Articolo a cura di Nalini Vidoolah Mootoosamy
Noi siamo corpi.
Corpi vivi, diversi, molteplicità di forme, origini, lingue e storie.
Noi siamo corpi, visibili al nostro sguardo, ma oscillanti verso l’invisibile agli sguardi dominanti; una costellazione di presenze che abitano i margini di uno spazio comune: l’Italia. Quando si parla di artiste e artisti con background migratorio (BM) attivi sul territorio italiano, credo sia imprescindibile sottolineare che non mi riferisco a un corpo unico che agisce all’unisono, ma a una pluralità di pensieri, voci e sguardi.
Una dichiarazione che può, in prima istanza, sembrare ovvia ma che, considerando i vari tentativi istituzionali e sociali di incasellarci dentro categorie in cui non ci riconosciamo in toto, diventa il punto di partenza per ripensare le narrazioni e restituire complessità ai nostri percorsi.
Siamo dunque una pluralità che si distingue, innanzitutto per origini o discendenze geografiche altre rispetto all’Italia; una pluralità legata tanto all’Europa quanto all’Africa, all’Asia e al Sud America.
Alcuni di noi sono migrati verso il Bel Paese da adulti, altri da bambini, altri sono semplicemente nati in Italia da uno o entrambi i genitori con un passato migratorio. Questi dati influiscono con forza sul modo che ognuno di noi ha di percepire lo spazio attorno a sé e di definire la propria identità.
Una parte di artiste e artisti nati in Italia preferisce l’etichetta di “nuova generazione” anziché “seconda generazione”, perché quest’ultima marca un legame con una migrazione mai vissuta in prima persona e, al contempo, sminuisce la loro italianità.
Altri ancora mettono in discussione la nozione di artista della diaspora, spesso collocato in una dimensione di perdita, rivendicando invece una molteplicità di appartenenze simultanee, a partire da un “qui” che è già altrove.
In questo panorama complesso, si inserisce In Fest Generator, festival multidisciplinare pensato dall’Associazione Culturale 20Chiavi e dedicato alla contemporaneità, con un’attenzione specifica alle artiste e agli artisti con BM. Un festival romano in cui sono stata coinvolta l’anno scorso come drammaturga e quest’anno come direttrice artistica. Un salto di ruolo rapido, tanto allettante quanto problematico.
Quando Ferdinando Vaselli, ideatore e direttore del progetto, mi ha affidato l’incarico mi sono subito interrogata sulla funzione di un festival che negli intenti appare più che virtuoso ma che nasconde delle criticità di fondo.
Una tra tutte: la tendenza a riunire sotto un unico denominatore – quel legame con la migrazione – una piccola massa eterogenea di artiste e artisti che sfuggono a qualsiasi definizione stabile, ma che, nonostante ciò, continuano a essere nominati, catalogati e spiegati da altri, come se l’arte non potesse mai smarcarsi dall’origine geografica.
Sotto questa lente, In Fest Generator, come altri festival inclusivi che si occupano di artiste e artisti con BM, si muove su un crinale contradditorio, scomodo e rischia di riprodurre categorie che vorrebbe in realtà decostruire. La chiave, per non ridurci a incubatore sterile, è stata accogliere questa tensione e trasformarla in uno spazio di dialogo in cui la complessità non venga elusa, ma interrogata.
È quello che è successo, il 4 ottobre al Teatro Biblioteca Quarticciolo, durante la presentazione del libro e progetto “A teatro nessuno è straniero” e il tavolo di confronto su “I linguaggi della diaspora” con protagonisti artiste e artisti con BM attivi in Italia sul versante letterario, cinematografico, documentaristico, teatrale e performativo. A unire i due incontri il fil rouge dell’accessibilità, declinata secondo prospettive diverse ma complementari: accesso a teatro, accesso al mondo dell’arte delle persone con un BM.
Quello che è emerso con chiarezza dai confronti tra i presenti è che, oltre le differenze di linguaggio artistico, di provenienza geografica e di legame con la migrazione, esistono tra noi artiste e artisti dei comuni denominatori che chiamerò qui condizioni avverse.
La prima riguarda, naturalmente, l’accessibilità al mondo artistico. “Terreno conteso e tortuoso in generale per tutti”, ci sentiamo spesso dire. “Tanto più per noi”, ribattiamo. Pesano su di noi quel legame con un altrove, le aspettative dei genitori, i fattori economici, i permessi di soggiorno, il razzismo sistemico e strutturale, la mancanza di riconoscimento come parte del tessuto sociale. Fare arte rimane un privilegio bianco.
