Dalla gavetta ai social: la parabola ascendente di Sandro, un comico “vecchio stile”

Nov 7, 2025

C’è chi da anni calca i palchi per costruire la propria credibilità artistica e per cui il proprio profilo social è diventato un archivio e uno strumento di promozione, piuttosto che il medium privilegiato con cui far ridere. Alessandro Cappai – in arte Sandro – è uno di quei comici che ha iniziato come autore per poi salire sui palchi di tutta Italia e, solo dopo, ha raccolto il frutto del suo lavoro anche su piattaforme digitali.

La strada per la comicità al giorno d’oggi sembra lastricata di clic: l’impatto mediatico, o meglio social mediatico, è determinante. Si parla di numeri, followers, condivisioni, sponsorizzazioni. Un singolo video virale può dare alla carriera di un aspirante comico una spinta molto più potente di cinquanta serate ben riuscite nei locali di open mic o di improvvisazione. I social sono un trampolino di lancio, è un dato di fatto. Eppure, c’è chi questo mestiere lo fa da prima del dominio digitale, da un’era pre-covid in cui su Instagram il massimo della condivisione erano i video con effetto boomerang e per cui le spunte blu non si compravano come le indulgenze ai tempi di Lutero. Per parlare di stand-up comedy, però, non si dovrebbe prescindere dal contatto con il pubblico, quello reale, non quello virtuale che mette i cuoricini e le emoji di risata. Perché la gavetta, in tutti i mestieri artistici e non, è fondamentale: affrontarla dà frutti che durano a lungo. E risate. Quelle vere.

Abbiamo parlato con Sandro di gavetta, di comicità “dal vivo” e di quanto la Sardegna, con la sua distanza e la sua unicità, possa influenzare lo sguardo ironico su ciò che ci circonda.

In che fasi puoi distinguere la tua gavetta?

Ho fatto l’autore per comici per anni, sia del cabaret locale che della scena nazionale. Mi cagavo sotto all’idea di salire sul palco, quindi scrivevo per altri, ma molto spesso mi trovavo a fantasticare su quando avrei trovato il coraggio di salirci anch’io.
Poi è successo che Albert Huliselan Canepa – un altro comico cagliaritano che ora è diventato uno dei miei più cari amici – all’epoca iniziava a frequentare le serate di stand-up a Roma e a Milano, e mi ha chiesto se mi andasse di organizzare con lui qualche serata in Sardegna. Così abbiamo fondato Stand-up Comedy Sardegna e, anche grazie a lui, ho trovato il coraggio di salire sul palco.
Poi con gli anni ho iniziato a spendere ogni singolo soldo che facevo in aerei per fare open mic in giro per l’Italia, confrontarmi con più artisti possibili e farmi conoscere. Da lì sono arrivate le prime serate pagate, e così via.

Qual è stata la tappa o esperienza che reputi fondamentale per definire la tua carriera? 

Ci sono stati tanti episodi, è successo tutto molto gradualmente, anche se magari da fuori non è parso così. Sicuramente la tappa fondamentale è stato il mio special autoprodotto e pubblicato su YouTube nel 2022.
Venivo da una situazione un po’ complicata: stavo lavorando come autore a un progetto che non ha mai visto la luce e quando è saltato tutto mi sono ritrovato senza soldi e senza serate in vista e – non per farla troppo romantica – mi sono reso conto che l’unica cosa che avevo era il mio spettacolo di stand-up. Ho preso gli ultimi soldi che avevo e l’ho registrato. Ora è diventata ordinaria amministrazione per un comico che finisce un tour, ma all’epoca non c’erano molti esempi di spettacoli completi su YouTube, e forse è stato anche questo che mi ha premiato. Poi magari era anche un bello spettacolo, chi lo sa.

Quanto tempo è passato tra l’inizio delle prime serate di stand up e il momento in cui hai detto “questo è il mio lavoro”?

Una cosa che dico sempre è che ad avermi aiutato a vedere la comicità come un lavoro, e non solo come la cosa che sognavo di fare, è il fatto che i “lavori veri” che ho fatto o che mi sono stati proposti negli anni erano talmente poco retribuiti che a un certo punto mi sono accorto che, nonostante con la stand up non guadagnassi molto, era comunque più di quello che mi veniva offerto in alcune proposte lavorative. 
Ricordo che una volta mi chiamarono per fare una sostituzione in un magazzino a fare inventario, mi avrebbero dato 50 euro. Non andai perché lo stesso giorno avevo una serata di stand-up in cui me ne davano 60. Forse quella è stata la prima volta in cui l’ho pensato.

