ha frequentato almeno una volta un concerto di musica classica o opera e il 26,3% un altro tipo di concerto. Tutti e tre gli indicatori crescono per il secondo anno consecutivo. 

Nella Relazione è evidente la progressione del teatro tra 2023, 2024 e 2025. Ma il dato va interpretato correttamente: misura quante persone abbiano partecipato almeno una volta durante l’anno, non quante volte siano andate a teatro, né il numero di biglietti venduti o la sostenibilità economica delle organizzazioni. E soprattutto la Relazione non stabilisce alcun rapporto causale tra andamento della spesa pubblica e crescita della partecipazione.

È forse proprio l’accostamento tra questi due fenomeni a rendere interessante il quadro del 2025. Da una parte, dopo la lunga frattura prodotta dalla pandemia, la frequentazione dello spettacolo dal vivo continua a recuperare terreno. Dall’altra, il principale strumento statale di sostegno dispone oggi di risorse nominalmente superiori a quelle di quarant’anni fa, ma di un valore reale molto più basso.

La Relazione 2025, più che fornire una conclusione, offre quindi una base particolarmente dettagliata per interrogare il prossimo triennio: non soltanto su quante risorse lo Stato destini allo spettacolo dal vivo, ma su come quelle risorse riescano a sostenere contemporaneamente stabilità delle istituzioni, pluralismo del sistema, ricambio, accesso e presenza culturale nei territori.

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