Il panorama, tuttavia, ci siamo ripetuti, sta lentamente mutando. La nostra copresenza, un campione variegato di umanità nello stesso spazio, lo dimostra; dieci o venti anni fa saremmo stati casi isolati, una flebile luce in una giornata invernale.
Esultiamo dunque ma con moderazione: le condizioni avverse persistono, e accompagnano il nostro percorso creativo.
Tutte e tutti, a gradi diversi, ci sentiamo spesso incasellati in format quali “arte migrante”, “arte etnica” o – aiuto, aiuto – “arte esotica”. Una tendenza che ci esclude come parte attiva della scena artistica italiana e ci ghettizza. Noi, però, non vogliamo essere lontani o accanto alla scena, ma assieme e dentro di essa.
A peggiorare la situazione, la richiesta più o meno esplicita del mercato, dei festival, dei bandi, di raccontare soprattutto la nostra identità migrante. Una vera pornografia di noi stessi.
Prendendo in prestito la nozione a me cara di Merleau-Ponty sul visibile e l’invisibile, diciamo che il mercato tende a chiedere a noi artiste e artisti di esibire ulteriormente il contenitore già visibile – corpo, pelle, cicatrici – ignorando l’invisibile contenuto: complessità poetica, desideri, passioni, visioni.
La decisione e i modi in cui scegliamo di autorappresentarci dovrebbero spettare a noi. Se non corrispondiamo alla narrazione dominante, agli stereotipi appiccicati come francobolli d’epoca sul corpo del migrante, alle aspettative di chi ci osserva da fuori, non significa che siamo “fuori tema”, ma che stiamo decostruendo un’idea e costruendo allo stesso tempo un linguaggio nuovo per raccontarci. Ognuno a modo suo, ci preme sottolineare.
Sentiamo spesso, infatti, il rischio di essere ridotti a portavoce di una comunità o testimoni di problematiche sociali quali la migrazione, il razzismo o le disuguaglianze, anziché essere artiste e artisti liberi di creare, di esplorare i propri linguaggi e immaginari.
L’arte, nel nostro caso, sembra indissolubilmente subordinata all’attivismo politico: che poi le due cose possano, o vogliano, per scelta personale, combinarsi è un altro discorso. Ma appunto, dovrebbe essere una scelta, non un vincolo.
Ultimo punto su cui ci siamo confrontati – in un discorso che né vuole né può essere esaustivo – è quello della visibilità. È vero che oggi siamo numericamente di più, che ci ritroviamo e riconosciamo con un certo compiacimento nei volti le une degli altri. È vero anche che stiamo imparando, sempre più, a essere comunità interconnessa, prima ancora che artiste e artisti, per resistere alle condizioni avverse, per confrontarci sui limiti del sistema e sulle possibilità di trasformare insieme il nostro presente-futuro.
Eppure, la visibilità rimane un paesaggio incerto, perché gli spazi che ci sono concessi sono spesso dei luoghi non convenzionali, dislocati, sotterranei, dei festival ad hoc, dove il più delle volte la nostra voce echeggia solo nelle nostre orecchie o per un piccolo pubblico già sensibile alla diversità, all’inclusività. Forse, allora, il punto non è solo essere visibili, ma interrogarci su come e per chi lo siamo.
Questo discorso, capiamo, non vale per tutti. Oggi, ad esempio, c’è un’attenzione crescente per artiste e artisti con BM nel contesto letterario o musicale. Ghali e Mahmood, per citare due nomi noti, lo dimostrano. Anche nel mondo del cinema stiamo assistendo a una evoluzione, mentre nel teatro…
Se questo articolo fosse una drammaturgia, qui servirebbe una Pausa o forse un Lungo silenzio.
Eppure, il teatro è il territorio che ho scelto di abitare, lo spazio in cui il mio corpo agisce, si espone, si mette in gioco. A volte penso sia soprattutto un gioco alla resistenza.
Da quando faccio teatro, ho potuto osservare le meccaniche che regolano l’accesso a questo mondo complesso. Un microsistema che stenta ad accogliere ciò che esce dai suoi codici riconosciuti e le cui strutture riflettono quelle della società: centri e periferie, privilegi e assenze.
C’è un grande paradosso nel nostro ambiente: uso “nostro” più per autolegittimarmi che per vera convinzione. Il paradosso sta nella parola “relazione”. Il teatro è relazione – più di qualunque altra arte. L’ho imparato leggendo Peter Brook e Jerzy Grotowski, ascoltando Eugenio Barba, ma soprattutto vivendolo, ogni volta che il mio corpo incontra quello degli altri: spettatori e attori. Dietro questo ideale dell’incontro, persistono ancora delle barriere visibili e invisibili.
