Il transessualismo, l’omosessualità e la bisessualità, ma soprattutto l’essere umano inghiottito dalla propria identità sessuale e sommerso, come i disegni sulla sabbia a cui allude il titolo dello spettacolo.
Eleonora Danco, attrice, drammaturga, regista teatrale e cinematografica, porta in scena al Teatro Rasi di Ravenna, Sabbia, che a oltre 20 anni di distanza dal debutto, non smette di essere disturbante. Commissionato nel 2005 per la rassegna Garofano Verde-Scenari di teatro omosessuale di Roma, curata da Rodolfo di Giammarco, si snoda in un susseguirsi di interviste audio a ragazzi, ragazze e anziani sulla loro sessualità.
Una giovane che racconta il proprio rapporto lesbico, poi una coppia in cui lui chiede alla compagna prestazioni di sesso anale e che, tacciato di omosessualità, ammette di avere avuto anche esperienze di questo tipo, ma solo ed esclusivamente per soldi. E ancora: un padre di famiglia affetto da efebofilia, una figlia che confessa al padre la propria omosessualità e deduce, dalla sua reazione, che anche lui lo sia; un’altra figlia che tenta di comunicare con la madre ormai anziana e malata, che ammette di odiare.
Tutti i personaggi, avvolti nella semioscurità, sono interpretati da Danco, come gli immaginari intervistatori a cui si rivolgono. Un getto continuo di scabrosità che solo una voce vivace e limpida, dal guizzo adolescenziale, come quella dell’attrice riesce a rendere sopportabili in sala. Probabilmente lo scopo della performance è proprio questa: costringere lo spettatore a chiedersi ma perché arrivare a questa logorrea morbosa? In realtà Danco mostra al pubblico quanto la società perbenista condanni chi è sessualmente diverso ad identificarsi esclusivamente in questo.
L’eros e il sesso, pertanto, rimarranno sempre sganciati da qualsiasi altra dimensione della vita umana, dalle relazioni, dall’affettività e dall’universo della creatività e del piacere nella sua dimensione più solare e giocosa. L’atto sessuale sarà solo necessità, atto meccanico e ripetitivo, asfittico e maniacale. Di qui una sorta di coercizione ad esprimersi esclusivamente attraverso un contesto di clandestinità e un linguaggio osceno. Ecco allora gli stessi personaggi parlarsi addosso, sviscerarsi, svuotarsi attraverso il locus della libido che si declina in pornografia.
La procacità romanesca di Danco, allude però anche all’ironia come risorsa per metabolizzare i passaggi più ruvidi di una mise en scene che annulla ogni filtro e fa percepire l’artista come veicolo, proiezione esterna di una carnalità scissa e dirompente. In ogni intervista, Danco, con precisione chirurgica, si cuce addosso ognuna delle figure che racconta e le loro inclinazioni conturbanti sono percorse da una violenza ambivalente. Una violenza che appartiene a chi racconta tanto quanto a chi ascolta, che parte dallo sguardo e dalla parola prima ancora che dalla pulsione in sé.

Insegnante di italiano come seconda lingua, formatasi all’Università per Stranieri di Siena, giornalista pubblicista iscritta all’Ordine laureata in Filosofia e Beni culturali all’Università degli Studi di Bologna, una grande passione per il teatro. Pirandello, De Filippo, Pasolini e le avanguardie del Novecento i preferiti di sempre.
















