Creatività e fatica: il raccontano di 2.300 lavoratori e lavoratrici di scena e schermo

Lug 27, 2026

La creatività è il tratto che accomuna il lavoro nello spettacolo dal vivo. Accanto alla creatività, però, c’è una fatica che rimane spesso invisibile: quella delle prove e della preparazione, delle attese tra un ingaggio e l’altro, della ricerca continua di nuove opportunità, del lavoro svolto prima degli applausi.

È da questa distanza tra immaginario e condizioni materiali che prende le mosse Scena e Schermo, l’indagine promossa da Slc Cgil e Fondazione Giuseppe Di Vittorio sul lavoro nel cinema, nell’audiovisivo e nello spettacolo dal vivo. Sono 2.295 le persone che hanno risposto al questionario, provenienti per il 56% dal cine-audiovisivo e per il 44% dal live. Attraverso le loro esperienze, la ricerca ricostruisce rapporti contrattuali, redditi, tempi di lavoro, accesso al welfare, condizioni di salute e prospettive future.

I risultati sono stati presentati a Roma durante l’incontro Il lavoro nello Spettacolo, conoscere il presente per costruire il futuro, che ha riunito associazioni datoriali, organizzazioni sindacali e rappresentanti istituzionali. Un confronto ampio, al quale hanno partecipato alcune delle principali realtà della produzione culturale italiana, da Anica, Apa e Agis a Federvivo, Anfols, Anec, Siae, cooperative e associazioni di imprese.

La fotografia restituita dalla ricerca contraddice anzitutto l’idea che la precarietà riguardi soprattutto chi si trova all’inizio del percorso. La maggior parte delle persone intervistate lavora nel settore da oltre dieci anni (il 37% da dieci a venticinque anni e il 30% da più di venticinque). Si tratta inoltre di professionisti con un livello di formazione elevato: più della metà possiede una laurea o un titolo post-laurea (55%) e due persone su tre hanno seguito un percorso di studio specifico per la propria professione (65%).


Eppure il lavoro stabile rappresenta un’eccezione. Soltanto il 4,1% del campione ha un contratto a tempo indeterminato, mentre il 44,4% lavora a tempo determinato, il 24,7% come autonomo e il 24,4% attraverso rapporti parasubordinati. Il problema, dunque, non è una fase iniziale destinata necessariamente a concludersi con il consolidamento della carriera: la discontinuità accompagna spesso l’intera vita professionale. 

Al momento della compilazione del questionario, quasi quattro persone su dieci non stavano lavorando (38%). È un dato che aiuta a comprendere quanto sia difficile misurare l’occupazione reale nello spettacolo. Un’attrice, un tecnico o una lavoratrice della produzione possono essere pienamente inseriti nel settore da anni e, nello stesso tempo, attraversare una pausa tra due produzioni. In quelle settimane rischiano di scomparire dalle statistiche, ma non per questo smettono di essere professionisti.

Anche la moltiplicazione degli incarichi non produce necessariamente libertà o sicurezza. Tre quarti del campione lavorano contemporaneamente su più commesse (75%) e circa sette persone su dieci hanno più committenti (68,9%). La frammentazione diventa così il modo ordinario attraverso cui si cerca di ricomporre un’attività professionale, con conseguenze evidenti sulla possibilità di programmare il lavoro e la vita privata. 

A questa incertezza si aggiunge una diffusa svalutazione economica. Negli ultimi due anni, a più della metà degli intervistati è stato proposto almeno una volta un lavoro gratuito (50,6%), mentre più di tre persone su quattro hanno ricevuto offerte considerate sottopagate (77%). Nello spettacolo dal vivo il fenomeno è ancora più esteso: il 62,9% ha ricevuto proposte di lavoro non retribuito e il 79,9% offerte scarsamente pagate. A questo si aggiunge il lavoro nero, sperimentato almeno occasionalmente dal 45% del campione. Non si tratta quindi di episodi marginali, ma di pratiche sufficientemente frequenti da influenzare il funzionamento complessivo del mercato. 

Una parte considerevole dell’attività professionale rimane inoltre fuori dal compenso. Per otto persone su dieci il lavoro richiede una fase propedeutica fatta di prove, studio, ricerca o preparazione tecnica (80%). Questo tempo non viene pagato affatto nel 45% dei casi e riceve un riconoscimento soltanto parziale nel 27%. Nel live la percentuale di chi non viene retribuito per la preparazione sale al 65,6%.

Per le professioni interpretative si aggiunge il lavoro necessario a ottenere il lavoro: provini, concorsi, candidature, costruzione delle relazioni e autopromozione riguardano il 90% degli intervistati e vengono considerati molto impegnativi dal 72%. Il tempo professionale finisce così per estendersi ben oltre le giornate formalmente contrattualizzate, inglobando una lunga serie di attività indispensabili ma spesso prive di riconoscimento economico e previdenziale. 

Anche la formazione continua, essenziale in professioni che richiedono aggiornamento costante, resta quasi sempre una responsabilità individuale. La maggioranza continua a investire nella propria preparazione (77%), ma nell’83% dei casi ne sostiene interamente i costi. Passione, disponibilità e investimento personale diventano quindi condizioni necessarie per restare nel settore, ma rischiano di trasformarsi negli strumenti attraverso cui il sistema trasferisce sui singoli una parte crescente delle proprie responsabilità. 

