Debutta al Piccolo Teatro di Milano Escaped Alone, il nuovo spettacolo de lacasadargilla dal testo di Caryl Churchill, traduzione di Monica Capuani per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, in scena Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi.
Salta immediatamente all’occhio il grande ledwall che corre per il fondale. Guarda dall’alto, sorretto da alcuni tralicci, un giardino verdissimo delimitato da una staccionata; sostano sedute attorno ad un tavolino tre anziane signore con un’espressione di attesa sul volto. Qualcosa succede: dal cancelletto dello steccato fa il suo ingresso sul prato inglese una quarta signora, amica, estranea o solo conoscente delle altre, che si accomoda sulla sedia sfitta e partecipa al rito del tè pomeridiano.
La successiva ora e un quarto avrà pressappoco lo stesso schema. Le quattro signore ingaggeranno una chiacchiera densa, sconnessa, giocata su un linguaggio sistematicamente spezzato, su significati profondi mai intercettati del tutto, su frasi accennate, continue interruzioni e sovrapposizioni. Non hanno bisogno di spiegarsi e capirsi perché non c’è niente da capire o forse tutto è già stato capito. Heidegger definiva così questo stato:
«La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere. La chiacchiera garantisce già in partenza dal pericolo di fallire in questa appropriazione. La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime da una comprensione autentica, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di incerto.»
Esattamente quello che c’è in scena. Ma dalla ragnatela di parole del testo di Churchill traspare anche dell’altro. A tratti si incrina la chiacchiera e lo sproloquio di una delle comari perde leggerezza per farsi semiserio; si ridesta l’attenzione dello spettatore, le parole continuano a scivolare ma il discorso si ammanta di inquietudine, di ricordi mal digeriti, di paranoie mai superate, di presenti miseri. Il personaggio dell’ultima arrivata, Mrs Jarrett, con fare ieratico ma senza un reale interlocutore, intona addirittura delle simil profezie. Ma questi brevi intermezzi, pronunciati a turno e in ordine sparso, restano parentesi e consumano presto la loro forza senza che nessuna delle altre se ne curi. Può ricominciare il gioco.
All’increspatura dei cicaleggi fa da controcanto, come quinto personaggio, il ledwall, adoperato sia come scenografia (segna il progressivo calare del sole), che come tabellone di pubblicità distopiche. Di fatti com’è stato a più riprese osservato, la forza nascosta di questo testo consiste nella capacità di far coesistere l’immobile quotidianità di un salotto borghese a cielo aperto con un clima pre-apocalittico. La catastrofe e la routine si tengono a braccetto senza che nessuna anticipi d’un passo l’altro, ed è proprio nell’apparente contrasto tra le due che si realizza in scena il sodalizio più riuscito.
Uscendo dalla sala, rimane senz’altro in testa una critica alla società borghese o forse più in generale al tramonto dell’Occidente; ma definirla critica non sarebbe corretto, presupporrebbe di tracciare un confine su cosa c’è di giusto e cosa di sbagliato. Piuttosto un piccolo documentario, senza pretese di colpi di scena, sui giorni inutili di una porzione di umanità, finché il giorno si è concluso e di luce per girare non ce n’è più.

Nato a Siracusa nell’ormai lontano1997. Si laurea in filosofia a Bologna per proseguire gli studi tra Milano e Parigi. La passione per scrivere e raccontare storie apre a collaborazioni con le testate giornalistiche online Frammenti Rivista, Palomar e Theatron 2.0. L’interesse per il teatro e il mondo classico lo deve interamente al meraviglioso teatro greco della sua città.















