Compagnia Reactor, (IN)CORRECT e la cura imperfetta della scena

Gen 27, 2022

Dopo aver ricevuto il Leone d’oro alla carriera di quest’anno, il regista polacco Krzysztof Warlikowski, alla domanda “Cos’è il teatro” ha risposto “Il teatro è un ospedale, il luogo in cui ci curiamo e curiamo”, parole come queste, inusuali e pregnanti, assumono sempre di più un significato impossibile da ignorare per chi abita il palcoscenico oggi.
Si è da poco conclusa, la prima italiana dello spettacolo (IN)CORRECT della compagnia romena Reactor, ospite dello spazio bolognese Teatri Di Vita, in cui padri e figli imparano a guarire le reciproche ferite attraverso un racconto di cura e riflettenza generazionale.  

Uno spettacolo portatore di un vocabolario nuovo, ma di matrice universalizzabile, in cui la barriera linguistica sparisce di fronte alla forza figurativa ed espressiva della messa in scena.
Con la compagnia Reactor abbiamo parlato di universalità comunicativa, della ricerca di ragioni e del pubblico come confidente.
Ancora una volta, in tempi di sale dimezzate e prime annullate, il teatro trova le proprie vie devianti per essere un farmaco efficace e, come il Delta del Po che fa da cornice alla storia, si muove guidato da una corrente intangibile, ma che non può in nessun modo arrestare il proprio corso.

Si ringraziano Lucian Teodor Rus (Attore), Doru Taloș (attore e co-fondatore della compagnia), Leta Popescu (Regista e drammaturga) e tutti i membri della compagnia Reactor di Cluj.

Una caratteristica distintiva che emerge dal vostro spettacolo è la polifonia interpretativa che impone l’annullamento di qualsiasi tipo di giudizio di valore. Uno sguardo approfondito sia di quella che è la prospettiva dei padri, che quella dei figli. Al tempo stesso la vicenda a cui si assiste ha al centro un linguaggio e immaginario fortemente identitario.

Lucian Teodor Rus: Come dici anche tu nella domanda, ogni personaggio ha il desiderio di essere compreso dal pubblico, senza essere giudicato per i propri aspetti, fin troppo umani, che però fanno parte inevitabilmente di ogni persona. I loro malintesi, le loro incomprensioni sono il risultato della paura di non riuscire ad essere compresi dai membri della propria famiglia. I personaggi dunque vanno alla ricerca di un amico, che non sia coinvolto nella loro storia, in questo caso il pubblico. Nello spettacolo non cerchiamo di provare che uno specifico personaggio sia nell’errore, perché in un modo o nell’altro tutti lo sono. 

Ciò che cerchiamo di dimostrare è che tutti sono vittime dei propri preconcetti e sono troppo convinti dei loro valori, il che rende la loro convivenza sul palco difficile. In ogni caso però la loro connessione è molto forte e, nonostante le differenze fra di loro, si rendono conto che l’amore ha diritto di esistere. I figli nel monologo finale, infatti, mostrano al pubblico sia la loro gratitudine, ma spiegano anche le sfide che devono affrontare per essere ciò che sono al fine di diventare ciò che vogliono diventare.

Che significato ha per voi presentare il vostro spettacolo in Italia? (In)Correct è uno spettacolo con una forte connotazione nazionale, nonostante parli di temi universali. Cosa pensate possa suscitare maggior interesse nel pubblico italiano?

LTR: Non saprei dire in realtà cosa coinvolge il pubblico italiano. Se devo tuttavia menzionare un elemento che mi viene in mente, devo confessare che il nostro arrivo in Italia, come attori, per recitare in uno spettacolo davanti ad un pubblico italiano, è qualcosa di molto inusuale per chi viene dal nostro paese. Credo che la maggior parte delle persone non abbiano molto idea del background economico riguardante il rapporto fra Romania e Italia (e, ovviamente, anche gli altri paesi). Nel nostro spettacolo questo aspetto è rappresentato dalla figura della madre, che decide di andare a lavorare in Austria per inviare soldi e pesto ai propri parenti rimasti a casa, scelta che inevitabilmente genera diversi tipi di conflittualità all’interno del nucleo familiare.

Come e quando è nata la realtà di Reactor? Che tipo di relazione avete con la città di Cluj e che tipo di relazione cercate di creare con il territorio in quanto artisti indipendenti?

