E tu, dov’eri nel 1982? A little bit of the moon di De Keersmaeker e Mroué

Set 15, 2026

A cura di Alessandra D’Anna

Alla fine di una performance, nel buio della scena, rischiarati solo dalle torce degli smartphone, due artisti elencano una serie di oggetti destinati all’oblio e alla sostituzione: questa danza, queste immagini, questo testo.
Accadeva a inizio settembre 2025, a Roma.

A little bit of the Moon della coreografa Anne Teresa De Keersmaeker e dell’attore e musicista Rabih Mroué è una delle performance inserite nel programma di Romaeuropa Festival 2025, in collaborazione con Short Theatre. La prima nazionale è avvenuta l’otto settembre, presso la Sala Oceano del Teatro India.

A distanza di un anno da tale debutto in Italia, sono due i principali motivi che spingono all’approfondimento della performance: da una parte, ricordare cosa è accaduto e riflettere su cosa possono ancora generare quella danza, quelle immagini e quel testo oggi; dall’altra, esplorare l’opera stessa, nata dalla condivisione e dalla ri-messa-in-azione di segni cangianti ed eterogenei che, fondendosi, formano la performance. L’analisi di A little bit of the moon si rivela, quindi, utile per approfondire il processo potenzialmente infinito di interpretazione, attraverso cui i segni contribuiscono a plasmare le identità e a orientare l’agire.

Anne Teresa De Keersmaeker (1960) è una coreografa belga. È stata allieva della scuola Mudra di Maurice Béjart a Bruxelles e della Tisch School of the Arts presso la New York University. È ideatrice di un tipo di coreografia d’impronta postmoderna e minimalista. La carriera di De Keersmaeker è indissolubilmente legata alla sua celebre compagnia Rosas, fondata nel 1983. Quanto scrive Alessandro Pontremoli: un «teatro di danza dai geometrismi astratti» (Pontremoli 2019, p. 378) sintetizza al meglio la sua cifra stilistica. Di natura altrettanto interdisciplinare sono i lavori di Rabih Mroué (1967), attore, regista, artista visivo e drammaturgo libanese, ormai stabile a Berlino. Le sue opere sono composte da fotografie, testi e sculture.

L’analisi di A little bit of the moon che propongo, oltre ad analizzare la performance, si concentra sul ruolo che i segni e i simboli possono svolgere nelle pratiche performative e sul modo in cui essi orientano e coordinano azioni collettive. Riflettere sulla natura dello spettacolo significa anche esaminare la rete di segni sensibili che emergono sulla scena, in questo caso riattivati attraverso azioni performative.

Assumono particolare importanza lo spazio, inteso come insieme di luoghi evocati e messi in relazione dalla performance e l’archivio, concepito non solo come luogo di conservazione, ma come dispositivo generativo di nuovi significati. In questo quadro si inserisce il concetto di corpo-archivio proposto e analizzato da André Lepecki, il quale sottolinea la possibilità dei corpi di archiviare memorie immateriali, che possono essere riattivate attraverso la ri-messa-in-azione. Tale dinamica anima A little bit of the moon, performance intessuta di frammenti politici, artistici e biograficidei due artisti. Inoltre, emerge il legame tra processi di significazione e dinamiche di potere. Un momento centrale della performance è l’operazione di risignificazione del segno luminoso che appare nel cielo, la Luna, che finisce per configurarsi come espressione di un conflitto. Infine, la performance rivela una forte valenza educativa, strettamente connessa al tema della memoria. Divenendo al tempo stesso luogo di archiviazione e trasmissione, A little bit of the moon contribuisce a salvaguardare le danze e le narrazioni che le compongono, preservando non solo il ricordo delle opere del passato, ma anche la memoria collettiva di una comunità. In questa prospettiva, si configura come un tentativo di sottrarre all’oblio alcune esperienze personali dei due artisti, trasformandole in memoria condivisa attraverso la rielaborazione artistica.

Come suggerisce il titolo, la Luna è l’elemento emblematico di A little bit of the moon. Bisogna considerare che il significato non nasce naturalmente dalle cose, ma si costruisce attraverso convenzioni culturali condivise. Infatti, la stessa espressione può assumere diverse valenze a seconda del codice utilizzato e del contesto in cui è inserita. Così, nel corso della performance, la Luna, o meglio il segno luminoso visibile nel cielo, acquisisce progressivamente nuovi e diversi significati.

