Il rapporto tra danza e musica può dirsi secolare. Pur appartenendo a codici distinti hanno costruito nei secoli un linguaggio comune. Sono arti sorelle: possono fondersi ma anche essere indipendenti l’una dall’altra. In effetti, la danza non è mai solo un accompagnamento visivo della musica, né la musica guida costantemente il movimento. Nel tempo si assiste a un cambiamento: se nel balletto classico la musica svolge un ruolo determinante con l’orchestra che guida i passi del corpo di ballo, nella danza contemporanea e nelle pratiche coreografiche attuali, il suono può essere assente o generato dai performer.
Nel balletto ottocentesco – si pensi a capolavori come Giselle o Il lago dei cigni – la partitura musicale svolge una funzione fondativa. Determina non solo la dinamica ma anche l’articolazione del balletto stesso, dato che ogni gesto si manifesta come traduzione di note e accenti. Nel balletto, il compositore e il coreografo lavorano insieme per un effetto sinestetico. Con il Novecento, invece, il rapporto danza-musica inizia a incrinarsi. L’avanguardia russa – basti pensare al celebre esempio di Le Sacre du Printemps del 1913, con la musica di Stravinsky e la coreografia di Nijinsky – rompe i codici classici. La danza non cerca più la grazia ma l’istinto, o meglio, il rito. Con la postmodern dance, negli anni Settanta e Ottanta, il paradigma cambia: la danza si emancipa dalla musica, rifiuta l’accompagnamento sonoro, si costruisce sul silenzio, sul suono ambientale e naturale. Nel panorama coreutico attuale, la relazione tra gesto e suono si declina in diverse direzioni: ci si ritrova, spesso, di fronte a silenzi o a suoni prodotti dai performer.
Tra i lavori recenti occorre menzionare quello del coreografo nigeriano Qudus Onikeku. La pièce Re:Incarnation, presentata al Romaeuropa Festival nel 2023, fonde afrobeat e musica electro. Qui i danzatori sono anche musicisti, cantano, interagiscono con gli strumenti. Più che semplice accompagnamento, il suono diviene veicolo di espressione identitaria.
C’è poi da considerare la presenza degli strumenti in scena. Essi divengono parte integrante della costruzione coreografica e offrono la possibilità di far dialogare musicisti e danzatori. Ciò accade, ad esempio, nella performance In C di Sasha Waltz (2021). Ispirata al brano minimalista omonimo di Terry Riley del 1964, la pièce è stata presentata anche a Venezia, durante l’edizione del Festival di Danza Contemporanea Myth Makers, per le danzatrici e i danzatori Biennale College. Sin dal principio risulta chiara la relazione tra danza e musica: i performer, tutti a piedi nudi, camminano in silenzio e in diverse direzioni, occupando l’intero spazio scenico. I ruoli dei performer si fondono fino a definirsi in un momento preciso, quando i musicisti si posizionano accanto ai propri strumenti e i danzatori si concentrano per dare inizio ai loro 53 movimenti da articolare tramite l’improvvisazione strutturata. La musica dal vivo del Syntax Ensemble e la libertà compositiva del processo coreografico, restituiscono al pubblico una visione potente, attenta, armoniosa e partecipativa.
Inoltre, di particolare rilievo è ciò che emerge dal noto Rosas danst Rosas del 1983. La coreografa Anna Teresa De Keersmaeker crea una performance in cui si producono movimenti minimali seguendo uno schema fisso che si ripete, generando una partitura corporea che quasi sovrasta quella musicale, costantemente presente in sottofondo. I suoni spesso sono prodotti dai corpi stessi: respiri, battiti al suolo, rumori degli oggetti e/o delle sedie. Si tratta di una sequenza coreografica autogenerata, in cui la musica è integrata nel movimento e non esterna a esso. Ancora, un ulteriore riferimento è da ricercare in Speechless Voices (2019) di Alessandro Sciarroni, in cui i performer lavorano sul suono della voce, sul respiro, sul rumore che provoca il movimento. Non c’è colonna sonora: è il corpo stesso a produrre il suono, fatto di voce, laringalizzazioni, sospiri. È una danza che non ha bisogno di musica: la crea.
Anche William Forsythe ha prodotto coreografie in cui la musica è marginale o inesistente. In Human Writes (2005), i danzatori scrivono testi su fogli sparsi, interagendo con oggetti. Il suono è quello dell’azione, della carta, dei respiri, dei passi. In Friends of Forsythe, presente alla Biennale di Venezia per il 19º Festival Internazionale di Danza Contemporanea, sono i corpi dei danzatori che sapientemente creano la musica. Questo accade anche in Neighbours, presente al FuoriProgramma Festival 2024, firmato dal b-boy Rauf “RubberLegz” Yasit e dal danzatore Brigel Gjoka.
La danza contemporanea non accetta più ruoli rigidi. Il danzatore può essere anche performer vocale, il suono può nascere dall’azione, il silenzio può diventare protagonista. Questa scissione tra gesto e partitura, iniziata nel Novecento, oggi assume una funzionecritica ed estetica. Danzare senza musica non è solo una scelta tecnica. Si tratta della messa in pratica di una riflessione sulla percezione, sull’ascolto attivo come atto creativo. La scena coreografica attuale, nelle sue molteplici diramazioni, ci dice che la danza non è subordinata al suono e che la musica non è sempre necessaria per dare senso al gesto. Forse è proprio in questa libertà che il corpo trova, oggi, la sua rappresentazione più autentica.

Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.