Le conseguenze sono particolarmente evidenti nello spettacolo dal vivo, dove soltanto il 48% riesce a vivere esclusivamente grazie al reddito prodotto nel settore. I pagamenti arrivano spesso a lavoro concluso (54%), possono subire ritardi (60%) e, in alcuni casi, non arrivano affatto: al 34% è capitato di non ricevere il compenso concordato. La pluralità degli incarichi non coincide dunque con una maggiore sicurezza economica, ma rappresenta spesso il tentativo di costruire un reddito sufficiente sommando lavori brevi, frammentati e imprevedibili. 

La pressione si riflette anche sulla salute. Sette intervistati su dieci riferiscono condizioni di stress (70%) e una percentuale pressoché analoga segnala dolori alla schiena, alle spalle o al collo (70,7%). Dietro queste medie si nascondono esposizioni ancora più elevate per alcune professioni: i disturbi muscolo-scheletrici riguardano, ad esempio, l’88% delle professioni tecnico-artistiche e l’85,4% della post-produzione. La fatica non è dunque soltanto una categoria simbolica, ma una condizione che attraversa concretamente corpi, tempi e modalità di lavoro. 

Alla fragilità economica si affianca quella determinata dai rapporti di potere. Più di otto persone su dieci considerano conoscenze e contatti decisivi per fare carriera (82,5%), più dell’esperienza (74%), della disponibilità (73%) e del talento (51%). Le reti professionali sono indispensabili per trovare lavoro, ma possono anche generare dipendenza, rendendo più difficile rifiutare condizioni sfavorevoli, interrompere una collaborazione o denunciare comportamenti impropri.

I dati sulle discriminazioni sono tra i più preoccupanti. Tra le donne, il 72,1% dichiara di averne subite durante la vita professionale, il 50,5% riferisce esperienze di molestia e il 47,3% forme di ricatto. Le molestie arrivano al 60,1% tra le professioni interpretative femminili. Anche tra gli uomini sono diffuse discriminazioni (53,4%) e ricatti (48,8%), mentre la percentuale relativa alle molestie risulta più bassa, ma comunque significativa (17,2%). La precarietà, in questi casi, non è soltanto economica: riduce anche la possibilità di opporsi e di esporsi senza temere conseguenze sulla propria carriera. 

Nemmeno il sistema di welfare sembra riuscire a intercettare pienamente i bisogni del settore. Nel corso del 2024 il 41,2% del campione ha usufruito della Naspi, ma soltanto il 16% ha ricevuto l’indennità di discontinuità, la misura introdotta proprio per rispondere alla specificità di queste professioni. Secondo l’indice elaborato dalla ricerca, quasi un terzo di chi avrebbe bisogno di protezione resta senza accesso al welfare (31,8%), una quota che sale al 40% tra i ventenni. Il principale ostacolo è la mancanza dei requisiti (58%), cui si aggiunge una carenza di informazioni (20%). 

La distanza tra le misure esistenti e la platea alla quale dovrebbero rivolgersi è uno dei punti centrali sollevati da Slc Cgil. Il sindacato chiede l’istituzione di un tavolo permanente tra Ministero della Cultura, Ministero del Lavoro, Inps e parti sociali, per riordinare norme che si sono accumulate nel tempo senza costruire un sistema unitario. L’obiettivo dovrebbe essere riconoscere la discontinuità come caratteristica strutturale del lavoro nello spettacolo, senza trasformarla in assenza di diritti.

L’altra proposta riguarda la contrattazione. Oggi il settore conta ventiquattro contratti collettivi nel cine-audiovisivo e sei nello spettacolo dal vivo, alcuni dei quali scarsamente applicati o non rinnovati per molti anni. Una frammentazione che indebolisce la possibilità di conoscere e far rispettare le condizioni contrattuali e lascia sempre più spazio alla negoziazione individuale.

Slc Cgil propone quindi di costruire due grandi contratti di filiera: uno per il cinema e l’audiovisivo e uno per lo spettacolo dal vivo. Non per cancellare le differenze tra professioni e comparti, ma per inserirle in sistemi più riconoscibili, esigibili e capaci di rafforzare il peso dell’intero settore nella definizione delle politiche pubbliche.

Sul fondo resta il tema del finanziamento. Secondo il sindacato, le risorse pubbliche dovrebbero sostenere non soltanto le imprese e la produzione, ma anche la qualità del lavoro, la sperimentazione, il pluralismo, l’accesso delle nuove generazioni e la crescita delle realtà più piccole. Il sostegno pubblico alla cultura non può essere separato dalle condizioni nelle quali la cultura viene concretamente prodotta.

L’indagine mostra un sistema che continua a reggersi sulla disponibilità delle persone a compensare con il proprio tempo, il proprio corpo e la propria passione ciò che non viene riconosciuto. Non sorprende che il futuro venga osservato con preoccupazione: quasi nove intervistati su dieci temono di non avere una pensione adeguata (89,7%), il 71% di perdere occasioni di lavoro con l’avanzare dell’età e il 60,3% di non riuscire a crescere professionalmente. 

La qualità di uno spettacolo o di un’opera audiovisiva non può però dipendere indefinitamente dalla capacità individuale di sopportare la fatica. Rendere visibile quella fatica significa riconoscere il lavoro culturale per ciò che è: un’attività professionale che produce valore economico, sociale e democratico e che, proprio per questo, richiede contratti applicabili, compensi dignitosi e tutele realmente accessibili.

> LEGGI LA RICERCA INTEGRALE

Fonte: https://www.slc-cgil.it/notizie-produzione-culturale/5274-spettacolo-chi-lavora-nel-cineaudiovisivo-e-nel-live-chiede-cambiamenti.html

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