La Luna, tra l’altro, è un simbolo fortemente sedimentato nell’immaginario collettivo e rimanda a diverse interpretazioni, ricorrendo nella letteratura, nella musica, nel cinema e nella cultura pop e richiamando una rete di conoscenze culturali. Così, la Luna può far pensare a Giacomo Leopardi, a Georges Méliès, ai Pink Floyd, a Lucio Dalla. Il nostro satellite evoca il mistero, il desiderio, il sentimento amoroso, la notte, l’inconscio… Possiamo condividere rimandi e interpretazioni potenzialmente all’infinito: riflettere sulla Luna è una pratica umana radicata e produttiva e la lista delle immagini a cui rimanda non sarà mai esaustiva. Parlare della Luna rende evidente il fatto che ogni segno rinvia ad altri segni. Umberto Eco (1932–2016) approfondisce tali concetti nel noto Trattato di semiotica generale (1975), sulla scorta di Charles Sanders Peirce (1839–1914). A little bit of the moon mostra chiaramente come i significati non siano definitivi, ma dipendano da un contesto e facciano appello a un codice.

Se, come osserva Fabrizio Cruciani (1942–1992), la storia del teatro può essere letta attraverso la storia dei suoi spazi, perché lo spazio teatrale non è un elemento neutro e condiziona la drammaturgia, la prima informazione che vorrei condividere sulle scelte dei due artisti e sul rapporto con lo spettatore è che il pubblico era disposto su un’ellisse.

L’azione si apre su richiami che evocano il verso di uccelli, inaugurando un dialogo sonoro che prosegue attraverso l’uso di strumenti a fiato. La lettura di un testo introduce il tema della Luna. Le citazioni scientifiche sulle leggi di Keplero sul moto dei pianeti sono seguite da momenti di gioco e ironia: Mroué gonfia un palloncino suonando il flauto, mentre, a pochi passi da lui, De Keersmaeker, ruotando su se stessa, sembra disegnare mezze lune oscillando un braccio teso. In realtà si tratta della ri-messa-in-azione di alcuni movimenti del suo celebre Fase, Four Movements to the Music of Steve Reich (1982). Magnetica e impeccabile, Anne Teresa De Keersmaeker mostra in ogni momento una straordinaria padronanza del movimento.Sul pavimento, due ellissi di luce bianca arricchiscono lo spazio, evocando due lune piene allungate. I due performer percorrono dei perimetri circolari, mentre le loro ombre appaiono e scompaiono su una frizzante musica con testo in lingua francese. In un momento di sospensione, le mani di Mroué e di De Keersmaeker si avvicinano a pochi centimetri di distanza, senza toccarsi. Il loro dialogo si sposta sul piano verbale, in inglese, esplorando le sfumature del verbo to play. Si tratta di riflessioni che in italiano perdono parte della loro potenza, mancando la sovrapposizione tra il verbo giocare, suonare e interpretare, che l’inglese restituisce con naturalezza. Successivamente, De Keersmaeker si muove come se camminasse distesa sul pavimento, su un fianco. I piedi dei due artisti si congiungono, le loro camminate condividono la medesima velocità e intenzione, pur avvenendo su piani diversi. La coreografa sostituisce la maglia nera con una bianca, partendo da respiri sul posto, dà vita a una ritmata partitura incalzante: attraversa lo spazio con il fiato corto, batte le mani sui muri, abbandona il proprio peso a terra. Recuperati gli occhiali, torna a suonare il flauto insieme a Mroué, il quale condivide il ricordo della prima volta che ha visto De Keersmaeker danzare.

La coreografa ha, quindi, l’opportunità di ripercorrere parte della sua carriera e approfondire il suo rapporto con lo specchio e con le regole. Tesse il racconto attraverso aneddoti biografici, svelando la fascinazione per Trisha Brown (1936-2017) e l’intimo timore di non eguagliare qualità e bellezza delle improvvisazioni della coreografa statunitense. Emerge qui una profonda verità: la padronanza della tecnica è lo strumento che permette di creare con saggezza ed è nella riproposta del materiale che risplende l’intelligenza innovativa della coreografa. Gli artisti ricordano il 1982, data emblematica della performance, intesa come la nozione comune secondo l’accezione del filosofo Gilles Deleuze (1925-1995), quindi come l’idea di qualcosa che accomuna due corpi o due anime. Nel buio della scena, rischiarati solo dalle torce dei cellulari, i due artisti richiamano l’attenzione sull’oblio e sulla sostituzione delle danze, degli oggetti e dei testi, quindi dei corpi, delle speranze e delle idee.

