Applicare il nostro sguardo sul mondo alle vite altrui è un errore che commettiamo spesso, ma le vite delle altre e degli altri non sono la nostra e a nessuno spetta decidere come e quali esistenze validare. Creare delle sacche, costruire delle oasi di dignità non può bastare, non deve bastare. Perché ogni spazio e ogni tempo dovrebbero essere protetti, per chiunque, senza distinzioni.
Trasciniamo zavorre di pregiudizio, incrostazioni stratificate di rifiuto, storie di disuguaglianze che appiccano il fuoco dell’odio.
L’erosione dello Stato di diritto che stiamo subendo, a ogni latitudine, disegna un mirino proprio al centro della nostra fronte. Davvero c’è chi può dirsi al riparo?
Violenza su violenza. Morti su morti, su morti, ancora morti. Non facciamo altro che contare corpi esanimi come non fossero mai appartenuti alla vita: la risacca del mare li riporta a galla, i genocidi li dilaniano, i soprusi li soffocano. Che possiamo farci, in fondo, saremo mica noi che armiamo il braccio dei potenti?
Tutte le volte che ci giriamo dall’altra parte, che non ci esponiamo, abbandonando chi soffre pene che pensiamo di non dover lenire. Quando ci nascondiamo dietro le alte siepi del nostro privilegio, il privilegio di poter esistere.
Insieme ai diritti finisce abrasa la sensibilità delle persone. L’orrore che ci insanguina i pensieri non diventi mai abitudine, l’assuefazione è un piovasco di ghiaccio secco che blocca il dolore solo temporaneamente. Allora generiamo tempeste, un nuovo vento che spiri, ci accarezzi la faccia e ci risvegli.
Ma se la motivazione si trova nel pietismo è meglio desistere. Quello che somiglia a un afflato di umanità cela l’urgenza di un rovesciamento perché trasforma la sofferenza dell’altro in un oggetto di osservazione, ponendoci in una posizione di preminenza.
La discriminazione sistemica su cui si è sviluppata buona parte della Storia e della cultura dell’Occidente e del nostro Paese affonda le radici nel colonialismo, responsabile di un apparato di costruzioni razziali che ha svolto una funzione determinante nella formazione dell’identità italiana.
La persistenza dello stereotipo che riconosce certi corpi unicamente quando vengono oggettificati, ipersessualizzati, ghettizzati, e che si attutisce solo con la negazione dell’agency, interroga il nostro stesso comportamento di fronte a ognuna delle diversità che interpretiamo come tali.
L’intersezionalità – che ha origine in ambito femminista africano americano e che afferma che categorie di oppressione come genere, razza, colore, classe, sessualità, religione, cittadinanza, età, abilità, esistono e agiscono simultaneamente – rimarca la coesistenza di una moltitudine di dimensioni negli individui che ne plasmano l’identità interagendo con il contesto e combinandosi tra loro.
La complessità è il grimaldello di un’apertura all’esistente, al possibile, a ciò che non viene considerato per semplificazione.

Di cosa parli quando parli di me?
Da dove decidi di partire?
Dal colore dei miei capelli, dalla forma delle mie mani, dalla disposizione dei miei nei? O dalla mia condizione, da ciò che il mio corpo è capace o incapace di fare, da dove provengo, dalla maniera in cui vivo la sessualità, dall’impasto narrativo e politico di cui sono fatta?
Che parole usi per parlare di me?
Sta tutto nelle scelte che compiamo, nelle categorie cui attingiamo per smistare il mondo. Un mondo costruito da alcuni per certi altri secondo standard di normalità che dividono in maggioranze e minoranze, selezionando campioni di umanità e utilizzando per reagente l’ingiustizia sociale.
Siano esse fisiche, architettoniche, mentali, il risultato sono nient’altro che barriere. Ciò che separa e costringe mai ambisce al bene.
Già agli inizi del Duemila l’inclusione è emersa come nuovo paradigma culturale ma, trascorsi due decenni, la sua necessità fatica ancora ad affermarsi.
Come spesso accade, i movimenti nati dal basso hanno sospinto molti dei progressi ottenuti con iniziative autogestite, ideate per arginare odio e discriminazione in ambienti ostili ma la deresponsabilizzazione che paralizza buona parte delle istituzioni ha rallentato il processo e ridotto la portata dell’azione.
A tal proposito, è proprio con un’istituzione che mi confronto, il Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, che mi ha invitata a Padova per prendere parte a UAD Festival, rassegna di spettacoli, talk e workshop, incentrata sull’accessibilità in ambito culturale e artistico, che suggella la conclusione di un percorso di scambio e formazione tra partner internazionali, con il coinvolgimento di sette compagnie da Italia, Serbia e Polonia.
«Per noi vengono costruite delle riserve naturali. Per noi parlano gli abili». Francesco Stefanizzi, attore, autore, membro del collettivo Al.di.qua.Artists – che promuove nuove narrazioni e tutela la dignità professionale di artiste e artisti con disabilità – apre così il suo intervento dedicato alla programmazione accessibile nell’ambito delle performing arts, ospitato dal Festival.
Prosegue ponendo nel suo discorso due leve importanti: quella della dignità economica e giuslavoristica di professionisti e professioniste della scena con disabilità e quella della responsabilità di chi orienta il sistema nella creazione di cartelloni universali in cui vi sia la coesistenza di tutte le comunità, con criteri di rappresentazione che devino dai filoni narrativi precostituiti.
Lo stesso UAD non corre allora il rischio di rappresentare a sua volta una riserva? – mi chiedo mentre ascolto il racconto di Francesco.
Quel che è certo è che si tratta del dichiarato tentativo – tutt’altro che scontato – di porre un’istituzione in dialogo con un popoloso sottobosco fatto di corpi, professionalità, storie che sulle nostre scene trova una risibile rappresentanza, in molti casi affidata a chi a certe comunità neanche appartiene.
Scontata non è nemmeno la relazione che UAD Festival ha costruito con la città di Padova, non limitandosi ad abitare il Teatro Maddalene e il Teatro Verdi, piuttosto fuoriuscendo, attraversando strade, piazze, spazi culturali, creando sinergie, per coinvolgere in maniera orizzontale il più ampio numero di persone e contaminare, contaminarsi con una moltitudine di punti di vista.
Quanto al rischio, è proprio nella sua assunzione che risiede la forza del progetto UAD: agire e, nel mentre, mettersi alla prova, capire, scoprire nel confronto i limiti strutturali e culturali su cui è necessario intervenire, imparare a fare di più e meglio.
La scena è politica, un acceleratore di coscienze che non può negarsi alla responsabilità di concorrere alla rottura di codici e pratiche discriminatorie, all’autodeterminazione dei corpi. Mi pare questo il fil rouge che tiene assieme le proposte di UAD Festival e nondimeno un coraggioso ancoraggio al reale. Coraggioso perché queste artiste e questi artisti si posizionano in un presente aperto, slogato, cucendosi addosso voci che sono una e tante contemporaneamente.

