Coreografie del tempo e del corpo. Dieci anni di Fuori Programma

Lug 24, 2025

Roma, estate 2025. Nella cornice del festival Fuori Programma – In-canti, diretto da Valentina Marini, la danza contemporanea non si limita a occupare la scena: la trasforma in uno spazio di attraversamento, ascolto e visione condivisa.

Giunto alla sua decima edizione, l’appuntamento estivo ha confermato la vocazione del festival verso l’interdisciplinarità radicale, dove i confini tra arti performative, installazione, suono e tecnologia si assottigliano fino a scomparire, e dove il corpo diventa antenna sensibile tra reale e immaginario.

Riti contemporanei, memorie in movimento e nuove forme di empatia sensoriale

Qui la danza non è più un linguaggio tra tanti, ma l’esperanto dei sensi, capace di mediare tra ciò che vediamo e ciò che ancora non riusciamo a dire. In un’epoca in cui la comunicazione implode spesso in eccesso o vuoto, il gesto coreografico diventa atto politico e poetico, una forma di connessione profonda, intima, collettiva.

Cinque opere – radicali, fragili, complesse –  un campione selezionato, hanno attraversato il festival come veri e propri riti del presente. Ogni spettacolo ha messo a nudo una domanda urgente: come abitiamo il tempo? Come ascoltiamo il nostro paesaggio interiore e quello geologico? Come rendere visibile l’invisibile? E infine: come danzare la fine, senza smettere di vivere?

Time takes the time time takes – Guy Nader & María Campos ph. Giuseppe Follacchio

Time takes the time time takes – Guy Nader & María Campos

Il tempo si fa corpo, diventa organismo, materia viva;  la danza lo attraversa come un atto di resistenza sensibile e percettiva. Nel mondo iperaccelerato di oggi, in cui ogni attimo viene fagocitato dalla distrazione, Guy Nader e María Campos propongono un’azione radicale: fermare il tempo danzandolo.
In scena, cinque danzatori incarnano la struttura invisibile dell’attesa, della ripetizione, della durata. Le loro traiettorie diventano formule in movimento, come un’equazione umana. Il tempo non è una cornice, ma una materia viva da esplorare.

Il ritmo tribale ed elettronico del percussionista dal vivo non accompagna: plasma lo spazio. Tutto vibra in un equilibrio precario, in bilico tra fisica e trance, rigore e crollo. “Abbiamo lavorato sull’idea di gravità come qualità emotiva”, raccontano. “Il corpo è pendolo, tensione e rilascio”.
Questa danza è matematica emotiva, un atto di precisione che paradossalmente ci riporta al corpo più profondo: quello che resiste, che sente, che aspetta.

Brother to Brother – dall’Etna al Fuji – Zappalà Danza & Munedaiko

“Geologie dell’anima, tra eruzione e quiete”, così potrebbe essere riassunta l’opera di Roberto Zappalà. Ci sono vulcani che si studiano e vulcani che si abitano. Zappalà costruisce un ponte poetico tra la forza caotica dell’Etna e la calma simmetrica del Fuji, traducendoli in corpo e suono, danza e tamburo.
Insieme ai Munedaiko, maestri del Taiko giapponese, i danzatori non raccontano i vulcani: li incarnano. Ogni gesto è una frattura, un rigonfiamento, una sospensione sismica. Il corpo diventa crosta terrestre, magma emotivo, mentre il suono scandisce una mappa invisibile tra Oriente e Occidente, tra erosione e equilibrio.

 “Il tamburo non batte il ritmo: dà voce alla terra che pulsa dentro di noi.”

La coreografia è rituale e tensione, un incontro tra forze primordiali e discipline millenarie. In questo confronto, la natura si fa specchio del nostro essere umani: instabili, eruttivi, silenziosi, in cerca di senso. Quando l’uomo, sottraendosi ai rituali che lo vincolano all’ordine, rivela la sua natura caotica e incontrollabile, che la cultura cerca costantemente di frenare, è allora che la mostruosità emerge.

Redrum – Gruppo Nanou

Redrum è un’installazione vivente, una coreografia disseminata nello spazio e nel tempo mentale: coreografie della memoria, visioni fluttuanti, corpi-fantasma. Il pubblico è invitato a muoversi tra corpi, luci, ombre e ricordi che non si spiegano, ma si attraversano. I danzatori emergono e scompaiono, desincronizzati, come sogni ricorrenti o traumi leggeri. I riferimenti a Shining non sono estetici, ma emotivi: la sensazione di essere dentro un luogo familiare e disturbante al tempo stesso.

