Disinnescare automatismi. Il desiderio di esplorare la crisi in Se domani

Apr 21, 2026

La crisi che affrontano i danzatori emerge come condizione strutturale dell’esistenza, nella difficoltà di ognuno di cedere e concedersi all’altro. In scena un duo: interdipendente, vigile, assorto ed esposto. Vedo o non vedo ciò che accade all’altro? 

Il dispositivo coreografico di Se domani, performance di Elisa Sbaragli curata da Marco Burchini, non si limita a una rappresentazione – che sarebbe stata comunque ben resa dalla qualità artistica dei performer – ma va oltre: assume la crisi in quanto principio organizzativo, chiave di violino della partitura coreografica, grammatica del movimento e del pensiero scenico. La drammaturgia, a cui ha collaborato l’autrice Eliana Rotella, è volta a indagare un processo più che sviscerare una tematica. Tutto, dunque, si costruisce per interruzioni, fratture, movimenti spezzati: il gesto nasce e si sviluppa per poi ripetersi senza mai coincidere con sé stesso, come se il corpo fosse guidato verso un’inevitabile ridefinizione del sentire.

I performer, Alice Raffaelli e Lorenzo De Simone, sono vestiti di nero, con abiti morbidi che lasciano intravedere, durante i movimenti, body velati di tonalità differenti. Vengono esposti a una luce fredda sin dall’incipit, senza paura di mostrarsi: prima sfidanti, resistenti e poi vulnerabili. Quando i loro corpi si incontrano seguono l’onda del sentire, ridisegnano le reciproche traiettorie e si cullano in delicati incastri al suolo, in un abbraccio cauto, in un incontro non certo ma reso possibile fino all’ultimo istante. Raffaelli e De Simone – tramite una concentrata presenza – generano significati, attraversati da tensioni e cedimenti. Danzano come su due rette parallele, vicini ma mai abbastanza da toccarsi, l’uno accanto all’altra senza mai essere all’unisono, per ritrovare in primis la propria individualità piuttosto che l’insieme. I loro sguardi non si incrociano, le loro traiettorie appaiono incredibilmente opposte seppur speculari: un corpo avanza e l’altro immediatamente retrocede.

Nel mentre chi osserva scruta, si avvicina, con i pugni sotto il mento, per osservare meglio: un binocolo avrebbe permesso di guardare con ancora più attenzione quei corpi, quella particolarità espressiva capace di tradurre, mediante la gestualità muta del corpo, ciò che normalmente richiederebbe dibattiti prolungati. Lo spettatore ridefinisce il proprio punto di vista nel momento in cui la pièce lavora contro l’aspettativa, sabotando ogni tentativo possibile di previsione. 

Se domani – prodotto da TIR Danza in coproduzione con Art Garage – vince il Premio Danza&Danza 2025 come miglior produzione italiana/autore emergente. I precedenti successi trovano conferma a Napoli, presso spazio Körper, dove l’intenso lavoro ottiene un riscontro positivo ribadito anche nel talk post-show tra artisti e pubblico. Sbaragli lavora con un rigore formale che insiste sulla materialità ed essenzialità del corpo: peso, resistenza, opposizione, concentrazione. Dichiara che, alla base del processo compositivo – durato circa due anni e mezzo – vi è sempre stato un impianto improvvisativo volto a dare forma alla necessità di esporre il corpo in misura tale da non aver più spazio per espandersi. Ne emerge una scrittura che guarda all’esterno, a un meccanismo di ingrandimento verso il fuori, a una dilatazione e amplificazione sensoriale che dalla scena riverbera, silenziosa ma potente, in platea.

L’orizzonte d’attesa, la ricezione e la chiave di lettura della performance si spostano dunque in continuazione, anche nel finale: sospeso, aperto, mai raggiunto davvero. La coreografa non offre una soluzione, non porta in scena un lieto fine, costruisce, piuttosto, uno spazio di pensiero che non solo interroga l’arte performativa, ma tocca anche la filosofia, la società, la vita. Si insinua una tensione irrisolta, un quesito maggiore, un dubbio fondante: se domani mettessimo meno distanze, la crisi cesserebbe d’inondarci? 

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