In Un altro nome – chiamarci Giulietta e Romeo, Luce Sant’Ambrogio e Giacomo AG riflettono su identità e ruoli, sulla loro simbolizzazione e strumentalizzazione, rompendo il paradigma cisgender dell’amore romantico. Non una queerizzazione dell’opera shakespeariana ma una libera interpretazione che affermi l’esistenza di chi è stato epurato dalla Storia. Nel convocare la discriminazione di genere dell’oggi, la cronaca si fa supporto: nei video proiettati sul fondo della scena vuota del Teatro Maddalene, un footage di storture da salotto televisivo e il criminale epilogo di un amore ritenuto sbagliato, in quanto non eteronormato, contrastato fino alla morte.
Ancora un caso di cronaca è l’origine di Gorgon Syndrome, che ha visto in scena Tatsiana Popova, Yana Alekseenko, Alana Ivory, Nela Agrenich, Sonia Rosa. Lizaveta Herzen è una giovane donna violentata e assassinata a Varsavia, la cui morte ha generato un’ondata di indignazione che il 26 marzo 2024 ha portato in piazza centinaia di donne provenienti da tutto il Paese. L’impianto performativo si srotola attorno a quattro episodi di violenza subiti da donne oppresse nel corpo e che attraverso il corpo trovano la propria struggente liberazione. Un grido collettivo contro l’ingiustizia.
Con Nothing, Monika Czajkowska e Paweł Bernadowski, portano in scena il disagio mentale, l’alienazione, la spersonalizzazione del lavoro. Un dispositivo di teatro dell’assurdo che affronta il concetto di vacuità con diversi registri, fino a giungere all’amarezza di una condizione di assoggettamento ai ritmi imposti dalla società del consumo, che trasforma persino il “nulla” in un prodotto.
Per favore non Riccardo III, di Giammarco Pignatiello, Benedetta Pigoni, Cristian Viscione e Alessandra Curìa avrebbe dovuto chiudere la settimana di UAD Festival. Al suo posto, una conferenza spettacolo in cui il regista Giammarco Pignatiello e l’attrice Alessandra Curìa ripercorrono le tappe di un lavoro che non ha incontrato la scena per l’indisponibilità di Cristian, performer affetto da atrofia muscolare spinale (SMA).
«Cristian non interpreta la sua condizione: la attraversa e forza il dispositivo stesso della rappresentazione. Non chiede pietà né comprensione. Chiede scena. Chiede spazio. Chiede possibilità. Per favore, non Riccardo III non è solo un rifiuto: è una presa di parola. È il rifiuto di essere interpretato da altri. È la rivendicazione di essere, finalmente, soggetto della propria rappresentazione», si legge nei materiali di sala. Ecco perché non vi è sostituzione possibile. Ecco perché, senza Cristian, lo spettacolo non può esistere.
Gianmarco e Alessandra allora si adattano: quel che conta è proteggere il processo e, in un processo etico-politico, contemplare il fallimento. Una rottura, ancora: quella dell’iperperformatività abilista del teatro.

Durante la conferenza di chiusura di UAD, che ha riunito intorno a una tavola rotonda i partner di progetto – Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, WOAK e Kulturanova – e le artiste e gli artisti coinvolti per un confronto sul percorso giunto a compimento, appare evidente che l’esperienza abbia rappresentato l’avvio di un cammino più ampio in cui monta l’urgenza, una volta ancora, di uno sconfinamento e dell’autodeterminazione.
Nel parlare di desideri, niente di più tangibile si manifesta nei loro discorsi: allargare il network, creare una rete internazionale compartecipata da artiste, artisti, realtà che offra la possibilità di estendere il dibattito a tutto il mondo dell’arte e della cultura e soprattutto alla società intera. Alle istituzioni la richiesta di destinare risorse specifiche per la ricerca artistica delle diverse comunità. Per trasformare un esercizio di inclusività in accessibilità.
E a questa trasformazione non può sottrarsi nessuno, perché chiama in causa tutte e tutti: difendere i diritti degli altri, delle altre, significa salvaguardare i propri diritti.
Di cosa parli quando parli di me?
Di te. Nient’altro che di noi.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.
















