«Solo corpi, visioni e presenze» così recita l’appuntamento per la sesta edizione del festival Futuro Roma, con la direzione artistica di Alessia Gatta, che vedrà da maggio a ottobre 2026 diversi spot romani ospitare laboratori, workshop e allestimenti coreografici sperimentali.
E in effetti i due spettacoli andati in scena il 30 maggio al Brancaccino sembrano incarnare perfettamente questa indicazione. In prima istanza assistiamo a Sotto la superficie, progetto nato dalla collaborazione tra Giulia Alvear Calderon, ballerina performer e coreografa italo-ecuatoriana, e Ervin Dos Santos, campione Beatbox categoria Loopstation. La scena li vede insieme, entrambi protagonisti di qualcosa che sembra accadere nell’imprevisto: mentre Dos Santos suona con bocca e viscere, Alvear Calderon reagisce con il corpo.
Ed è praticamente incontestabile questa gerarchia perché il movimento sembrerebbe essere una vibrazione corporea generata, in maniera involontaria, da quelle che sono invece le vibrazioni sonore che riempiono lo spazio. Un gesto che arriva sempre un nanosecondo dopo, come il sussulto di uno spavento, e che finisce per fondersi con la musica. La rappresentazione del caos urbano e il suo relativo impatto sull’inquinamento acustico – questo l’intento descritto – prende la forma di uno spaventapasseri che di spaventoso non ha quasi nulla. Come quelle figure rituali che ci impressionano e allo stesso tempo ci incuriosiscono, Alvear Calderon reagisce alle modulazioni di Dos Santos in una frenetica danza attraverso cui, strato dopo strato, come fogli di giornale, si spoglia fino a rimanere esanime, priva di ogni vibrazione. Cosa sono quegli strati? Forse lembi cuciti nella naturale frenesia urbana che danno un generico senso di noi stessi e che però, con altrettanta semplicità, si sfaldano nel momento di massima sopportazione fisica.
La messa in scena è efficace, le due parti dialogano e si accompagnano senza oscurarsi. Alvear Calderon riesce a portare fino all’esasperazione il pandemonio cui assistiamo – sicuramente esplicitato da un costume davvero esuberante e una scena parecchio disordinata – in una climax di trambusto anarchico che reagisce a una sola regola: il ritmo di Dos Santos.
Sempre coreografata da Giulia Alvear Calderon, segue Dieci danzatori. Dodici ore, la messa in scena di un esperimento che vede dieci ballerini (in questo caso sette per motivi logistici), – selezionati durante la serata precedente all’Experimental Battle – unirsi in una performance preparata in appena dodici ore.
Sul palco fanno il loro ingresso Desire Manzella, Mirko Peter Odihambo, Alfredo De Meo, Alice Coccia, Salvatore Piramide, Giada Giandomenico e Liam Zingarelli.
Sette corpi, quindi, alle prese con movimenti indipendenti che sembrerebbero rappresentare una certa banale azione quotidiana: chi si guarda allo specchio, chi si prova una camicia, chi si guarda intorno, chi, armato di zaino, inizia a correre in cerca di qualcosa. L’ordinario fa presto spazio, però, a una centrifuga microcosmica dove i sette danzatori, a un ritmo esagerato e compressi dallo spazio, provano a schivare l’urto, a sfuggire alla reciproca contaminazione finché essa non è inesorabile. Allora accade un rallentamento, un nuovo equilibrio si manifesta e i sette performer, dopo essersi spogliati e aver cambiato le loro vesti, assurgono al loro livello più intimo, quello dei corpi. Corpi che stanno insieme, che si toccano, corpi che ballano insieme, corpi che ridono insieme. L’unione di queste pelli – incarnata efficacemente da movimenti di una certa interdipendenza erotica – è il momento massimo della narrazione coreografica e dell’interpretazione del tema “corpi, visioni, presenze”, in un miscuglio indecifrabile come una trance assolutamente godibile, come l’effetto dell’anestesia. Sono elementi che si contagiano fino a cambiare la loro muta e che, nel loro essere comunità, si riconoscono in un unico organismo. Succede però, alla fine, che qualcosa li porta a collidere nuovamente in una danza appassionata, impetuosa, travolgente – ricorda Climax di Gaspar Noé. Sono decisi, vigorosi fino alla massima potenza ma allo stesso tempo aggressivi, travolgenti fino a diventare brutali, arrestando, inevitabilmente, la loro vitalità. Solo un embrione si salverà.
Giulia Alvear Calderon spiega che l’esperimento è inedito ma che il progetto nasce da una ricerca già avviata e destinata a ulteriori sviluppi. La direzione è riconoscibile: contaminazione, reazione agli stimoli, dinamiche urbane e integrazione comunitaria, costruzione e dissoluzione dell’identità. Pur affidandosi a modalità rappresentative che non sempre sorprendono per originalità, il lavoro trova la propria forza nell’energia della composizione scenica, nella qualità delle relazioni che costruisce tra i performer e nella solidità interpretativa dei danzatori coinvolti. È lì che questi spettacoli riescono a parlare con maggiore chiarezza: non tanto nell’invenzione di nuove immagini, quanto nella capacità di rendere vive e tangibili quelle che mettono in scena.

Nasce a Roma dove si laurea in architettura alla Sapienza. Frequenta il master in Critica Giornalistica all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Si occupa di cinema e teatro e per Theatron 2.0 collabora con la scrittura di testi critici e attività di editing.















