Emit Flesti, 25 anni di teatro e formazione nel cuore di Trento

Set 16, 2021

La storia di Emit Flesti nasce 25 anni fa dal desiderio di ricerca di un gruppo di studentesse e studenti universitari, dediti al teatro e alla cultura. Nel tempo, l’intervento artistico della compagnia si è strutturato in una serie di attività che vanno dalla produzione teatrale, all’organizzazione di eventi artistici, fino a giungere alla formazione.

Presso la Bottega delle Arti, il piccolo teatro e centro formativo di Emit Flesti, nel cuore di Trento, il lavoro dell’associazione ha incentrato i propri sforzi sulla volontà di offrire ad allievi e allieve delle occasioni di incontro con il mondo del professionismo teatrale, e sulla bonifica di un quartiere che a lungo è stato preda del disagio e del degrado cittadino. Fil rouge dell’operare di Emit Flesti è, infatti, una profonda attenzione alla persona capace di riverberare in ognuna delle progettualità condotte.

Numerose sono le collaborazioni istituzionali di Emit Flesti che confermano il valore dell’operazione culturale proposta, a livello locale e nazionale.
Un incontro proficuo è stato quello tra la compagnia e Massimo Rizzante, docente dell’Università degli Studi di Trento, che ha proposto loro di lavorare a Jacques e il suo padrone, testo di Milan Kundera da cui Emit Flesti ha ottenuto l’esclusivo permesso di messinscena. Una produzione avviata nel 2019, e interrotta per la diffusione dell’epidemia, che ha trovato rinnovato senso in risposta al buio generatosi in questi ultimi, sofferti anni, in scena il 5 ottobre al Teatro Comunale di Pergine – Pergine Valsugana (TN) e il 7 ottobre al Teatro Sanbàpolis di Trento.

Ne parliamo con Alessio Dalla Costa, Silvia Marchetti e Simone Panza della compagnia Emit Flesti.

Emit Flesti è impegnata in numerose attività che vanno dalla produzione, all’organizzazione di eventi passando per la formazione. La vostra storia inizia a metà degli anni ‘90 e si sviluppa nel tempo dando al progetto iniziale nuove forme. Come si è avviato il percorso artistico di Emit Flesti?

Alessio Dalla Costa: Emit Flesti nasce come compagnia universitaria nel 1996, con un forte desiderio di ricerca e di studio. La reale svolta è avvenuta una decina di anni fa quando siamo rimasti io e il regista, entrambi con la voglia di rendere Emit Flesti una realtà professionale. L’evoluzione di Emit Flesti è andata di pari passo con la mia evoluzione di attore e regista professionista. Una tappa importante è stata suggellata dall’arrivo di Annalisa Morsella, con cui abbiamo avviato il percorso di formazione che proponiamo da sei anni. 

Ci è venuto naturale pensare a una formazione fortemente proiettata verso l’attenzione alla persona. Per questo motivo abbiamo proposto pochi corsi, molto selezionati, rivolti a chi avesse già intrapreso esperienze teatrali o desiderasse fare degli approfondimenti, ponendo grande attenzione al percorso personale dei partecipanti e alla relazione del gruppo. Abbiamo trascorso quattro anni molto intensi e molto belli. 

Due anni fa, grazie anche alla presenza di Giulio Federico Janni, si è implementato un ulteriore step. Vista l’elevata qualità dell’offerta formativa, abbiamo deciso di proporre un percorso professionalizzante: così è stata fondata La Bottega dell’Attore, un corso intensivo per giovani allievi non professionisti che vogliano intraprendere la carriera attoriale. Il nostro grande obiettivo è trasformare Emit Flesti in un’accademia che possa essere riconosciuta nel tempo.

A Trento, dove risiede l’associazione, avete attuato diversi interventi artistici che si intrecciano con la storia del luogo, in collaborazione con enti locali. Ciò dimostra un importante radicamento e una grande capacità di ascolto nei confronti del territorio. Qual è il vostro legame con il luogo e con la comunità locale e come, nel tempo è andato strutturandosi questo rapporto?

A.D.C: La formazione ci ha resi molto aperti nei confronti della città, rappresentando un indotto anche a livello produttivo. Grazie ai corsi di formazione è partita anche una stagione teatrale che ha dato una svolta al rapporto col territorio urbano. 
La Bottega delle Arti è il piccolo spazio di Emit Flesti, adibito a sala prove durante la settimana che nei week end si trasforma in un teatro, in cui è stata creata una stagione di gran fascino e di grande intimità per il nostro pubblico. Abbiamo iniziato a incidere sulla città perché nel centro di Trento dove, a parte il teatro gestito dal Centro Servizi Culturali Santa Chiara, non ci sono altri teatri. 

Questo ha incrementato la collaborazione con gli enti pubblici locali come la Soprintendenza ai Beni Archeologici che ci ha commissionato vari eventi e il  Centro Servizi Culturali Santa Chiara che gestisce la stagione istituzionale. Il lavoro su commissione per noi è segno di un riconoscimento professionale e relazionale.

Silvia Marchetti: La Bottega delle Arti si trova in una zona di Trento che, pur essendo molto centrale, negli anni passati ha mostrato dei segnali di disagio.
Emit Flesti ha contribuito al processo di riqualificazione di questo luogo, con una presenza culturale capace di attuare un importante intervento di bonifica. un altro tipo di offerta e di utenza sono stati portati in uno spazio a lungo martoriato, salvato dal degrado.

L’indagine artistica di Emit Flesti è accomunata da una riflessione sull’uomo che muta nei modi e nelle storie ma che resta viva in molte delle vostre produzioni. Perché avete fatto di questa tematica il fil rouge della vostra ricerca?

