Danza e tecnologia, un dialogo contemporaneo

Set 1, 2025

La convergenza tra danza e tecnologia segna oggi una profonda evoluzione del linguaggio coreutico.
La danza, nel tempo, si è adattata a svariati cambiamenti e l’avvento delle più moderne tecnologie ha trasformato il modo in cui viene ideata e rappresentata: strumenti digitali, software di composizione, intelligenza artificiale, realtà virtuale, proiezioni interattive, sensori di movimento sono entrati a far parte del vocabolario coreografico, dando vita a un linguaggio ibrido che fonde corpo e macchina. Questo incontro tra danza e tecnologia non si limita a una semplice modernizzazione dell’estetica scenica, apre nuove prospettive concettuali e pratiche.
I confini tra performer e spettatore, tra presenza fisica e immagine digitale, tra spazio reale e virtuale sono sempre più sfumati. La scena diviene uno spazio aumentato, reattivo, a volte persino generato in tempo reale in base ai movimenti dei danzatori. 

La tecnologia si presenta non solo come uno strumento ma anche come un interlocutore creativo. Qual è il ruolo del coreografo in una performance co-creata con algoritmi?
L’introduzione di software specifici per la composizione coreografica ha rivoluzionato il lavoro tradizionale delle coreografe e dei coreografi in tutto il mondo. Programmi come DanceForms, Lifeforms o Choreographer’s Notebook permettono di simulare i movimenti su schermo, aiutando a visualizzare, correggere e sperimentare il movimento prima di metterlo in pratica. Merce Cunningham, figura cardine della danza, è pioniere nell’uso del software LifeForms: ha coreografato Biped, nel 1999, in cui immagini digitali e astratte si muovono sul palco insieme ai danzatori, dando vita a una doppia coreografia: una visibile attraverso il corpo e l’altra nella luce.  

Il concetto di corpo aumentato è un altro sviluppo, forse uno dei più interessanti, ampiamente messo in pratica: attraverso sensori di movimento, tracciamento ottico, utilizzo di esoscheletri, il corpo danzante interagisce con la tecnologia. Un esempio emblematico è dato dalla performance Symphonie 5.1 in cui Isabelle Van Grimde si serve di due danzatori per utilizzare la motion capture e trasformare i movimenti in una composizione audiovisiva interattiva.
In questo contesto, vale la pena menzionare il lavoro della compagnia australiana Chunky Move. L’ultima produzione U>N>I>T>E>D, diretta e coreografata da Antony Hamilton, presentata in prima europea alla Biennale di Venezia, indaga il concetto di misticismo della macchina. Mettendo in scena sei danzatori, il coreografo mira a porre una sintesi tra corpo e macchina in cui l’uno è nell’altro e il secondo diviene prolungamento del primo. L’ipnotica performance mette in connessione i danzatori – e gli esoscheletri che ne estendono i corpi – con l’ambiente artificiale che li circonda e quasi li ingloba. Si tratta di un viaggio contemporaneo nell’archetipo, attraverso la creazione di nuove divinità tecnologiche. Una lotta verso il conclusivo abbandono delle macchine che suggella un interrogativo importante: ne abbiamo bisogno o è necessario invece allontanarsene per essere più liberi?

Un altro approccio interessante è quello che considera la tecnologia non solo come supporto, ma come partner coreografico. Non mancano performance che si servono dell’intelligenza artificiale quale protagonista della scena, pronta a creare pattern coreografici e a guidare i performer che improvvisano seguendo le indicazioni date in tempo reale. Ne è un esempio il progetto AI_am della compagnia svizzera Cie Gilles Jobin, sviluppato in collaborazione con l’EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne) che esplora proprio le possibilità creative dell’IA nel suggerire e generare risposte motorie, interagendo con gli artisti. 

Anche la ricercatrice Marlene Monteiro Freitas integra spesso nei propri lavori coreutici elementi scenici robotici o meccanici che reagiscono al movimento umano. In BACCHAE – Prelude to a Purge, il confine tra umano e artificiale è continuamente messo in discussione.

Lo stesso confine tra umano e artificiale è indagato in maniera differente da Wayne McGregor, coreografo di spicco nel panorama internazionale, direttore artistico della Biennale Danza che, proprio durante l’ultima edizione del Festival, ha presentato la propria installazione ON THE OTHER EARTHPossono assistere massimo venti persone – o meglio, partecipare –  all’installazione coreografica post-cinematografica i cui protagonisti non sono solamente i performer della Wayne McGregor Company e del Balletto di Hong Kong: anche chi osserva può liberamente muoversi nello spazio, creando in tempo reale una nuova visione del lavoro.
Danza, imaging digitale, suono spazializzato e IA, ambientati all’interno dello schermo nVis di Jeffrey Shaw e Sarah Kenderdine, immersivo e stereoscopico a trecentosessanta gradi con ventisei milioni di pixel, annullano il confine tra presenza e assenza, generando incontri surreali, sovvertendo le tradizionali percezioni performer-audience. 

Un’esperienza simile può raccontarla il pubblico presente al Fuori Programma Festival diretto da Valentina Marini che si è ritrovato lo scorso luglio a Roma, in una delle sale del Teatro India, attraverso KRUID di Sau-Ching Wong, Carles Castaño Oliveros e Servicios inmersivos, a interagire con lo spazio scenico grazie all’utilizzo di visori. La narrazione della performance è in continua evoluzione proprio a causa dell’interazione dei partecipanti che entrano in questo ambiente di danza interattiva modellata su una realtà 3D. 

Dunque, due progetti, questi ultimi, che fanno comprendere quanto il ruolo dello spettatore diventi spesso parte attiva del lavoro performativo-tecnologico. In performance immersive o rese tramite realtà virtuale, per esempio quelle sviluppate anche da altri artisti come Blanca Li o dalla compagnia Seduced by Robots, il pubblico entra fisicamente o virtualmente nello spazio scenico, sperimentando una forma di danza partecipativa, in cui i propri movimenti possono influenzare l’ambiente performativo.Vi sono sempre più performance arricchite grazie all’utilizzo della tecnologia, generando effetti di spettacolarità che non sono dati solo dai corpi ma anche da strumenti aggiuntivi, appositamente creati e strutturati a fini coreografici. Un lavoro, quello del coreografo, articolato e sorprendentemente al passo coi tempi. Basti pensare alle performance citate in precedenza, a quelle di Wim Vandeybebus, Marcos Morau, ai progetti del Centro Coreografico Internazionale AterBalletto. Eppure, il pubblico che vive in un’epoca digitalizzata e iper tecnologica, quando va a teatro, è curioso di assistere ai modi in cui il corpo si interseca con la tecnologia o ricerca, nella danza, l’autenticità?

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