Diario della ricerca
PULCINELLA ovvero una cosa che somiglia al mondo

di Noemi Francesca

Provo a riorganizzare i primi passi di una ricerca che, diversamente dal solito, di sistematico ha ben poco, forse per il momento specifico in cui si trova a prendere forma, o forse per l’oggetto misterioso di questo cercare, questo tizio con camicione bianco e sotto un maglioncino rosso (per via dei reumatismi di Petito) e in testa un pan di zucchero, detto Pulcinella, ma anche Policinella, Pulicinella, Polecenella, Pullecinella, Pulliciniello, Pulcinello.

Ne cerco l’origine, la nascita, come se ne potessi svelare il segreto. Silvio Fiorillo pare sia il primo ad averlo portato sulle scene, ma qui il grande dibattito si apre, non tutto torna, sono tanti i pezzi che mancano, “se un erudito scoprisse una volta o l’altra il nome teatrale di Pulcinella prima del Fiorillo non me ne meraviglierei”, suggerisce Croce.

Sfoglio il meraviglioso libro di Anton Giulio Bragaglia e mi imbatto nelle grinze dell’incisione della seconda metà del ‘500 di Paoluccio della Cerra e penso al senso di mortalità nei disegni di Watteau che Berger descrive come “le ossa che sembrano vedersi attraverso la carne del volto, come gli occhi possono fissare attraverso la maschera”.

La stessa incisione la ritrovo al Museo di Pulcinella ad Acerra, di cui sono tante le cose indimenticabili, una tra tutte lo sgomento di Tommaso Esposito che mi racconta della saggista olandese Hetty Paerl, autrice de La misteriosa maschera della cultura Europea, che, non potendo immaginare che i fiori della morte dalle nostre parti sono proibiti ai vivi, decide di portare in dono all’associazione di Acerra dei crisantemi.

Lì vedo Pulcinella dappertutto, dai cimeli sacri ai presepi. Mi parlano di Suessula, del fallo al posto del naso, del corno contro la jettatura (certo) e come simbolo di domestica abbondanza. Registro ogni parola con un Tascam DR07 e provo a mischiare quello che vedo ad altri pezzi sparsi che ricordo: gli errori ortografici dell’autobiografia di Petito che mi fanno venire voglia di scrivere uno stralcio dove a parlare è un bambino.

Bruno Leone sfonda il vecchio teatrino san carlino, dopo aver fatto strillare Pulcinella come un neonato per la morte del Carnevale, e dopo avergli fatto partorire dodici uova in un rito sacro di morte e rinascita. La primavera si avvicina, penso.

E poi mi chiedo che fine fa il disegno, e se un disegno c’è è di certo un disegno che non so fare, “pulcino mio chi sei tu, chi mi ricordi tu”.

Antonio Piccolo mi accompagna a vedere Pulcinella e la Morte a casa guarattelle, performa Irene Vecchia e tutto il teatrino trema. Mi fermo sull’immagine di un tendone rosa che mi ricorda il mio immancabile appuntamento al circo da bambina, e mi fa chiedere come si possa mettere sotto sopra la platea di un teatro.

E poi penso ai riti, alla morte, al folklore, alle maschere e mi domando cosa sia una controcultura e come si possa prescindere dal contesto teatrale in cui si opera e dalla relazione profonda con quel contesto. Cosa succede qui al teatro nella sua struttura fisica e filosofica? I teatri stabili sono davvero così stabili?

E poi l’intervista a Marina Confalone, e quella prima indimenticabile pagina di Orfani Veleni di Enzo Moscato, e un collega che sottobanco mi spaccia le registrazioni delle capriole di Ludeno che lo mette in carne e musica.

Ma chi è Pulcinella?

Croce dice dell’impossibilità di darne una definizione, mette in guardia chiunque ci provi, c’è il rischio “che non gli resti in mano nient’altro che un nome e un vestito”. “Aggio capito: je song’ o’ mare, song’ o’ mare!” gli fa dire Agamben. La musica della scrittura di Linda Dalisi in cui Pulcinella si interroga sulle vecchie e le nuove forme: “pecchè non funziona più?”. Eduardo, intervistato da Zeffirelli, ci tiene a chiarire che il teatro deve essere anzitutto “universale”.

L’elogio dell’ozio, i giochi di prestigo, il mistero dei tre nei, “un miscuglio incoerente di furberia e sciocchezza”, l’antilavorismo, la performance drag, Pulcinella e il suo corpo reso goffo per arte, “come doveva essere quello di Adamo ed Eva quando, con un colpo di genio comico, si coprono la nudità con una mutanda di foglie”.

Le parole di Petrolini che mi risuonano nella testa: “ho trovato questa maschera abbandonata e l’ho raccolta”. Croce che si chiede che fine farà Pulcinella, se un giorno ci sarà un attore che lo riporterà nei teatri, sfruttando le contingenze del suo tempo.

Perché oggi? Perché tornare a parlare sulla scena? Di cosa?

Se è vero che Pulcinella è sopravvissuto a una sparizione, allora forse ci si potrebbe iniziare a interrogare proprio su questo.
Leggo Daniel Heller Roazen che parla dei diversi modi di scomparire e mi imbatto nel mito di Butade, in cui l’arte non nasce come doppio delle cose ma come doppio dell’ombra delle cose, il cui cuore fondativo è dunque un’assenza, un fantasma.

Si dice che nell’aldilà le galline finalmente volino. Come in un disegno di Bruegel, realtà e progetto diventano inseparabili e ci si ritrova “alle soglie della creazione del mondo” o di qualcosa che gli somiglia.