Ogni volta che vado a teatro e guardo la platea, mi rendo conto che siamo distanti anni luce dall’aver un pubblico realmente rappresentativo della società in cui viviamo. Le persone con BM, circa il 10% della popolazione italiana, restano assenti.
Se un teatro di cento posti fosse davvero uno specchio del Paese, dovrei trovarne almeno una decina. La realtà è che, anche in sale da cinquecento posti, fatico sempre a incontrarne una sola.
Fanno eccezione esperienze virtuose come il progetto milanese “A teatro nessuno è straniero”, che lavora per rendere il teatro accessibile per cittadine e cittadini con BM.
Alla stregua della platea, anche il palco langue. La presenza di attrici e attori che rimandano a un immaginario globale è ancora rara, e quando accade è spesso segnata da una rappresentazione razzializzata: corpi chiamati a interpretare ruoli stereotipati, carichi di derive esotiche. Ruoli funzionali a un’idea di “altro” costruita per rassicurare lo sguardo dominante, mai per interrogarlo o metterlo in crisi. Un teatro anti-relazione insomma, uno specchio deforme della realtà, che culla lo spettatore nell’illusione di un’apertura che in realtà non scardina nulla, non sposta davvero lo sguardo.
Lungo silenzio.
Sono trascorsi nove anni dai miei primi passi nel mondo teatrale. Se avessi percepito soltanto questa deformità, probabilmente mi sarei defilata. Invece, ho incontrato realtà che lavorano per ribaltare le gerarchie, per riscrivere l’immaginario e far emergere nuove narrazioni. Lo fanno con cognizione di causa e non per spuntare in qualche bando inclusivo la casella “quota diversity: rispettata”.
Nel mio cammino, In Fest Generator, Performing Italy, PAV/Fabulamundi, Teatro Officina e “Teatro Utile” dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano: esperienze che hanno trasformato il mio pensiero e sguardo.
Grazie a loro, ho scoperto che “Io” e “Tu” possono diventare un “Noi” comunitario nel teatro. Ho anche capito di essere allergica alla frase “Diamo voce a chi non ha voce”, soprattutto quando si parla di persone con BM. Perché noi una voce ce l’abbiamo. Quello che ci manca è qualcuno disposto ad ascoltare la nostra voce. Noi non chiediamo di essere rappresentati: abbiamo parole, corpi ed esperienze per rappresentarci, che si tratti di recitare, di scrivere una drammaturgia o di fare una regia. Quello che ci manca è lo spazio dove far nascere e vivere le nostre visioni. Uno spazio concreto e visibile che ci tolga dai margini.
Il teatro italiano, così com’è, non sembra essere pronto a concederci questa visibilità. Diverse e diversi tra noi, purtroppo, di fronte a questi ostacoli e contraddizioni che pesano sul benessere psicofisico e anche sul portafoglio, finiscono per abbandonare la carriera.
È sconfortante, soprattutto se penso al potere del dispositivo teatrale: basta la presenza di un solo attore che si muove e agisce nello spazio scenico per creare un universo nuovo, per trasformare l’invisibile in visibile. Quale luogo migliore, allora, di uno palco per far vivere i nostri universi immaginari, per rappresentarci nella nostra complessa e magnifica diversità?
Nalini Vidoolah Mootoosamy. Dopo un dottorato in francesistica con uno studio narratologico del personaggio romanzesco, fonda nel 2018 l’Associazione Ananke Arts, dove, come drammaturga, conduce laboratori di formazione teatrale ed eventi performativi. Collabora da alcune edizioni al progetto Teatro Utile dell’Accademia dei Filodrammatici. Dal 2021 è parte della rete “Fabulamundi Playwriting Europe”, partecipando a diversi progetti teatrali in ambito europeo e internazionale. Tra i suoi testi teatrali: Il sorriso della scimmia (2020), Bleach Me (2021), Lost & Found (2022 – finalista Premio Riccione 2023), Ban Ban Kaliban (2024), Rinascere dalle macerie (2024). Dal 2025 è direttrice artistica di In Fest Generator – Festival multidisciplinare dedicato ad artiste e artisti con background migratorio.

La webzine di Theatron 2.0 è registrata al Tribunale di Roma. Dal 2017, anno della sua fondazione, si è specializzata nella produzione di contenuti editoriali relativi alle arti performative. Proponendo percorsi di inchiesta e di ricerca rivolti a fenomeni, realtà e contesti artistici del contemporaneo, la webzine si pone come un organismo di analisi che intende offrire nuove chiavi di decodifica e plurimi punti di osservazione dell’arte scenica e dei suoi protagonisti.















