Corpi razzializzati e scena. Politiche della presenza 

Lug 10, 2026

di Nalini Vidoolah Mootoosamy e Ornella Rosato

«Ed ecco che mi scoprivo oggetto in mezzo ad altri oggetti», scriveva Frantz Fanon in Pelle nera, maschere bianche (1952), descrivendo l’esperienza di un corpo catturato dallo sguardo razziale. Molti anni dopo, riflettendo sulle stesse dinamiche, Fred Moten sembra rispondergli: «Gli oggetti possono resistere e lo fanno». Tra queste due frasi si apre una tensione che attraversa il nostro presente: quella di corpi esposti a uno sguardo che li legge e li fissa prima ancora che possano parlare, ma che allo stesso tempo continuano a eccedere le forme attraverso cui vengono riconosciuti.
Nel teatro questa contraddizione trova una declinazione concreta e immediata. La scena è il luogo della presenza per eccellenza, ma non tutti i corpi la attraversano allo stesso modo. Alcuni sembrano ancora costretti a negoziare la propria legittimità, come se la loro presenza portasse con sé un eccesso di significato: un’origine da spiegare, una differenza da rendere leggibile, una storia da rappresentare. 

Il quinto numero della rivista «Lo Scandaglio» esplora il rapporto tra corpi razzializzati e spazio scenico contemporaneo, soffermandosi sulle forme della rappresentazione e sulle modalità attraverso cui il teatro organizza lo sguardo, distribuisce la visibilità e definisce i confini dell’appartenenza. 
La questione tuttavia non riguarda soltanto chi può apparire sulla scena, ma a quali condizioni questo passaggio avvenga. In gioco è la possibilità stessa di una presenza non negoziabile, sottratta alla necessità di essere continuamente autorizzata, spiegata o legittimata per poter abitare lo spazio comune. Una prospettiva che acquista particolare urgenza in un momento storico segnato dal ritorno di logiche remigratorie e da una crescente chiusura identitaria. 
Accanto alle forme più esplicite di esclusione, oggi il tema riguarda sempre più spesso le condizioni del riconoscimento. Essere presenti non coincide necessariamente con il poter incidere sui processi che producono significato, distribuiscono autorità e definiscono ciò che viene percepito come universale.
Negli ultimi anni, artiste e artisti della scena teatrale italiana, appartenenti a comunità diasporiche o segnati da processi di razzializzazione, stanno progressivamente incrinando l’immagine relativamente omogenea attraverso l’emergere di nuove genealogie, lingue e immaginari. La loro presenza si misura tuttavia con una tensione irrisolta: essere accolti sulla scena senza poter realmente incidere sulle strutture che la organizzano; essere visibili senza continuare a essere percepiti come “eccezione” o quota simbolica
A questo scenario s’intrecciano le disuguaglianze che attraversano la formazione, la produzione e la continuità lavorativa nel settore culturale. Le modalità di accesso alle reti professionali, ai finanziamenti e ai luoghi della programmazione contribuiscono a definire quali presenze possano consolidarsi nello spazio culturale e quali restino esposte a una condizione di precarietà permanente.

I contributi raccolti affrontano questi nodi da prospettive differenti, intrecciando rappresentazione, appartenenza, linguaggio, accesso e produzione culturale.
Nalini Vidoolah Mootoosamy apre il numero interrogando i limiti delle categorie identitarie con cui gli artisti razzializzati vengono accolti nel sistema teatrale contemporaneo, rivendicando il diritto di eccedere le definizioni che pretendono di contenerli. 
Le dinamiche che regolano la produzione dei confini sociali emergono su una scala più ampia nel contributo di César Ernesto Arenas Ulloa, che analizza la dimensione performativa delle retoriche remigratorie e i processi contemporanei che producono appartenenze ed esclusioni.
Attraverso la figura di Prospero riletta da Aimé Césaire, Gaja Aurora Ebere Ikeagwuana riflette sui dispositivi attraverso cui la scena contemporanea continua ad assegnare ruoli, visibilità e possibilità di esistenza scenica.

Sul terreno della produzione culturale, Alberto H. Lasso Montesinos indaga le forme attraverso cui vengono distribuite rappresentatività, autorità e accesso ai luoghi della parola. Dopo aver attraversato i dispositivi che regolano riconoscimento, appartenenza e accesso alla parola, gli articoli successivi si soffermano sulle pratiche attraverso cui nuove forme di presenza possono essere costruite. 
A partire dall’esperienza di un laboratorio teatrale realizzato da Asinitas con il collettivo DOM-, Zara Kian e Luca Lòtano riflettono sulle pratiche dell’ascolto e dell’autorappresentazione, interrogando chi abbia il potere di raccontare un’esperienza e da quale posizione possa farlo. Nel contesto di Black History Month Milano, Elaine Adorno affronta il passaggio dalla rappresentatività simbolica alla produzione di presenza, mettendo in luce il ruolo delle comunità culturali nella costruzione di reti, sostegno e nuove genealogie.
Il rapporto tra lingua, stigma e drammaturgia è al centro dell’intervento di Ludovica De Angelis, che indaga i processi di marginalizzazione linguistica e le possibilità offerte dalla pratica drammaturgica per riscrivere le modalità attraverso cui le persone raccontano sé stesse.

Pur muovendosi tra questioni ed esperienze diverse, i contributi raccolti in Corpi razzializzati e scena. Politiche della presenza condividono una stessa tensione: spostare l’attenzione dall’accesso alla scena teatrale alla partecipazione ai processi che ne definiscono linguaggi, immaginari e condizioni di appartenenza. La strada da percorrere resta ampia, ma una direzione emerge con chiarezza: fare della presenza non un’eccezione da giustificare, ma una condizione che non richieda più continue prove di legittimità.

Leggi tutti gli articoli del 5° numero – Corpi razzializzati e scena. Politiche della presenza

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