La regione d’origine influenza la percezione di comicità? Nel tuo caso la sardità che peso ha avuto nel tuo percorso? 

Direi di sì, anche perché la Sardegna non è solo una regione. Siamo un po’ un mondo a parte, e lo dico in senso buono. Non ho mai visto il fatto di essere un pezzo di terra in mezzo al Mediterraneo come un isolamento, ma al contrario, come qualcosa che ci apre al resto del mondo. Siamo influenzati da quello che succede in Italia esattamente come lo siamo da quello che succede in tutto il globo. Per andare a Londra devi prendere un aereo esattamente come per andare a Roma, per cui mentalmente è come se la distanza fosse la stessa.  Sicuramente è stato complicato a livello logistico, ma anche questo ha avuto i suoi lati positivi: le prime volte che prendevo un aereo per fare una serata a Roma o a Milano, sapevo di dover dare tutto perché sarebbero passati mesi prima di avere un’altra possibilità.

Cosa è cambiato secondo te ora rispetto a quando hai cominciato nel percorso da comico? 

È cambiato parecchio il modo in cui ci si approccia alla carriera. Quando ho iniziato, nel 2016, di stand-up c’era molto poco in Italia, quindi lo facevamo più che altro per amore della risata, non tanto perché eravamo puri, ma perché proprio non c’era molto a cui puntare, a parte migliorarci.
Un comico che inizia oggi invece sente immediatamente l’ansia di “svoltare”. Il lato positivo, però, è che ora ci sono molte più serate rispetto a dieci anni fa; quindi, un comico ha la possibilità di crescere molto più velocemente. 

Quale è stata la serata più bella che hai fatto finora e quale la più disastrosa?

Probabilmente la più bella è stata la prima volta nella sala grande del Teatro Massimo di Cagliari. Due sold out di lunedì sera, fu una follia. In generale la data di Cagliari è sempre quella che sento di più. La mia città mi dà un sacco di affetto e di supporto, non so se me lo merito, ma è sempre una cosa bellissima che non smetterà mai di emozionarmi, e questa sensazione me la porto un po’ ovunque quando vado in tour.

La più disastrosa fu la mia seconda serata in assoluto. Siccome la prima sul palco andò molto bene, sono salito la seconda volta convinto di saper fare questa cosa. Com’è giusto che sia, quella sera il dio della stand-up mi ha punito severamente. Fu un disastro. Gelo assoluto. Eravamo in un locale all’aperto in un parco a Carbonia. Ricordo ancora il rumore dei grilli in lontananza ogni volta che una battuta andava nel vuoto, sembravano aggiunti in post-produzione. Fu una serata terribile per tutti i comici, dopo quaranta minuti ci siamo arresi e abbiamo salutato.

Alla fine di quella sera, andammo a prendere il nostro umile rimborso benzina, e il titolare del locale mi diede il più grande consiglio che io abbia mai ricevuto. Ci disse: “Ragazzi, la prossima volta cercate di far durare un po’ di più lo spettacolo”. E imbarazzato aggiunse: “E poi… cercate di diventare bravi”. Aveva oggettivamente ragione.

Cosa è considerato ancora tabù in Italia a livello di comicità? 

In generale credo che i tabù cambino in base al contesto. Di base, si parla tanto del politicamente corretto, delle femministe che si incazzano, che non si può più dire niente, ma la verità è che quelli che si incazzano di più sono ancora gli stessi di sempre: i conservatori, i fasci. Non nego che a sinistra ci siano persone che tendono a mettere ogni singola battuta sotto la lente d’ingrandimento per individuare qualcosa di sbagliato e incazzarsi, ma la destra sulla libertà d’espressione ha mentito spudoratamente per anni, e ora lo stiamo vedendo chiaramente, in Italia come negli Stati Uniti.

Cosa consiglieresti a chi vuole iniziare? E cosa consiglieresti al te stesso di 10 anni fa?

Cerca di diventare bravo.

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