Simone Panza: Che si tratti di formazione, produzione o racconto, il nostro punto di partenza è la persona. In base a coloro che prendono parte ai nostri progetti immaginiamo un percorso artistico.

S.M: In questo credo che Emit Flesti rispetti la missione primaria del teatro: mettere le persone in contatto. Ciò non può avvenire se non incentrando il lavoro sulla persona. 

Era dunque inevitabile che anche la nostra ultima produzione, Jacques e il suo padrone, si riferisse al tempo presente, a quanto occorre raccontare oggi per incontrare coloro che a teatro necessitano ritrovare proprie istanze, per poter generare un’unione tra palcoscenico e platea. 

Dal 2016, larga parte del lavoro di Emit Flesti è dedicato alla formazione. Cosa vi restituisce, in quanto artisti, formatori e pedagoghi la trasmissione delle conoscenze? L’attività formativa che conducete trova riverbero nelle vostre attività artistiche?

S.M: Mi sono occupata per molto tempo di formazione in tante realtà e devo dire che la caratteristica che mi ha colpito di Emit Flesti, oltre al grande livello di ascolto messo in campo nei confronti degli allievi, è stata l’apertura dell’associazione ai professionisti esterni, la capacità di offrire anche nei corsi laboratoriali annuali la possibilità di sperimentarsi e conoscere vari approcci formativi con insegnanti diversi che hanno metodi condivisi. 

C’è un grande lavoro di equipe dietro l’attività formativa di Emit Flesti. C’è la disponibilità totale a esplorare esperienze altre e ospitare altri professionisti, anche di ambiti collaterali ma che vanno ad arricchire la formazione degli allievi.
Mi ha sempre ispirata la volontà di non limitarsi alla somministrazione di saperi. Emit Flesti ha cioè perseguito il suo scopo iniziale di ricerca, intesa come attività artigianale quotidiana e di disponibilità nei confronti di ciò che serve a livello drammaturgico, attoriale e registico.

S.P: Cerchiamo di proporre ogni anno un percorso didattico diverso anche in base al gruppo che di volta in volta si crea, senza pensare alla formazione come fosse a scatola chiusa.

S.M: Per quanto riguarda il riverbero di tale attività nella produzione, io mi sono occupata prevalentemente della formazione nella Bottega dell’Attore ma Emit Flesti ha sempre garantito agli allievi la possibilità di sperimentarsi anche in attività produttive, partecipando a letture, piccoli spettacoli esperendo il lavoro performativo. Questo lavoro è stato ulteriormente arricchito dall’ospitalità riservata agli allievi durante le prove di Jacques e il suo padrone. Diamo modo a ciascun allievo, con le proprie inclinazioni e i propri desideri, di toccare con mano cosa sia il mondo del professionismo.

A.D.C: Trovo che fare formazione teatrale sia oltre che appagante da un punto di vista umano e professionale, anche un’occasione di crescita personale perché imparo molto dal percorso degli allievi, acquisendo immagini, idee. C’è una grande circolarità tra il mio lavoro di attore e quello di formatore, viene a crearsi un flusso tra le due attività. 

Non di rado accade che testi scritti in epoche lontane riflettano lo stato attuale delle cose. È il caso di Jacques e il suo padrone, di Kundera, fulcro del vostro ultimo progetto spettacolare. Quale urgenza si cela dietro la scelta di questo tema e come avete lavorato sulla resa scenica?

S.M: La messinscena di Jacques e il suo padrone ci è stata proposta da Massimo Rizzante, docente dell’Università di Trento che aveva già all’attivo una collaborazione con Emit Flesti. Rizzante è l’allievo prediletto di Milan Kundera, un sodalizio che dura da decenni. Jacques e il suo padrone  è un testo complesso, facile all’anatema e alla maledizione della regia che non rispetta la struttura testuale pensata dall’autore. 

Kundera ha scelto di togliere Jacques e il suo padrone  dalla disponibilità della messinscena, fatta eccezione per le compagnie universitarie, lasciandolo come testo di sola lettura. Per Emit Flesti è una grande opportunità cimentarsi su un’opera che non si incontra spesso in teatro. Abbiamo ricevuto il permesso di messinscena dallo stesso Kundera, e questo ci ha profondamente emozionato.

Jacques e il suo padrone, scritto nel 1971, nasce dall’esperienza vissuta da Kundera durante l’invasione russa della Cecoslovacchia nel 1968. Nell’introduzione, Kundera racconta di essere stato costretto a lasciare Praga e a rifugiarsi a Parigi, impossibilitato a lavorare e a vivere nella sua terra.  Nel testo, l’autore si confessa appassionato alla sfrenata leggerezza e al senso di levità delle opere di Diderot, cui questo testo vuole essere un omaggio.

La pandemia che si è abbattuta sulla produzione proprio nel momento in cui si era avviata, ci ha fatto riflettere sul bisogno di spensieratezza e sul dolore tutt’intorno cui Kundera fa riferimento. Emit Flesti porta in scena Jacques e il suo padrone in risposta al buio dell’epidemia che ha portato morte, paura, distanza, perdita di libertà. 

Riprendere in mano questa regia a distanza di un anno, dopo aver vissuto da artista, tutto questo, nel settore dello spettacolo dal vivo che è a dir poco martoriato, ha significato toccare l’esperienza di un intellettuale che non può fare il suo lavoro come vorrebbe. Condividiamo l’atterrimento del nostro pubblico a cui lo spettacolo si rivolge senza pietismo, sperando di rischiarare il buio tutt’intorno.

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