La condivisione di simboli e la scrittura a due corpi hanno generato A little bit of the moon, una performance in cui danza, teatro, musica coesistono in un dialogo serrato e spinto dall’urgenza della memoria tragica dell’attore libanese. Nel 1982, mentre De Keersmaeker creava Fase, in un Libano dilaniato dalla guerra civile, il giovane Mroué osservava il cielo. Dopo mesi di oscurità e privazioni appare un bagliore. Una luce in cielo è un simbolo inequivocabile, non può che essere la Luna; finché non ne appaiono altre. Cosa significa se una seconda luna illumina il cielo? E se una quarta schiarisce la notte? Mille lune sopra la testa producono effetti e coordinano azioni radicalmente diverse dalla semplice contemplazione. Emerge con chiarezza il carattere dinamico dell’interpretazione: si trattava di bombe luminose che schiarivano il cielo del Libano. Infine, la performance si scioglie in una danza collettiva libera, che coinvolge il pubblico.

L’auspicio è che la Luna in cielo sia una sola, sempre.

In A little bit of the moon,la Luna è più volte evocata, danzata, enunciata, accennata e infine profondamente desiderata, guidando lo spettatore attraverso diverse stratificazioni di significato. La significazione è un processo pragmatico, capace di coordinare azioni, produrre aspettative e generare effetti. Affinché questo processo possa realizzarsi, come già osservato, è necessaria la condivisione di un codice, che mette in relazione il piano dell’espressione, la forma percepibile del segno e il piano del contenuto, cioè il significato costruito.

Particolarmente stimolante, in questa prospettiva, è il rapporto tra significazione e verità elaborato da Umberto Eco. Il filosofo italiano ricorda, infatti, che la semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno e che ognuno di essi può sempre fungere da sostituto di qualcos’altro. La semiotica si configura, quindi, come la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire. La possibilità stessa della menzogna testimonia l’autonomia del segno rispetto al proprio referente e la sua capacità di produrre significati che eccedono la mera presenza dell’oggetto cui rimanda. In relazione ai sistemi di significazione, appare estremamente rilevante il caso della luce nel cielo, che annuncia un bombardamento. Il ragionamento risulta interessante poiché il simbolo luminoso evoca qualcosa che è effettivamente presente anche quando è necessaria la rinegoziazione del significato. Ciò dimostra come il senso non dipenda esclusivamente dall’esistenza dell’oggetto cui il segno rimanda, ma dalla relazione tra segno e contesto.

Dal punto di vista della comunicazione, è possibile individuare l’emittente e i destinatari del segno luminoso: la luce continua a rivolgersi alla popolazione che la osserva, anche se non si tratta della Luna. Una volta identificato il mittente delle bombe luminose, le riflessioni sui rapporti di potere sottolineano come chi produce il segno abbia la capacità di orientare i comportamenti collettivi. Tali riflessioni riconducono al presente, alle bombe che illuminano i cieli dei nostri giorni.

De Keersmaeker e Mroué mostrano come le arti performative possano ri-mettere-in-azione le tracce del passato per riflettere sul presente. Il significato metaforico delle azioni emerge dall’interazione tra modalità espressive differenti. In questo caso, il testo declamato, la melodia, la danza e il teatro. La multimodalità rende tangibile come i segni coinvolgano dimensioni cognitive, percettive e corporee e A little bit of moon si configura come un intreccio di segni crossmodali, polifonici e policromi, capaci di coordinare non soltanto l’azione dei performer, ma anche quella degli osservatori. Il segno corporeo è veicolo di memoria in movimento e permette di riconoscere intenzioni, posture e tecniche, creando una profonda relazione intercorporea tra chi agisce e chi osserva. Ogni spettatore ruotava continuamente la testa per orientare il proprio sguardo verso i punti in cui il segno — fisico, sonoro o luminoso — emergeva e si manifestava. In questo ecosistema, il segno funge da dispositivo di mediazione, operando non solo come interfaccia tra i linguaggi espressivi coinvolti, ma anche agendo nel rapporto con il pubblico.

A distanza di un anno dall’applauditissima prima italiana, a mio avviso, è ancora necessario ricordare tali episodi e riflettere sulle danze e sulle storie da preservare. I significati dei simboli di A little bit of the moon trascendono la sfera dell’esperienza individuale e inducono a riflessioni sul presente che non riguardano solo studi in ambito performativo.

Le opere e le collaborazioni artistiche possono fungere da pretesto per aprire dialoghi e spazi di riflessione e per questo non si può che ringraziare Anne Teresa De Keersmaeker e Rabih Mroué, per aver condiviso a little bit of their life stories.

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