Doru Taloș: Reactor è nata nel 2014, a Cluj Napoca per necessità. In una città universitaria con oltre 100,000 studenti su una popolazione di 300,000 residenti, ai tempi c’erano solo due teatri stabili nella città: il Teatro Nazionale di Cluj e il Teatro Stabile dell’Ungheria e due spazi indipendenti Fabrica de Pensule e Casa Tranzit. Per una città di cultura con una facoltà d’arte e una di cinema e teatro, era decisamente troppo poco. C’erano molte persone in attesa di qualcosa, in particolare gli artisti che avevano bisogno di spazi. Nel 2014 iniziavamo a dimenticarci della crisi, i prezzi erano molto bassi e il mercato immobiliare era ancora molto conveniente.

La realtà di Reactor è iniziata quindi in un contesto favorevole, con investimenti minimi e basandosi su molto lavoro volontario e sull’effervescenza dell’ambiente artistico locale. In poco tempo le aspirazioni e i progetti dell’associazione sono cresciuti esponenzialmente. Fin dall’inizio il nostro obiettivo è sempre stato quello di supportare e contribuire allo sviluppo della drammaturgia romena contemporanea. In particolare ci siamo sempre dedicati a portare avanti un’operazione di sostegno a tutti gli artisti all’inizio della loro carriera e alla promozione di produzioni teatrali pronte a prendersi dei rischi e che potessero essere catalogate come di ricerca o di teatro sperimentale. Abbiamo sempre cercato progetti rilevanti per la comunità a cui apparteniamo.

Attualmente ospitiamo due progetti di residenza riconosciuti e con una considerazione a livello nazionale: una programmazione costante con una stagione sia per adulti che per bambini, un pubblico, una comunità intorno al nostro spazio con cui cerchiamo di alimentare il dialogo il più spesso possibile.
Così per il 2019 la situazione sembrava proseguire per la giusta strada. Dopo l’inizio della pandemia è difficile per noi capire a che punto ci troviamo. Speriamo però di superare questo momento. Le misure di supporto e di tutela da parte dello stato in questo periodo sono state minime e spesso solo sulla carta. Attualmente, ad esempio, in una sala con 65 posti possiamo andare in scena con un massimo di 22 spettatori, che sono davvero troppo pochi. È difficile cercare di trovare una ragione per tutto questo. La visibilità dei nostri spettacoli sta diminuendo e diventa difficile cercare di giustificare i nostri sforzi.

Gli affitti si stanno alzando e i costi per il mantenimento di uno spazio culturale sono cresciuti nettamente. La nostra città sembra diventare sempre meno sostenibile e vivibile, ha smesso di essere alla portata di tutti. Il settore delle nuove tecnologie è esploso e tutto ormai sembra progettato in funzione di questa realtà e per il guadagno dello stesso. Nessuno sembra tuttavia realmente preoccupato per le conseguenze di una dinamica del genere. Non puoi sopravvivere qui? Vai via. Questo tipo di mentalità appartiene anche all’amministrazione pubblica: Non sei in grado di risolvere i tuoi problemi? Chiudi. Si potrebbe dire che siamo ai limiti del cinismo, nonostante per molto tempo l’attrazione principale di questa città sia sempre stata la vita culturale.

L’impianto scenico di (In)corect è un microcosmo fatto di strati, accumulazioni e emulsioni fra meccanismi di comunicazione e linguaggi differenti. La quantità di oggetti in scena cresce in un generoso accumulo, sul palco gli attori sono alchimisti e artigiani. Come è nata l’idea di lavorare in questo modo?

Leta Popescu: Se c’è una cosa che amo particolarmente del teatro è la sua somiglianza con un parco giochi. Per questo motivo tendiamo a giocare molto con le convenzioni teatrali e i meccanismi scenici. Spesso sono più interessata in come si possa risolvere un testo, piuttosto che alla storia in sé. Per me il periodo di prove, è un momento di gioco, un laboratorio. Nel caso di (IN)CORRECT ho scelto di mostrare questo laboratorio al pubblico. Credo sia decisamente più forte e più poetico vedere questo momento di laboratorio, piuttosto che nasconderlo e mostrarne solo il risultato. Insieme alla scenografa Lucia Mărneanu siamo partite dai colori e dall’estetica dei dipinti di David Hockney e abbiamo poi deciso di aggiungere, strato dopo strato, gli ingredienti del teatro.Gli attori iniziano lo spettacolo con il copione in mano e le luci di sala accese, poi arrivano i personaggi, poi le luci, poi meccanismi semplici (il fumo, gli effetti sonori, le proiezioni video), e alla fine un elemento molto spettacolare, il costume da rana. Ho scelto questo tipo di estetica perché ricorda una radiografia. Se ne può vedere lo scheletro, e a mio avviso, questo è collegato alle tematiche del testo, una radiografia delle nostre famiglie. Al tempo stesso si tratta di un omaggio al teatro e ai suoi meccanismi, obiettivo che cerco di raggiungere in ogni mio spettacolo.

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