A volte sono le presenze più silenziose a testimoniare più fedelmente la vita di tutti i giorni, quella che si contraddistingue per la monotonia, l’abitudine, la familiarità. E chi meglio di un cane molto amato può aver assistito al viavai della vita di una coppia? Un cane, in fondo, è un essere di cui non serve preoccuparsi troppo. Certo, l’impegno viene dopo, si costruisce con l’affetto che si inizia a provare nei suoi confronti ma, nonostante le difficoltà, è una fatica che si fa volentieri. Allora, cosa succede quando questo cane muore? Quando viene meno il testimone silenzioso di una vita di coppia?
La compagnia Teatrodilina porta al Teatro Argot Studio di Roma Diario di Lina, l’intimo commiato di una coppia dalla loro amatissima cagnolona, Lina. E anche dalla loro relazione.
In uno spazio spoglio, suddiviso da siepi di luminarie, lo spettacolo apre con tenerezza una finestra sullo spaccato di una coppia che compie una sorta di elogio funebre per Lina. È un’atmosfera dolce, che non mette mai lo spettatore nella posizione di star spiando una vita che non è la propria, ma piuttosto lo invita a osservare, con rispetto, un anfratto della loro intimità. La scenografia sembra evocare uno spazio naturale ma razionale, come un giardino pubblico dove si possa portare a spasso un cane; eppure non si pone mai di forzare l’interpretazione dello spettatore, come se la regia di Francesco Lagi, autore del testo, avesse usato lo spazio scenico per ritagliare un momento sospeso dove tutto si è fermato – tutto si ferma, proprio ciò che sembra succedere quando subiamo un lutto. I movimenti si fanno più lenti, le parole pesano di più, e sembra che ogni scelta sia definitiva, fatidica.
Qui si trova la forza dello spettacolo, che sovrasta le piccole stonature di ritmo che permangono in certi passaggi: una partitura che parte dalla condivisione di un piccolo dettaglio – i movimenti che Lina faceva mentre dormiva, ad esempio – per allargare il campo e affrontare argomenti relazionali. Questo processo permette di parlare del singolare per raggiungere il generale, ma dall’altro lato costringe lo spettatore a un continuo esercizio di focalizzazione che si ripete, sempre uguale se stesso: si deve ascoltare prima l’aneddoto romantico o familiare e poi tentare di immedesimarsi nel tema universale che quel piccolo dettaglio nascondeva, per poi ritrovarsi a ripetere la stessa modalità di fruizione poco dopo, non appena la tensione si allenta e l’andamento dello spettacolo si assopisce in una piccola pausa.
Vi è quindi una tendenza a ricadere nelle stesse involuzioni narrative, con dialoghi molto dilatati e parole che si ripiegano su sé stesse, sugli stessi argomenti, precludendo alla coppia la possibilità di analizzare la fine della relazione tramite aspetti diversi da quello della discussione, del confronto dialogico.
Questo genere di interazioni – va detto – rispecchia una tendenza piuttosto comune a chiunque abbia affrontato la fine di una relazione seria: il rimuginare sui fatti, l’ossessivo svisceramento delle emozioni e delle parole per cercare di capire cosa sia andato storto, anche se non è più possibile porvi rimedio. E ogni tanto il testo non sembra trovare la giusta sinergia nell’unire i ricordi legati al cane e quelli legati, invece, all’amore finito.
In generale, si tratta di un lavoro che punta a mettere a fuoco la banalità delle rotture amorose, attraverso l’incontro di due attori molto capaci, Francesco Colella e Anna Bellato, che riescono a non scadere mai nell’acredine dei rapporti chiusi tra due ex partner. Forse c’è dell’amarezza per un’occasione sprecata e se c’è stata rabbia, ora, è sostituita dalla nostalgia per la persona che una volta era la preferita in assoluto. Gli attori sono riusciti a trasmettere un affetto reciproco disarmante, inquadrando come la tristezza per la perdita e l’affetto possano coesistere senza togliere nulla l’uno dall’altro.
Esattamente come quando muore il proprio cane. Queste banalità, che sono tali, solo in virtù del fatto che le abbiamo vissute tutti almeno una volta, non vengono mai poste sotto una luce canzonatoria o sarcastica. Piuttosto, la drammaturgia inverte di segno quella “banalità amorosa”, sostituisce quella sua accezione negativa e la restituisce alla fine dello spettacolo come qualcosa che unisce, a dimostrazione del fatto che, per fortuna, sotto certi aspetti ci assomigliamo molto più di quello che pensiamo.

Nata in Germania nel 1999, cresciuta in Brianza, attualmente vive a Roma. Nel 2025 consegue il titolo di Laurea Magistrale alla Sapienza con una tesi sugli aspetti filosofico-cognitivi della spettatorialitá; si occupa di organizzazione teatrale e di progetti culturali.
