“La danza diventa un esercizio di sparizione” – così è stato scritto di loro. Quanto più si sottraggono, tanto più la loro cifra si impone. Nella separazione e nel distacco Redrum si fa spazio vivo, abitato dalla nostra stessa percezione. 

Vincitore del Premio Ubu 2024, Redrum è un’opera che sfugge ai generi e alle forme. È teatro espanso, pittura coreografica, esperienza interiore. In un mondo saturo di rumore, la sua forza sta nell’invito a guardare il vuoto e restarci dentro.

Redrum – Gruppo Nanou ph. Giuseppe Follacchio

Ray – Meytal Blanaru / Scottish Dance Theatre

Ray è un cerchio di fiducia, una bolla empatica in cui pubblico e performer si riconoscono nel respiro. Lontana dalla spettacolarizzazione, la coreografia di Meytal Blanaru si nutre di piccoli gesti, cadute, carezze, sguardi. Quando la vicinanza si fa ascolto, l’intimità diventa un gesto politico e rivoluzionario.

Attraverso tecniche somatiche e improvvisazione, la coreografa crea uno spazio di co-esistenza, dove il corpo non mostra, ma ascolta e rivela. Il pubblico, seduto vicino agli interpreti, è parte attiva di un ecosistema percettivo. Ray è un campo energetico condiviso, un atto d’amore senza romanticismo.

In un tempo segnato dalla distanza e dalla diffidenza, questa danza minimale e necessaria ci ricorda che l’empatia è una pratica, e il contatto una scelta politica. È una carezza che sa resistere.

Totentanz – Morgen ist die Frage – Marcos Morau / La Veronal

Marcos Morau affronta la morte non come tema, ma come esperienza collettiva. In Totentanz, la danza diventa una cerimonia visiva, itinerante, plastica. Una riflessione sul morire, ma anche sull’urgenza di vivere sapendo che si muore.
L’opera si sviluppa per ambienti successivi, tra manichini iperrealistici, neon sacri, performer che si dissolvono nella luce. Il pubblico è invitato ad osservare, farsi partecipe di un viaggio senza spiegazioni, ma ricco di segni.

La danza, come spesso accade nei lavori di La Veronal, non serve per raccontare ma per evocare un territorio emotivo e simbolico, dove gesto e immagine si fondono in una grammatica rituale. La morte non è tragica: è simbolica, estetica, necessaria. Un varco, un’ipotesi, una danza che si fa domanda. “Non è una danza della morte: è un teatro del limite”, scrive El País. “Una messa laica e muta sul senso di sparire.”

Morau compone con Totentanz un rosario laico, fatto di visioni che oscillano tra l’iconografia religiosa e il teatro postmoderno. La bellezza è inquietante, plastificata, a volte perfino manierata — ma sempre pregna di una tensione verticale, come un corpo che non sa se ascendere o dissolversi.

In questo “Totentanz del XXI secolo”, la morte diventa l’ultima forma di contatto possibile, un momento sospeso tra individuale e collettivo, tra finito e infinito. Premiato al Festival TAC di Valladolid, Totentanz è un’opera che scava e scuote, che non chiede di capire, ma di stare, di attraversare l’oscurità senza mappe.
Un’esperienza non tanto da comprendere, ma da lasciar sedimentare, come si fa con i sogni o con i ricordi più intimi.

La danza come spazio del possibile

In tutte queste opere, la danza non è decorazione, ma necessità. È il luogo in cui l’umano si svela senza difese, in cui il corpo racconta ciò che il linguaggio non può.

Queste coreografie ci parlano non solo di estetica, ma di etica. Di come abitare il tempo in modo diverso, più lento, più profondo. Di come ascoltare la terra, i ricordi, gli altri, senza urlare. Di come danzare, persino, davanti alla morte, senza fuggire.

In un presente che spesso si sente frammentato, la danza diventa un’azione di ricomposizione. Ci ricorda che esistiamo solo in relazione. E che ogni gesto, se fatto insieme, può diventare un rito di cura.

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